Brando Quilici e Zahi Hawass.
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Enigma Nefertiti.
Il pi grande mistero dell'antico Egitto.
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2017. Mondadori Libri, MILANO.
A cura di Giovanna Cavalli.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Tombe reali di Amarna, Egitto. Il fascio luminoso della torcia accarezza la parete grezza. Nefertiti avrebbe dovuto trovarsi qui borbotta Zahi Hawass davanti al loculo scavato nell'arenaria, desolatamente vuoto, aggrottando le sopracciglia cespugliose. Invece non c' proprio nulla.
La Regina del Nilo  scomparsa senza lasciare tracce. Dopo oltre tremila anni il suo corpo non  stato ancora rinvenuto. Di lei ci resta il magnifico busto di pietra con la corona blu, conservato a Berlino, ideale di bellezza femminile. Signora della gioia, piena d'amore, Nefertiti era adorata dal popolo, moglie amatissima del faraone eretico Akhenaton - che nel quattordicesimo secolo a.C. sfid i potenti sacerdoti di Tebe e si vot al culto dell'unico dio Aton, il Sole -, con lui fond la citt di Amarna, nel cuore del deserto e alla sua morte sal forse al trono come un vero faraone, con il nome di Smenkhara.
L'affascinante ed enigmatica sovrana rimane per uno dei tanti misteri ancora sepolti sotto le sabbie dell'Egitto, forse il pi avvincente: dov' la sua tomba? In molti l'hanno cercata, senza successo. L'ultimo in ordine di tempo  l'archeologo britannico Nicholas Reeves, secondo cui la regina delle regine giace in una cripta segreta nella Valle dei Re, dentro la tomba del figliastro Tutankhamon, il Faraone d'oro, nascosta dietro una parete con il suo favoloso tesoro. Alcuni avveniristici test scientifici sembrerebbero confermare l'audace teoria, per manca la prova definitiva per poter annunciare la scoperta del secolo.
La star degli egittologi, l'archeologo Zahi Hawass, l'Indiana Jones del Cairo, e il regista Brando Quilici, che dopo anni di documentari girati in Egitto di faraoni ormai se ne intende, ci raccontano l'appassionante avventura archeologica sulle tracce di Nefertiti intervallandola con coloriti aneddoti di viaggio e di avventure sottoterra tra mummie, pipistrelli, serpenti importuni e germi letali.
Per braccare la Bella del Nilo viene schierato un vero arsenale tecnologico, anche se, come sostiene Hawass, un radar da solo non ha mai scoperto niente in Egitto: servono l'esperienza e il fiuto dell'archeologo, pi una buona dose di fortuna. Nefertiti, se ci sei, stiamo arrivando.
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GLI AUTORI.
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Brando Quilici, regista, ha prodotto e diretto oltre 100 special per reti televisive di tutto il mondo, tra cui National Geographic e Discovery Channel, e vinto numerosi premi, come il Jackson Hole in America e la Palma d'Oro al Festival di Antibes. Tra i suoi progetti pi famosi si contano Ice Man per Discovery Channel, Ice Man - Murder Mystery per NOVA PBS, King Tut's Final Secret, sulla morte di Tutankhamon, e Nefertiti and the Lost Dynasty, sulla ricerca della mummia di Nefertiti. Nel 2014 ha prodotto e co-diretto per il cinema il film Il mio amico Nanuk, distribuito in 30 paesi.
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Zahi Hawass, archeologo egiziano, ha partecipato a importanti campagne di scavi nel suo paese, di cui ha dato conto in articoli scientifici e testi divulgativi, come La valle delle mummie d'oro e Discovering Tutankhamun.  spesso ospite di trasmissioni televisive, come gli special di National Geographic. Considerato uno dei massimi esperti in egittologia, ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti.  stato segretario generale per le Antichit egizie, nel 2011  stato nominato ministro delle Antichit e dall'aprile 2017  ambasciatore culturale presso l'IPFSD (Investment Policy Framework for Sustainable Development) affiliata alle Nazioni Unite.
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Indice.
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Prologo.  lei o non  lei?
1. In missione da Tutankhamon.
2. Qual  il vero volto di Nefertiti?
3. Ritratto di famiglia sul Nilo.
4. Hatshepsut e il mistero del dente scomparso.
5. Uno sciopero contro il faraone.
6. Predatori di mummie.
7. Una Tac nel deserto.
8. La maledizione del canarino.
9. Il regno del Sole.
10. Il DNA non mente.
11. Un giapponese nella Valle dei Re.
12. Inseguendo Cleopatra.
13. Fino all'ultimo test.
Tesori sotto la sabbia. di Zahi Hawass.
Ringraziamenti.
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FINE Indice.
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Prologo:  lei o non  lei?
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No che non pu essere lei, no e poi no! tuona Zahi Hawass agitando un ditone verso di me e accalorandosi sempre pi sotto il cappellaccio di tela, mentre sulla jeep 4x4 guidata dal fido El-Masry percorriamo l'ultimo tratto, il pi tortuoso, della strada che porta alla Valle dei Re, sulla West Bank di Luxor, nel novembre 2009.
Ce l'ha con l'archeologa inglese Joann Fletcher che nel 2003 sosteneva di aver individuato i resti della regina Nefertiti in un gruppo di tre mummie rinvenute nel 1898 nella tomba di Amenofi II, la KV35. La sua teoria  stata poi smentita proprio da Zahi, con una Tac supertecnologica. Un mucchio di bugie sconclusionate, robaccia la liquida lui per l'ennesima volta, intanto che oltrepassiamo il posto di blocco senza nemmeno fermarci, perch le guardie ci riconoscono da lontano e sanno che  meglio non far perdere tempo a Doctor Hawass quando va di fretta (quindi sempre). Jalla! Jalla!, spicciati! urla lui, assestando una manata poderosa sulla spalla di El-Masry (una carezza, data la stazza da pugile del suo autista) che ha osato rallentare appena.
D'altronde, certi precipitosi annunci trionfali fanno parte del gioco e un egittologo famoso e scaltro come Zahi lo sa benissimo. Quello della studiosa dell'universit di York non  stato il primo e non sar certo l'ultimo. Perch non c' dubbio che chi scoprir davvero il corpo di Nefertiti la Bella diventer l'archeologo pi osannato del nostro secolo e non solo.
Quanto a noi, al momento ci stiamo dirigendo alla tomba KV21, dove giacciono due mummie non ancora identificate, incrostate di vecchi strati di detriti che negli anni si accumulano sul fondo delle cripte per le ricorrenti alluvioni. In quanto segretario generale del Consiglio supremo delle Antichit egizie, nemmeno un sassolino pu essere spostato senza l'autorizzazione di Zahi: spetta a lui vigilare su ogni ritrovamento e decidere quali operazioni si possano compiere sui resti di coloro che, per l'importanza che ebbero in vita, meritarono una sepoltura nella Valle dei Re. E se una delle due mummie sconosciute fosse proprio l'inafferrabile Nefertiti? Siamo qui per questo.
Qualche ora dopo, con l'aiuto di traballanti scalette metalliche, scendiamo nella tomba, profonda una quindicina di metri, impugnando le nostre torce a batteria. Zahi si avvicina e scruta con attenzione i corpi imbalsamati e adagiati in due modeste casse di legno. Con tutta l'esperienza che ha acquisito sul campo, tra sabbia, ossa e polvere,  come se avesse, incorporato nello sguardo, uno scanner che analizza ogni minimo dettaglio meglio di un computer. Sa catalogare un reperto a occhio nudo e quasi mai si sbaglia.
Una mummia purtroppo  decapitata, non ci voleva. Lo sento borbottare qualcosa in arabo. Ma dalla posizione delle braccia sul petto e dalla stoffa usata per avvolgere i corpi, stabilisce comunque che si tratta di due personaggi appartenenti alla famiglia reale, probabilmente della diciottesima dinastia. La stessa di Nefertiti. Zahi punta la torcia contro il volto incartapecorito della mummia pi integra. Annusa l'aria come un segugio. I smell the mummies!, sento l'odore delle mummie!, esclama ed  la frase (con qualche variante) che ripete pi spesso, quando crede di avere scoperto qualcosa grazie al suo fiuto. Come stavolta. Lo intuisco dal ghigno soddisfatto. Non mi anticipa nulla, per. Decreta soltanto che  necessario eseguire una serie di esami radiologici pi approfonditi. Perci ordina che le due casse siano subito inviate al museo del Cairo, la sua seconda casa.
Bella e volitiva, adorata dal suo popolo e protetta dagli dei, Nefertiti sembrava destinata a un futuro glorioso, anche e soprattutto per il sodalizio d'amore e potere con il marito Akhenaton, il sovrano eretico (1353-1336 a.C.) che, sfidando i potenti sacerdoti di Tebe, proclam il monoteismo, dedicandosi al culto di Aton, il dio Sole. Quanto basta per lasciare il segno.
E invece no. Nefertiti  stata cancellata dalla storia, come se non fosse mai esistita. Di lei e della sua esistenza comunque straordinaria non resta quasi niente. Persino la sua fine appare un enigma. Come e dove sia morta non si sa. E, se  per questo, nemmeno quando con esattezza. Il corpo non  mai stato ritrovato e neppure la tomba. Tant' che il suo nome era sconosciuto al grande pubblico finch nel 1924 il magnifico busto di pietra calcarea che la raffigura con la caratteristica corona blu non venne esposto per la prima volta al museo di Berlino. E fu una folgorazione collettiva. Da allora la dea del Nilo  diventata una celebrit. Un'icona glamour, come Cleopatra, ma anche un moderno simbolo femminista di woman in power, donna vincente. Non a caso la diva del pop Beyonc non solo l'ha voluta come guest star nel servizio fotografico in cui posa nuda, incinta e tra i fiori, ma in un video sfoggia una corona identica alla sua, fatta di trecce. Del resto, la chiamano Queen Bey e tra regine ci si intende.
Insomma, nonostante gli affronti dei nemici e dei millenni, Nefertiti  ancora qui, pi viva che mai. Se solo scoprissimo dove si nasconde.


1.
In missione da Tutankhamon.

 notte fonda quando il container militare con il macchinario per la Tac e il resto delle attrezzature parcheggia a una trentina di metri dall'ingresso della KV62, la tomba di Tutankhamon. Dentro il sepolcro, Zahi Hawass apre con delicatezza il sarcofago d'oro. Adagiata in una sorta di lungo vassoio di legno, lo stesso usato da Howard Carter ottant'anni fa, la mummia del faraone sta per essere portata in superficie per la prima volta. Appena usciamo, di colpo si alza un vento fortissimo che crea giganteschi vortici di polvere. Pochi istanti dopo comincia a piovere a dirotto: un temporale nel deserto. Se non  un segno questo... Sul momento siamo troppo concentrati a trasportare il nostro prezioso carico sano e salvo fino al container, ma dopo, quando  al sicuro, ci confessiamo di aver provato qualche brivido di apprensione, ripensando alla temuta maledizione di Tutankhamon. A parte Zahi, che se la ride. La troupe della TV giapponese che lo stava intervistando  invece corsa via terrorizzata.
 a quell'avventura notturna del 2005 che ripenso - magari accadr qualche prodigio straordinario anche se e quando troveremo Nefertiti - mentre, a fine settembre 2015, sto per atterrare a Luxor. Dal finestrino dell'aereo vedo la sinuosa linea blu disegnata dal Nilo, incorniciata dal verde della vegetazione per qualche chilometro appena, su ciascuna sponda. Poi  soltanto deserto.
 la prima volta che ritorno, dopo la rivoluzione del 2011. Dei tanti bus affollati di turisti, delle navi ormeggiate ai pontili, degli alberghi pieni di luci, del bazar brulicante di vita  rimasto ben poco. Sulla riva ovest del fiume la sagoma piramidale di El-Qurn, la montagna sacra dedicata alla dea Hathor (signora della gioia, della bellezza e della fertilit)  ancora l, identica a come appariva ai sacerdoti che accompagnarono le spoglie dei sovrani nel loro ultimo viaggio verso la Valle dei Re.
A un primo sguardo non sembra che una pietraia arida e polverosa. In realt  il luogo sacro dove i faraoni del Nuovo Regno (che va dal 1550 al 1069 a.C.) avevano edificato i loro sepolcri monumentali e segreti. Nel corso di quasi due secoli di ricerche sono venute alla luce sessantacinque tombe, tra cui quella di Tutankhamon, la KV62 (KV sta per Kings Valley). Appena qualche settimana fa, il 14 agosto 2015, la rivista National Geographic ha pubblicato un reportage esclusivo che ha messo in subbuglio il mondo compassato dell'archeologia. She's back!,  tornata!, annuncia gi alla prima riga l'articolo di Mark Strauss, in cui si racconta di come l'archeologo britannico Nicholas Reeves, dell'universit dell'Arizona, potrebbe avere finalmente individuato la tomba di Nefertiti, morta (si suppone) nel 1331 a.C. Ed  proprio con lui che ho appuntamento quest'oggi a Luxor.
Ogni anno nella Valle dei Re, con decine di archeologi impegnati a tappeto nelle zone di scavo, vengono registrati continui ritrovamenti, senza che nessuno susciti particolare interesse al di fuori di una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Basta per che si faccia il nome di Nefertiti per risvegliare una curiosit planetaria. Figuriamoci adesso che Reeves sostiene che la sfuggente regina potrebbe giacere in una camera nascosta dietro la parete nord della tomba di Tutankhamon.
A questa inedita conclusione  arrivato dopo aver analizzato per un anno le immagini della KV62 scansionate in alta definizione dalla Factum Arte - una societ con base a Madrid, Londra e Milano, specializzata in riproduzioni di opere d'arte in 3D - che le ha pubblicate sul web. Un progetto commissionato da Zahi Hawass nel 2009, quando era ancora segretario generale del Consiglio supremo delle Antichit. L'idea era di costruire una replica esatta della camera mortuaria di King Tut (sono gli americani ad avergli dato questo diminutivo) - poi sistemata in una casetta accanto alla Carter House, all'ingresso della Valle dei Re, e inaugurata il 30 aprile 2014 - per smistare almeno una parte dei turisti che ogni giorno affollano l'ultima dimora del faraone bambino. E preservare cos l'originale dall'eccessiva esposizione agli agenti esterni: l'umidit soprattutto, che  il nemico numero uno delle pitture. Potentissimo in questo caso, considerando che  impossibile non arrivarci sudati, dopo una scarpinata a quelle temperature.
I dettagli emersi, nell'ordine dei 100 micron, ovvero la grandezza di un granello di sale, sono stati per Reeves, che al tempo lavorava al Metropolitan Museum of Art di New York, una rivelazione. Incredibile. Per trent'anni ho perlustrato questa tomba, eppure la scoperta pi interessante non l'ho fatta l dentro, ma su Internet. Poter esaminare la superficie grezza delle pareti della camera sepolcrale in bianco e nero, senza farsi distrarre dai colori dei grandi dipinti, tra cui quello che ritrae la cerimonia funebre di Tutankhamon, gli ha permesso di cogliere ogni minima irregolarit. E ci che pi lo ha colpito  la presenza di quattro linee verticali, nitide e precise, pi o meno alte un metro e mezzo. Due sulla parete nord e due sulla parete ovest, che potrebbero significare due porte segrete.
Premesso: non esistono verit assolutamente condivise, in archeologia. Anzi, la categoria  parecchio litigiosa. Se si interpellano su un dato argomento cinque egittologi  probabile che se ne ottengano altrettante opinioni diverse. Per di pi, nel caso di Nefertiti e di Tutankhamon,  come camminare su una corda tesa tra due grattacieli. Una consapevolezza che a Reeves  costata innumerevoli nottate insonni. Inutile girarci intorno: su questa teoria si sta giocando la sua reputazione di studioso. Se fosse seduto a un tavolo da poker, il suo sarebbe un azzardato all in. Ha tutti gli occhi puntati addosso e lo sa bene. Tanto pi che ha pubblicato il suo studio senza richiedere una peer review, ovvero la verifica paritaria delle ricerche affidata a esperti indipendenti. Non si dovrebbe fare. Lui se n' infischiato.
Conosco Nick dal 2005 e sono felice di rivederlo.  il tipico inglese, molto cordiale, che mette il prossimo di buon umore. Gentilissimo, indossa sempre, persino sui jeans, un blazer blu senza cravatta (se proprio non  costretto dal dress code) e spesso con un lembo di camicia fuori dai pantaloni. Ha un certo successo con le donne, che lo trovano molto charmant.  famoso, per non si d troppe arie. I don't know, non lo so, ripete spesso in questi giorni in cui tutti vogliono sapere se davvero ha trovato Nefertiti. Secondo me Nicholas possiede un occhio particolare, la capacit innata di notare ci che altri non vedono. I'm a maverick, sono un cane sciolto, si autodefinisce. Uno che va controcorrente e ci si trova bene.
Un talento precoce: aveva tredici anni quando inizi a maneggiare reperti. I suoi genitori - il padre faceva il fotografo, la madre gestiva un negozio di articoli fotografici - non potendo badare a lui durante le vacanze, lo iscrissero a un campo estivo per ragazzi. Tra le attivit in programma c'era una visita al museo di Rochdale, vicino a Manchester. Dove, per gioco, gli affidarono uno scatolone di reperti egizi (era proprio destino) da ordinare e catalogare. Si divert moltissimo. E da allora non ha pi smesso.
La sua passione per la Regina del Sole  la trama perfetta per un film, ragionavo intervistandolo la prima volta nel 2005 per il mio documentario su Howard Carter, l'archeologo che scopr la tomba di Tutankhamon. Nick era il curatore della collezione di Lord Carnarvon, il mecenate che finanzi la spedizione di Carter, e mi aiut a ricostruire la storia della misteriosa maledizione del faraone.
Quando lo raggiungo nella sua stanza d'albergo a Luxor, il 26 settembre, la sera che precede l'ispezione preliminare nella tomba di Tutankhamon, passeggia avanti e indietro preoccupato, incapace di stare fermo. Posso capirlo:  stato convocato dal ministro delle Antichit Mamdouh Eldamaty in persona. Se vuole ottenere il permesso di usare il radar dentro la tomba, non dovr convincere solo lui, ma anche una decina di egittologi egiziani, alcuni contrarissimi, che assisteranno al sopralluogo. Per, in fondo, non vede l'ora di procedere. Se sbaglio, ho sbagliato mi dice, fatalista, versandomi una birra presa dal minibar. Se invece ho ragione, le prospettive che si aprono, my friend, sono francamente sconvolgenti.
Se ci avesse visto giusto, molte delle tesi sostenute finora e costruite in decenni di ricerca, sarebbero spazzate via in un istante. Secondo l'ipotesi di Reeves, la tomba di Tutankhamon  troppo modesta per essere quella di un faraone e ha uno schema inconsueto. Solo quattro stanze, nemmeno tanto grandi. Descritta in poche parole si presenta cos: scesi sedici scalini si arriva nell'anticamera scavata, come tutta la struttura, nella roccia viva. Di fronte c' il cosiddetto annesso: un magazzino (2,9 metri per 4) non decorato e ora vuoto. Invece girando a destra, dopo 3 o 4 metri si scende nella vera e propria camera funeraria (4,3 metri per 6,4), visibile ma chiusa al pubblico, con il sarcofago del faraone. L dentro, ancora a destra, un passaggio angusto, non pi alto di 70 centimetri, in ulteriore dislivello, porta alla stanza del tesoro, anche questa off limits per i visitatori.
Nelle immagini dettagliate fornite dalla Factum Arte, Nick sostiene di avere visto nella camera funeraria quattro tagli perfettamente perpendicolari al pavimento. Inusuali per una normale intonacatura, e che potrebbero indicare l'esistenza di due porte murate. Quella sulla parete ovest potrebbe condurre a un'altra camera del tesoro; l'altra, a nord, potrebbe aprirsi su una camera sepolcrale ancora segreta. Quindi la stanza che conteneva il sarcofago di Tutankhamon non sarebbe stata in origine nient'altro che un corridoio, riconvertito per necessit contingenti. Inoltre, nello spazio rettangolare in cui dovrebbero trovarsi le porte nascoste, l'intonaco  pi granuloso. Identico a quello del muro che chiudeva un passaggio e che fu abbattuto da Carter. Meticoloso com'era, l'archeologo britannico ne conserv qualche pezzo, che Reeves ha potuto visionare. Ci che ha visto lo ha confortato. Il materiale  lo stesso. Perci la KV62 sarebbe molto pi grande di quella che conosciamo. E, secondo lui, era destinata a Nefertiti, diventata faraone: sarebbe lei il misterioso Smenkhara.
A partire dal dodicesimo anno del regno di Akhenaton, infatti, il nome della regina scompare da tutte le iscrizioni e questo  un dato accertato. Per alcuni significa soltanto che  morta, per altri che  diventata la coreggente del marito, assumendo il nome di Neferneferuaton (Perfetta  la bellezza di Aton) e poi ancora quello di Ankhetkheperura. Nick  convinto per che, alla morte di Akhenaton - sopraggiunta al diciassettesimo anno del suo regno -, Nefertiti sal al trono (e anche Zahi  ormai di questo parere). Scontentando coloro che, a corte, avrebbero voluto incoronare come successore il figlio del re, Tutankhamon, bench avesse solo sette anni.
Nefertiti-Smenkhara govern per un anno e mezzo, al massimo due. Poi mor e fu seppellita con i dovuti onori nella tomba che le era stata costruita. Questo spiegherebbe come mai la struttura della KV62  orientata verso destra, come tutte quelle delle regine, mentre quelle dei faraoni piegano a sinistra. Lo stesso Howard Carter era consapevole di questa anomalia, a cui non trov spiegazione. Con in mano la planimetria della tomba scarabocchiata su un foglietto, si narra, la gir e la rigir pi volte, scuotendo la testa, cercando di capire come mai fosse irregolare, mentre tutta l'arte dell'antico Egitto  caratterizzata da una perfetta e voluta simmetria. Come nel tempio di Amon a Karnak, con il viale d'ingresso costeggiato da sfingi criocefale (corpo di leone e testa di ariete) e con la grande sala ipostila composta da 134 colonne.
Pure Carter, dunque, sospettava che nella KV62 mancasse qualche stanza. Comunque sia, ragiona ancora Reeves, quando Tut mor all'improvviso, a soli diciannove anni, nel gennaio 1327 a.C. (gli archeologi hanno dedotto la stagione osservando i frutti e i fiori trovati nella cripta) la sua tomba non era ancora pronta, poich nessuno poteva immaginare una fine cos precoce. Succedeva spesso che i lavori fossero ancora in corso. La sepoltura doveva comunque avvenire a settanta giorni dal decesso e la regola non ammetteva eccezioni. Perci fu riconvertita quella gi edificata per l'ultimo faraone che lo aveva preceduto: Nefertiti. Non solo. Nick Reeves  convinto che la maschera d'oro di Tut fosse stata forgiata per una donna (lei) e che grosso modo l'80 per cento del suo corredo funebre appartenesse alla Bella del Nilo in quanto coreggente: tanto era inutilizzato, perch Nefertiti era stata sepolta con quello da re. Tra i suoi colleghi queste deduzioni non suscitano grandi consensi: a occhio direi che soltanto uno su dieci concorda con lui, e mi sono tenuto largo.
Per sapere con certezza se le sue intuizioni sono fondate, bisognerebbe perforare il muro. Qui per non si tratta di due tramezzi in cartongesso, ma di pareti ricoperte da pitture di straordinario valore. Magari basterebbe praticare un piccolo foro in cui infilare una telecamerina a fibre ottiche. La maggior parte degli egittologi tuttavia ritiene impensabile che Nefertiti sia effettivamente sepolta nella Valle dei Re: mai il vendicativo clero tebano avrebbe permesso che la moglie di Akhenaton, il grande eretico che aveva trasformato la religione egizia in monoteismo, venisse tumulata nel luogo pi sacro, lei che era stata la grande sacerdotessa del culto di Aton.
Dal mio punto di vista, a prescindere dal fatto che in una delle ipotetiche stanze adiacenti alla tomba di Tutankhamon ci siano o no le spoglie di Nefertiti, sono convinto che gi localizzare un'altra camera inesplorata, sarebbe una scoperta fantastica. Se poi contenesse un sarcofago d'oro, tanto meglio. La tomba di Tutankhamon  l'unica ad averci consegnato il corredo intatto di un faraone perch, a parte due furtarelli di poco conto, non  stata razziata nei secoli precedenti. Purtroppo, al suo interno non  stato rinvenuto nessun papiro che potesse raccontarci quello che ancora non sappiamo del regno del faraone bambino e della storia della diciottesima dinastia. Perci, quand'anche si trattasse di un semplice ripostiglio, se ci consegnasse documenti o iscrizioni da decrittare, sarebbe comunque un risultato straordinario.
Un regista di documentari come me , a suo modo, un cacciatore di tesori. Magari non sar io a portarli alla luce, ma  importante intuire chi potr farlo. Dove e quando. Per trovarsi nel posto giusto al momento giusto. E da soli. Gi, perch la prima regola del National Geographic Channel  assicurarsi l'esclusiva di un ritrovamento. A ogni costo. Poter raccontare l'evento in diretta, al centro dell'azione,  quello che davvero distingue un buon filmato da tutti gli altri.
Per questo, appena sono venuto a sapere della teoria di Reeves, ho subito telefonato a Zahi Hawass, che al momento si trovava a Los Angeles, per chiedergli che ne pensasse. Per me non si tratta solo di uno dei pi grandi archeologi del mondo, di un professionista serio ed esperto con cui ho lavorato spesso in passato. Ormai  diventato anche un mio buon amico. Lo immaginavo:  parecchio scettico sulla ricostruzione di Reeves. Perci mi mette in guardia sulla concreta eventualit che la tesi si riveli infondata e mi sconsiglia caldamente di procedere con le riprese. Il tutto detto con quel linguaggio assai pi colorito che lo ha reso popolarissimo tra gli appassionati di archeologia. Impossibile. Al cento per cento conclude lapidario.
Non ha molti dubbi, Zahi. L'idea che oltre quel muro ci sia Nefertiti gli sembra pura follia. E prevede che chiunque avaller una simile ipotesi rischier di coprirsi di ridicolo. Me compreso. Faccio l'archeologo da quarant'anni, riesco ad annusare l'odore di una scoperta anche da lontano, quando  nell'aria. E ora non lo sento. Secondo lui la tomba occupata da Tutankhamon era semmai quella costruita per il vecchio Ay, alto ufficiale del regno e poi successore di Tut sul trono d'Egitto. Il suo ragionamento  questo: Parto da una considerazione di buon senso: Howard Carter ha lavorato per dieci anni nella KV62 e sono sicuro che avr cercato ovunque, sondando se i muri erano solidi o se potevano nascondere camere segrete, anche se, ovviamente, non disponeva delle tecnologie sofisticate di oggi. Quanto alle ombre o alle linee o a quel che sia, che Reeves ha notato, chiunque pu vedere forme insolite nella scansione tridimensionale di un muro decorato. Nei rilievi del tempio di Seti primo, ad Abido, qualcuno ha creduto di riconoscere un aereo. Inoltre la costruzione di una tomba dentro un'altra tomba, presente nella diciannovesima dinastia, non ha precedenti nella diciottesima.
Secondo Zahi, Nefertiti non c', e non c' mai stata, dentro la KV62. E per molte ragioni. Primo, non penso che i sacerdoti di Amon avrebbero mai permesso che la moglie di Akhenaton l'Eretico fosse sepolta nella Valle dei Re. Secondo: perch Tut avrebbe dovuto essere interrato nella tomba della sua matrigna? Terzo: lo stile  identico a quello della tomba di Ay e questo proverebbe che in origine era stata costruita per lui. Quando Tutankhamon mor all'improvviso, Ay gliela cedette. Inoltre, perch qualcuno avrebbe dovuto bloccare con un muro ci che gi si trovava all'interno della cripta? Non  mai accaduto. Continuo a ritenere che Nefertiti sia stata sepolta ad Amarna e che la sua mummia, successivamente, sia stata spostata da qualche parte nella Valle dei Re, come quella di Akhenaton.
Io per stimo Nicholas Reeves.  uno studioso fuori dagli schemi, che non ha paura di mettersi in gioco. Per quattro anni ha diretto il progetto archeologico sulle tombe reali di Amarna, la citt in cui Nefertiti e Akhenaton spostarono la capitale, trasferendosi con tutta la corte, ed  considerato uno dei maggiori esperti della Valle dei Re. Ho letto con attenzione il suo studio, apprezzando la prudenza e l'umilt di presentarlo alla comunit scientifica come nient'altro che un'ipotesi. Pi understatement di cos! Ho deciso: seguir il mio istinto.
Mi consulto di nuovo con Zahi. Gli chiedo di intercedere con le autorit egiziane per aiutarmi con i permessi. Devo fare in fretta, se voglio bruciare la concorrenza. Mica facile. Ma niente lo  mai. A settembre ottengo un appuntamento con Mamdouh Eldamaty, il nuovo ministro delle Antichit. E avvio le lunghissime trattative per strappargli l'esclusiva TV per seguire le ricerche della tomba di Nefertiti. Mi trattengo al Cairo per quindici giorni. Alla fine riesco a spuntarla. Via libera: solo io potr assistere al sopralluogo e documentare il successivo lavoro scientifico.
La tecnologia all'avanguardia di cui oggi possono disporre gli archeologi riesce a fornire risultati che solo qualche anno fa erano inimmaginabili, costringendo a riaggiornare di continuo le teorie preesistenti. Il che a volte  uno choc per quelli di vecchia scuola, che vedono anni e anni di indagini complesse eseguite su un corpo mummificato azzerati con una Tac di pochi minuti; legami di parentela ipotizzati dopo mesi di studi, smentiti da un semplice esame del DNA. Perci, se il radar rivelasse ora l'esistenza di una porta, e un foro permettesse a una sonda di arrivare al cospetto di Nefertiti, io voglio esserci, a ogni costo.
La regina delle regine, che regn in uno dei periodi pi floridi per l'arte egizia, potrebbe giacere in un sepolcro in compagnia di una ricchissima collezione di oggetti d'oro, molti pi di quelli ritrovati accanto a Tutankhamon, non solo perch  vissuta pi a lungo di lui, ragiona Reeves, ma perch al momento della morte non era pi solo la moglie del re o la coreggente, ma un vero faraone.
Si parte la mattina alle sei e mezza. Nonostante l'ora, sul pontile si  gi radunata una frotta di gente. Curiosi e perditempo, quelli non mancano mai. E giornalisti, tanti. Una giovane inviata del Times  arrivata in tutta fretta dalla Libia, sperando di accaparrarsi l'esclusiva. Troppo tardi, my dear. Il contratto  al sicuro nella mia tasca. Dobbiamo attraversare il Nilo per raggiungere la Valle dei Re. Sulla sponda opposta, il sole inizia a illuminare la cima di El-Qurn che brilla dorata nel cielo terso. Presto la luce scivoler verso la valle, fino all'ingresso della KV62. L'acqua scura del Nilo sembra ancora pi cupa nel chiarore dell'alba.
Il fiume scorre silenzioso accarezzando le due barche attraccate al pontile. Una  riservata allo staff del ministro e a Nicholas Reeves, la seconda  per il resto della spedizione: salgo insieme a Peter Hessler, giornalista americano del National Geographic, ad Alessandro Ojetti, il mio insostituibile braccio destro, e a due operatori inglesi carichi come dromedari. Prego di aver portato abbastanza memory card (l'equivalente delle pennette nei PC) per le quattro cineprese elettroniche e le tre GoPro. Non posso mica tornare indietro.
Sbarcati sull'altra sponda, rimontiamo sui nostri pick-up diretti alla Valle dei Re. Su questa strada, anno dopo anno, ho filmato non so quanti studiosi mentre si avvicinavano con trepidazione al luogo dove Howard Carter aveva scoperto la tomba di Tutankhamon nel 1922. Dopo quasi un secolo, non c' archeologo che non si presenti carico di belle speranze e sogni di gloria. Perfino un tipo razionale come Nicholas mi ha confessato di sentirsi un Carter 2.0, in cerca di porte segrete e tesori nascosti.
In pochi giorni la sua teoria ha fatto il giro del mondo sul web. Questo, il celebre predecessore non saprebbe apprezzarlo, come non avrebbe mai immaginato di poter ricorrere a strumenti di indagine sofisticati come la tomografia assiale computerizzata. O all'esame del DNA e a tutte quelle analisi che potremo utilizzare, se l'ispezione convincer il ministro che l'ipotesi di Nick  fondata. Un se mica da poco.
Oltrepassato l'ingresso, superiamo la casa dove visse Carter, con le mura mimetiche dello stesso colore del terreno. Quasi nessuno si ferma a visitarla, forse perch, arrivati qui, ci si aspetta di scendere sottoterra e non si fa attenzione a quel che sta alla luce del sole.
Arriviamo nel cuore della Valle dei Re. Sulla spianata davanti all'ingresso della KV62 troviamo schierati almeno un centinaio tra giornalisti, fotografi e cineoperatori. Non mi preoccupo. Fuori possono fare tutte le domande e le riprese che vogliono, ma dentro, a filmare gli studi scientifici, posso entrare soltanto io. Saranno le otto del mattino, ma il sole  gi alto e il sudore imperla la fronte di Nicholas Reeves. Gli occhiali scuri nascondono i segni delle notti in bianco, compresa l'ultima. La tensione  palpabile. In pochi istanti viene circondato da microfoni e telecamere.
Si mostra cauto. E come non capirlo? Le possibilit di successo di questa operazione sono 50 e 50 ripete pi di una volta. Poco pi in l, uno scettico Mamdouh Eldamaty sta spiegando il perch di quel sopralluogo, precisando per che sarebbe molto sorpreso se si trovasse qualche evidenza a conferma della teoria di Reeves. Non proprio un grande incoraggiamento, quello del ministro delle Antichit.
Mentre scendiamo dentro la tomba, posso solo immaginare l'ansia dell'archeologo inglese che cresce gradino dopo gradino. Appena entrati nella camera sepolcrale, Nicholas procede subito verso la parete che gli interessa. Cerca una conferma delle linee verticali, che nelle scansioni tridimensionali erano cos nette. Dal vero, invece, sono quasi invisibili.
La tensione sale a mille. Da una parte c' Nicholas con la sua teoria rivoluzionaria, dall'altra chi  pronto a demolirla (e non vede l'ora). Distruggendo anche la sua carriera. Carter era un archeologo scrupoloso, se qui ci fosse stato dell'altro lo avrebbe scoperto borbottano i suoi detrattori. Pu darsi. Per Carter poteva al massimo battere sul muro per sentire se dietro c'era un vuoto, mica aveva il radar.
Il ministro Eldamaty, in maglietta giallo sole, osserva, scruta, consulta i suoi esperti. Avvicina il viso alla parete. Aggrotta le sopracciglia. Piega il collo, cambia prospettiva. Appena si allontana per confabulare con qualcuno dello staff, Nick si mette nella sua stessa posizione, come a cercare quel qualcosa che Eldamaty potrebbe avere visto. O non visto. Mostafa Waziri, direttore del sito della Valle dei Re, gesticola e parla con tono concitato. Non crede affatto che al di l dei muri nord e ovest possano esserci altre stanze. L'unica discontinuit individuabile, a suo parere,  una crepa dovuta a un movimento tellurico.
Come se non bastasse lo stress, dentro la tomba fa un caldo infernale. Si suda come dannati, ogni volta che scendo l sotto perdo almeno un chilo o due. Inoltre c' tantissima polvere, basta un niente per farla alzare, si respira a fatica. Non ci si pu sedere da nessuna parte e anche questo, dopo tre o quattro ore,  un tormento. Una volta mi portai dietro un panchetto pieghevole, come una vecchia zia. Quanto l'ho benedetto!
Io e i miei operatori dobbiamo stare bene attenti a come ci muoviamo. Non possiamo commettere errori, circondati da dipinti preziosi e delicatissimi. Dovessimo graffiarli credo che ci arresterebbero su due piedi. Per poter filmare ci servono le luci. Fredde, a led, per non surriscaldare l'aria e rovinare i delicati decori funerari. Posate sui cavalletti, a 30 centimetri dalle pareti. A volte le reggo io personalmente, per evitare che qualcuno possa inciampare nel treppiede e farle volare addosso a qualche reperto.
Reeves  col naso a pochi centimetri dalla parete, quando la voce del ministro rimbomba nella cripta. Professore, guardi qui! Oltre questa linea verticale, se ne vede un'altra! grida Eldamaty indicando l'affresco sulla parete nord. Non so se in questo momento il cuore di Nicholas si sia fermato o abbia fatto un doppio salto. Per la prima volta lo vedo accennare un sorriso.
Quattro ore dopo, risaliamo in superficie. Respirare di nuovo l'aria pulita  una sensazione meravigliosa. Penso che Nick non abbia mai sentito il cielo cos amico, come in questo momento.
Appena usciti, veniamo assaliti dalla truppa di giornalisti, fotografi e cineoperatori di cui sopra, estenuati dalla lunga attesa, che urlano e si spintonano per guadagnare la prima fila. Riportata la calma, il ministro delle Antichit conferma ufficialmente che il gruppo di archeologi egiziani e stranieri presenti alla verifica concorda che la parete nord e la parete ovest della tomba di Tutankhamon potrebbero celare due camere segrete.
Il nervosismo  passato, si pu anche scherzare. Che succede se poi alla fine non dovessimo trovare nulla? gli domanda Nicholas, prendendolo da parte, un po' preoccupato. Oh, non si preoccupi, caro Reeves, al massimo la arrestiamo e la portiamo sulla piazza del Cairo risponde ridendo Eldamaty.
Al rientro dal lungo sopralluogo, Nick appare esausto (e io non sono da meno). Il carico di emozioni lo ha messo a dura prova. Il confine tra diventare l'archeologo del secolo o lo zimbello del mondo scientifico era molto sottile. Mi sento stordito ammette. Ho lavorato a questa ricerca ogni santo giorno, per pi di un anno. Se ieri sera era un uomo teso e insonne, adesso il suo umore vira decisamente al bello. Preso dall'entusiasmo, il ministro Eldamaty gli ha addirittura chiesto se deve iniziare i lavori per costruire una nuova ala nel museo del Cairo, in vista del ritrovamento. Spero che stesse scherzando osserva Nick, perplesso.
Ma ormai il circo Barnum  partito. Le agenzie di stampa hanno diffuso i risultati dell'ispezione di oggi e le dichiarazioni delle autorit egiziane. A breve, c' da giurarci, assisteremo all'esplosione di un'ennesima Nefertiti-mania. Mi sa che sei in un mare di guai, Nick lo punzecchio. Forse davvero ha ragione lui. E dietro ad alcuni degli affreschi pi importanti della storia egizia si nascondono due camere segrete. E magari anche lei, l'inafferrabile Nefertiti.
Potr dircelo soltanto il georadar.
iTalia


2.
Qual  il vero volto di Nefertiti?

La mummia senza testa  di una giovane donna. Il cranio non  stato pi trovato, ruzzolato non si sa dove n quando. O rubato come macabro souvenir della tomba KV21. Per ora si chiama ancora e soltanto A. Di lei restano il retro del busto, con la spina dorsale quasi intatta, porzioni di gambe e braccia. I piedi sono terribilmente storti, specie il destro. In vita  stata snella, di statura media (circa 1 metro e 62 centimetri). Quando  morta doveva avere pi o meno venticinque anni. La mummia B  un po' pi alta (1 metro e 68) e meglio preservata. Di anni doveva averne almeno quaranta.
Sono le due che Zahi Hawass ha mandato al museo del Cairo nel 2009. Ve l'ho detto, no, che sembrava soddisfatto. In questi anni le ha risistemate, studiate, analizzate (e ve ne riparler pi avanti). Non ha ancora dei risultati definitivi, ma  ottimista. Magari mi sbaglio, ma non credo proprio: sono convinto che la mummia B della KV21 potrebbe essere Nefertiti. Abbiamo prove per ritenere che quella senza testa appartenga a Ankhesenamon, la sua terza figlia, moglie di Tutankhamon. E poich gli antichi egizi a volte seppellivano insieme madre e figlia, forse l'altra  proprio Nefertiti. Dunque la Bella sarebbe gi uscita dall'oscurit e non si nasconderebbe, come sostiene Nicholas Reeves, nel retro della tomba di Tut. Anzi, al momento si troverebbe in una teca nella Sala delle mummie del Museo Egizio, in attesa di essere riconosciuta, omaggiata e riverita con tutti gli onori. La risposta definitiva potr darla soltanto un'ulteriore analisi del DNA. Non appena arriveranno i fondi: sono esami lunghi e costosissimi.
La KV21 fu scoperta nel 1817 da Giovanni Battista Belzoni, esploratore, avventuriero e grande viaggiatore padovano che, prima di sbarcare in Egitto, aveva lavorato in un circo di Londra come uomo forzuto (era alto 2 metri e pesava un quintale abbondante) con il nome d'arte di Patagonian Samson, il Sansone della Patagonia: il suo pezzo forte era caricarsi sulle spalle una piramide di dieci persone. Quel giorno del 1817 annot sul diario: In un angolo della camera funeraria, sul pavimento, abbiamo trovato due mummie, spoglie, senza indumenti n sarcofago. Erano due donne, avevano i capelli lunghi e ben conservati, anche se, tirandoli, si staccavano facilmente.
Dunque, i resti erano allora in buone condizioni. La tomba rimase aperta per circa un decennio e fu completamente invasa da terra e detriti trasportati dalle alluvioni. Tant' che quando, nel 1989, gli scavi sono stati ripresi dall'archeologo americano Donald Ryan,  stato difficile persino localizzarne l'ingresso. Nel frattempo per le mummie erano state gravemente danneggiate, fatte a pezzi dai vandali. Una testa fu trovata a faccia in gi in un corridoio, l'altra era scomparsa. Ryan sugger che forse, per via dei lunghi capelli, uno dei razziatori se l'era portata via come ricordo. Dopo averle riassemblate, ha notato che erano state imbalsamate nella tipica posa regale con il braccio sinistro piegato sul petto e la mano contratta di chi impugna uno scettro. Una caratteristica della diciottesima dinastia, la prima delle tre del Nuovo Regno, che coincise con il momento di massimo splendore dell'Egitto e occup un arco temporale di circa due secoli e mezzo, tra il 1550 a.C. e il 1295 a.C. Oltre al predominio territoriale e militare sui nemici, fu caratterizzata dall'avvento delle donne al potere.
La regina Hatshepsut affianc Thutmose secondo e poi divent lei stessa faraone. Tiy, che non aveva origini nobili, regn assieme al consorte Amenofi terzo e favor proficue alleanze con i regni confinanti condividendolo di buon grado con altre mogli straniere. Ma rest sempre la preferita e la pi influente: una volta il re, per farsi perdonare, le regal un lago artificiale, realizzato precettando per due settimane 250.000 operai.
I due abitavano a Malqata, sulla sponda occidentale del Nilo, in un palazzo sontuoso con pareti dorate e pavimenti d'argento: Amenofi terzo, detto il Magnifico, mangiava in piatti d'oro e amava le donne, il vino, il canto, le feste sull'acqua e le battute di caccia a leoni e tori selvatici. Rest sul trono per trentasette anni. Si fece ritrarre, seduto e con le mani sulle ginocchia, lo sguardo rivolto a est, verso il sole, nei colossi di Memnon (cos vennero ribattezzati pi tardi in onore dell'eroe Memnone, ucciso da Achille nella guerra di Troia), due statue gemelle alte 18 metri - quanto un palazzo di sei piani - e del peso di 720 tonnellate, che si stagliano nella piana di Luxor.
Al mattino uno dei giganti di pietra, forse per la presenza di una crepa, accarezzato dal vento produceva un suono che a seconda dell'intensit somigliava a un canto o a un lamento. Divenne un'attrazione turistica per gli antichi greci e romani, che viaggiavano per settimane per andare ad assistere al prodigio e incidevano (vandali pure allora) graffiti ricordo sulla base. Nel 130 d.C. ci fece tappa anche l'imperatore Adriano con la moglie Sabina. Dopo che, intorno al 200, l'imperatore Settimio Severo fece restaurare l'opera, danneggiata da un precedente terremoto, il colosso non cant mai pi.
Alla base delle due statue di quarzite, sul trono,  scolpita la figura di Tiy (in realt c' anche quella di Mutemuia, la madre del sovrano), come a simboleggiare un legame indissolubile tra il faraone e la sua regina. Durante il loro regno nacque Nefertiti, che poi sposer il principe ereditario Akhenaton.
Sono in taxi nel traffico di Berlino, in una uggiosa giornata dell'ottobre 2009. Mi sto dirigendo al Neues Museum, dove  conservato il pi famoso busto di Nefertiti. Accanto a me c' Bettany Hughes, inglese, esperta di storia antica e studiosa del ruolo femminile nel mondo classico. Ci ha mandato qui in missione Zahi Hawass, quando ha saputo che la statua  stata sottoposta a una nuova Tac e sono pronti i risultati. Vuole saperne di pi. Ogni dettaglio pu essere di vitale importanza per ricostruire eventi di cui sappiamo ancora poco. Siamo i suoi 007 archeologici con licenza di filmare.
In cima alla scalinata ci attende la direttrice, Eva Kraus, per accompagnarci al cospetto della regina. Non  proprio cordialissima, anzi. I rapporti con Zahi sono tesi da quando, un anno e mezzo fa, i colleghi tedeschi gli hanno negato il prestito del busto per una mostra, sostenendo che fosse troppo fragile per affrontare un viaggio di 4828 chilometri fino al Cairo. Chiss, magari segretamente temevano che avrebbe trovato una scusa per tenerselo. Lui, in ogni caso, se l' legata al dito con un doppio nodo.
Il museo  ancora chiuso al pubblico, perci si ha la sensazione di un'udienza privata. La luce nella teca blindata la esalta, eclissando il resto della sala. Nefertiti mi ha sempre dato l'idea di una donna forte e carismatica, enigmatica e fredda quanto basta. Eppure, a guardarla adesso, mi trasmette un senso di distaccata malinconia. Del resto non poteva che essere cos, con la Monna Lisa del deserto. Bettany sostiene che la bellezza di Nefertiti, agli occhi del suo popolo, non fosse considerata una semplice coincidenza, ma un segno innegabile della benevolenza degli dei verso la loro prediletta.
Il suo  un ideale estetico universale, uno stile senza tempo, imitatissimo. La carnagione ambrata, le labbra rosso scuro, la pelle liscia, gli zigomi alti, cesellati come per esaltare il taglio allungato degli occhi, scuri e grandi, bordati di kohl (al sinistro purtroppo mancano iride e pupilla), il disegno perfetto delle sopracciglia nere sotto la fronte cinta dalla corona cilindrica blu e oro che la rende inconfondibile. Praticamente senza difetti. Eppure potrebbe esserci qualcosa che la nostra vista non  in grado di cogliere. Ecco perch i risultati della radiografia tridimensionale sono cos importanti.
Squilla il cellulare della Kraus. La informano che  arrivato il dottor Alexander Huppertz, direttore dell'ISI (Imaging Science Institut), che ha eseguito la Tac per verificare le condizioni di conservazione del reperto e accertare che non presentasse alcun deterioramento. Il busto di Nefertiti  uno dei capolavori pi preziosi della storia dell'arte (egizia e non solo) e il museo ha una grande responsabilit. Il primo responso  positivo: la statua  in buone condizioni. Ma c' dell'altro. Ed  ci che pi ci interessa.
Ci spostiamo nell'ala dei laboratori. Con gli occhi puntati sullo schermo vediamo il busto ruotare in 3D. E comincia un viaggio straordinario. Nefertiti, che nel ritratto dimostra circa venticinque anni, viene virtualmente spogliata del primo strato di stucco, rivelando, sotto l'immagine perfetta, la donna vera, con rughe e imperfezioni dell'et. Come se le avessimo tolto il trucco. O annullato il ritocco regalatole dal photoshop o da un minilifting. Le irregolarit della superficie potrebbero essere soltanto uno stratagemma dello scultore per far meglio aderire la pittura alla pietra. Oppure la rappresentazione realistica di una donna pi matura, con i segni di espressione sul bel viso, intorno agli occhi e alla bocca. Con l'ovale meno tonico, le zampe di gallina e una lieve protuberanza sul naso.
Sarebbe una prova che Nefertiti  vissuta molto pi a lungo di quello che si  sempre pensato. Un indizio rivelatore si trova in una scena dipinta nella tomba di Meryra, alto sacerdote di Aton. Raffigura una processione che si svolge nel secondo mese del dodicesimo anno del regno di Akhenaton, in cui  presente la famiglia reale al gran completo: il faraone, Nefertiti e le sei figlie. Re e regina sono seduti vicini, quasi sovrapposti. Come a significare che condividono lo stesso ruolo. Nefertiti ha dunque ottenuto una promozione.
Poco dopo, il suo nome scompare da tutti i documenti, ma non perch sia morta. Contestualmente, infatti, appare Neferneferuaton-Ankhetkheperura, l'identit che avrebbe assunto in questa sua nuova veste di coreggente di Akhenaton. Prima di fare un ulteriore scatto di carriera e diventare il faraone Smenkhara, come ormai concordano quasi tutti gli studiosi, Zahi compreso.
Un tempo gli egittologi ritenevano invece che la regina fosse scomparsa proprio in quel dodicesimo anno, vittima della pestilenza scoppiata nella valle del Nilo, come riportato su una tavoletta di creta babilonese. Nel 2012 per, in una cava di calcare a Deir El-Bersha,  stata rinvenuta un'iscrizione risalente al sedicesimo e penultimo anno di regno di Akhenaton, in cui si parla della Grande Sposa del re, sua amata, Signora delle Due Terre. Quindi a quel tempo era ancora viva e vegeta. E saldamente al suo posto.
Potrebbe dunque essere stata lei, rimasta vedova un anno dopo, a gestire il ritorno da Amarna a Tebe e all'ordinamento religioso tradizionale. E a reggere il regno per conto di Tutankhamon, in attesa che l'erede designato raggiungesse l'et giusta per insediarsi sul trono. A sette, otto anni era davvero troppo piccolo. L'Egitto per non poteva aspettare. Aveva bisogno di un faraone. E la scaltra Nefertiti colse al volo l'occasione che aspettava da tutta una vita.
Qualche anno fa, io e Indiana Jones Hawass ci siamo infilati a dare un'occhiata nella tomba che Akhenaton si fece costruire ad Amarna. Scendiamo quasi ruzzolando (l'ingresso  molto ripido) fino al livello inferiore, dove c' un secondo ambiente, pi piccolo, destinato in origine a ospitare Nefertiti. Ma il grande loculo sopraelevato, scavato nell'arenaria,  rimasto desolatamente vuoto. Con i pantaloni pieni di polvere, non ci resta che fissare la rientranza nella pietra che si trova all'altezza delle nostre spalle. Il fascio luminoso della torcia accarezza la parete grezza. Vedi, Nefertiti avrebbe dovuto trovarsi qui borbotta Zahi pensieroso, scuotendo la testa, aggrottando le sopracciglia cespugliose. Invece non c' proprio nulla. Non posso dargli torto.
Nemmeno il tempo di pensare che la nostra visita a quel punto  gi terminata che Zahi prende la rincorsa, fa un balzo in avanti e si aggrappa alla roccia per infilarsi nell'antro buio (e ancora oggi mi domando come ci sia riuscito, visto che quel giorno, anzich i soliti scarponi con la para, si era messo le classiche scarpe nere di pelle con i lacci, quelle da ufficio). Lo guardo penzolare pericolosamente, preoccupato che cada di schianto all'indietro. Non lo facevo cos atletico. Invece lui, come se niente fosse, si infila dentro l'anfratto, veloce come un ghepardo. E procedendo quasi carponi continua a illustrarmi l'interno spoglio, come a una conferenza.
Di Nefertiti in effetti sappiamo davvero poco. Nemmeno la data di nascita esatta (la pi probabile  il 1370 a.C.). Persino le sue origini sono misteriose. Come se fosse apparsa dal nulla. Prendendo alla lettera il significato del suo nome (la Bella  arrivata) si  ipotizzato che fosse una principessa straniera (la figlia del re dei mitanni) giunta dall'Asia Minore alla corte di Tebe per sposare l'erede al trono o che gi facesse parte dell'harem che Akhenaton eredit dal padre. Suggestivo e romantico, per poco plausibile. Il nome Nefertiti non era comune, ma nemmeno decisamente esotico. Nella tomba di Nakht, un funzionario del tempio di Amon vissuto ai tempi di Amenofi terzo, compaiono due varianti simili: Nefert-Waty (L'unica Bella) e Neferteni (La mia Bella).
Molto pi probabile che la futura sovrana fosse egiziana (forse di Akhmim) e che facesse parte dell'lite tebana, comunque di una famiglia molto legata a quella reale. Per Zahi  possibile che fosse la figlia di Ay, il successore di Tut. I genitori, che non vengono mai menzionati in documenti o iscrizioni, erano ben inseriti a palazzo. Forse Nefertiti era addirittura la nipote della regina Tiy, la Grande Consorte reale, madre di Akhenaton. Frequentando la corte fin da bambina,  possibile che l'erede al trono, che ancora si chiamava Amenofi IV, fosse un suo compagno di giochi, a cui era stata promessa quando era piccola. Magari proprio su indicazione della potente zia.
Lo spos a dodici, tredici anni. Lui ne aveva appena tre o quattro di pi. Bella, certamente. Minuta, occhi marroni, carnagione ambrata, capelli castano scuro o neri, che per portava rasati, come quasi tutti durante il Nuovo Regno, per sopportare meglio il caldo e tenere lontani gli insetti e la polvere del deserto. Akhenaton (bruttino, pare di capire) era un sognatore. Aveva studiato a Eliopoli e scriveva poesie. Si innamor di lei. La chiamava Signora della gioia. Zahi sostiene che non sapremo mai con certezza se, tra loro, si sia trattato di vero amore o di un matrimonio combinato. Magari entrambe le cose. Insieme ebbero sei figlie: Meritaton, Maketaton, Ankhesenamon, Neferneferuaton junior, Neferneferura e Setepenra. Ma non l'erede maschio.
I primi anni li trascorsero a Tebe, poi lui decise di rivoluzionare la dottrina religiosa, proclamando il monoteismo, e di stabilire la nuova capitale in pieno deserto: Amarna. L'Egitto di allora era un paese ricco, benedetto dalle risorse naturali e dall'abbondanza d'acqua, un impero che si estendeva dalla Nubia all'Eufrate. Grazie ai tributi e ai bottini di guerra le casse reali erano floride come non mai. Durante i circa undici anni in cui la famiglia reale risiedette ad Amarna, il regno ferveva di attivit: del resto c'era un'intera citt da costruire dal nulla.
Tra gli artefici di questa celebrazione architettonica del dio unico e del faraone che ne era l'intermediario in terra, ci fu senz'altro Thutmose, l'artista ufficiale di corte, che aveva una bottega molto grande e numerosi artigiani ai suoi ordini. Non ne conosciamo la ragione, ma il capo scultore fece sigillare una stanza con dentro oltre una ventina di statue, quasi tutte riproduzioni di volti. Forse intendeva semplicemente conservarle come campionario per incarichi futuri o metterle al sicuro, prima di rientrare a Tebe con i sovrani, per poi tornare a prenderle in un secondo momento.
Non ci riusc mai, il che fu una fortuna per gli archeologi tedeschi della Deutsche Orient-Gesellschaft, guidati da Ludwig Borchardt, che scoprirono la collezione nascosta tra i resti di una casa di mattoni d'argilla, durante la campagna di scavi del 1912. Poco dopo la pausa pranzo, quel 6 dicembre, nella stanza 19 dell'edificio P47, il capomastro Ahmed al-Sanussi, mentre sgomberava un cumulo di detriti alto un metro e dieci, dissotterr un grosso reperto. A prima vista sembrava proprio il collo color carne di una statua, con sopra dipinti dei nastri rossi. Ahmed corse a chiamare Herr Borchardt.
E fu allora che il busto di Nefertiti riemerse dall'oblio, catalogato sbrigativamente come reperto numero 748. Era quasi integro, a parte qualche graffio, nonostante fosse caduto a testa in gi da uno scaffale di legno divorato dalle termiti (invece il busto gemello di Akhenaton era in pezzi, irrecuperabile). Mancavano solo la pupilla e l'iride dell'occhio sinistro, perse probabilmente prima del ritrovamento o lasciate incompiute da Thutmose, e le orecchie erano scheggiate, ma lo stato di conservazione generale era notevole, probabilmente grazie al clima asciutto di Amarna e alla sabbia che lo ricopriva. Poich era quasi buio, il reperto fu sistemato in una tenda e il professor Hermann Ranke venne incaricato di fare la guardia. Tempo dopo, scherzando, raccont di avere dormito accanto alla bella Nefertiti.
Nella spartizione dei reperti concordata al termine degli scavi tra il materiale che sarebbe stato portato in Germania e quello destinato a restare in Egitto, il busto di Nefertiti fin, forse con qualche astuzia pilotata, nella prima lista. Zahi sostiene che chi smist gli oggetti imbratt la figura con del fango in modo da occultarne la bellezza e non attirare le attenzioni degli ispettori locali. Di certo Borchardt sapeva di aver fatto un gran colpo: Mettemmo le mani sulla pi splendida opera d'arte dell'antico Egitto scrisse nei diari. Impossibile descriverla, bisogna vederla.
Il capolavoro viaggi verso l'Europa imballato in un'anonima cassa di legno con attaccata l'etichetta Cocci di terracotta. Quando poi la scultura fu esposta a Berlino, nel 1924, in molti ne rimasero incantati e l'immagine inizi a fare il giro del mondo. Era scoppiata la prima scintilla della Nefertiti-mania. Una passione che da quel momento sar destinata a riaccendersi ogni volta che una campagna di scavi riporta alla ribalta il nome della misteriosa regina dagli occhi bistrati.
Le autorit egiziane hanno chiesto pi volte la restituzione del busto, ma senza successo. Nel marzo 1934, in pieno nazismo, Joseph Goebbels, durante un pranzo con Hitler, cerc di convincerlo a donarlo a re Fuad I d'Egitto, come gesto distensivo tra i rispettivi Paesi, pi che altro per assicurarsi un alleato nel Mediterraneo orientale. Affascinato dal ritratto di Nefertiti, il Fhrer si oppose con decisione alla cessione, dichiarando che avrebbe costruito un museo apposta per lei. Zahi Hawass ne ha fatto una battaglia personale. Se dovesse tornare al Cairo, la Germania perderebbe un tesoro quasi inestimabile, assicurato per 390 milioni di dollari.
Alcune delle risposte che cerchiamo potrebbero essere a Luxor, sulla riva destra nel Nilo, dove sorge il complesso templare di Karnak, uno dei pi vasti al mondo, dato che si estende per circa due chilometri e mezzo e comprende il grande tempio di Amon, quello di Mut (sua moglie) e quello di Khonsu (il figlio), la triade delle divinit tebane, oltre a varie altre costruzioni. Visitarlo  come camminare tra le pagine di storia millenaria dell'antico Egitto poich fu realizzato in pi riprese e da faraoni diversi, dalla diciottesima dinastia al periodo grecoromano, a volte modificando o riutilizzando le strutture preesistenti. E ci si rende conto di come le maestose architetture egizie fossero simboli di perfezione. A modo loro sono modernissime, quasi minimaliste nel disegno, simili a installazioni di arte contemporanea.
Eppure, qui dove  racchiusa la storia di generazioni di sovrani non c' alcuna traccia di Akhenaton e di sua moglie. Il tempio che il re si fece erigere, prima di trasferirsi ad Amarna, dopo la sua morte fu smontato pezzo a pezzo, per cancellare il suo ricordo. Una damnatio memoriae in piena regola. Le pietre, riciclate come materiale di risulta per riempire le fondamenta, le colonne e gli interstizi degli altri edifici sacri, furono recuperate dagli archeologi solo in epoca recente. Quando i blocchi di pietra tornarono alla luce, nel 1930,  come se Akhenaton e Nefertiti avessero ricominciato a vivere. In un certo senso, averli oscurati alla fine li ha salvati.
A qualche centinaio di metri dalle rovine, accanto al muro ovest del tempio di Khonsu, si trova l'immenso deposito in cui i ricercatori dell'ARCE (American Research Center in Egypt) hanno catalogato quasi sedicimila blocchi della costruzione. Sono come un immenso puzzle che compone la vita di Akhenaton e Nefertiti. Zahi ha saputo che sono state isolate alcune immagini della regina e mi ha raccomandato di fotografarle.
Non chiedo di meglio. Novembre 2009. Mi avvio verso il magazzino Pennsylvania (cos chiamato in ricordo di una spedizione precedente, sponsorizzata dall'universit di Filadelfia) con Jocelyn Gohary, direttrice della missione. Rawya M. Ismail, il suo collega egiziano, ha un enorme mazzo di chiavi legato alla cinta dei pantaloni, da fare impallidire san Pietro. La ricerca di quella giusta per aprire un lucchetto  un momento cruciale in qualunque campo di scavo. Ce ne sono a centinaia. A volte, purtroppo, finiscono per mischiarsi e allora sono guai, perch puoi passare anche due ore ad aspettare. Un vero disastro, quando magari c' in visita il ministro e non lo si pu mica lasciare ad arrostire al sole.
Stavolta, per fortuna, non ci sono intoppi. Varcato il portone di legno, entriamo nell'edificio di mattoni rossicci, grande come un hangar. Basta un'occhiata per rendersi conto del lavoro immane dei ricercatori, che con pazienza infinita hanno saputo recuperare e riordinare i massi di pietra che componevano le mura del tempio e ora sono conservati qui dentro. Percorriamo i corridoi polverosi. Montagne di blocchi di arenaria, a destra e a sinistra, protetti da teli di plastica. Quelli di formato piccolo, i talatat (dall'arabo talata, tre, perch erano grandi grosso modo tre palmi), misurano 52x22x26 centimetri e pesano circa 60 chili. Su ognuno c' una lunga incisione, ovvero migliaia di simboli da decifrare. Sono solo una parte del tempio di Akhenaton, eppure ciascuna di queste pietre ha qualcosa da raccontare.
Viene scostato un telo.
 lei? domando emozionato.
S,  proprio lei conferma la dottoressa Gohary.
Nefertiti mi appare in tutta la sua trionfante regalit, forse impegnata in un rito religioso, prerogativa che non era concessa a tutte le regine. A lei s. Una donna giovane e bella che ricopre un ruolo di grande potere. La prima vera first lady della storia.
Qualche tempo dopo io e Zahi, con la mia troupe al seguito, ci aggiriamo tra le pareti riccamente istoriate del tempio di Luxor, fatto edificare da Amenofi terzo, padre di Akhenaton. Uno sfarzo pazzesco, considerato che il resto della citt era un ammasso di catapecchie. Nelle giornate assolate, all'ombra delle immense colonne e con la brezza che si alza dal Nilo, si pu davvero credere di vedere la regina Nefertiti sul cocchio d'oro trainato da cavalli impennacchiati, con la tunichetta trasparente e svolazzante, un braccio allacciato intorno alla vita di Akhenaton.
Zahi vuole mostrarmi un'immagine ben precisa. Persino lui, per, ci mette un po' a orientarsi. Fa un caldo tremendo - il vento oggi  un miraggio - e ho dimenticato il cappello (lui no; figuriamoci, sono inseparabili) e dentro di me sto calcolando quanto tempo mi resta prima di prendermi un'insolazione. Spero che Zahi faccia presto, ma ovviamente non dico nulla e soffro in silenzio.
Finalmente troviamo quello che siamo venuti a cercare. Un rilievo che rappresenta la barca reale, su cui  ritratta una donna con un copricapo inequivocabile: una corona alta e dalla parte superiore piatta, attribuibile con certezza solo a Nefertiti. Che qui, per,  raffigurata nel gesto di infliggere il colpo di grazia a un prigioniero, anzi a una prigioniera, con una scimitarra. Sta uccidendo un nemico dell'Egitto, un gesto di solito non concesso a una regina, ma riservato al re (una scena simile si trova anche su una lastra di pietra conservata al Museum of Fine Arts di Boston). E questo pu voler dire solo una cosa: che alla fine Nefertiti ce l'ha fatta.  diventata faraone.
Dal 1912 a oggi la sua storia  un complicato work-in-progress, in cui ogni egittologo tenta di dire la sua. Sono molti quelli che addirittura mettono ancora in dubbio la sua appartenenza alla stirpe reale. Impossibile non restarne stregati. Trovare Nefertiti  il sogno di ogni archeologo, dal pi sconosciuto al pi autorevole. O un incubo per chi, su una teoria, si gioca carriera e reputazione. Perci comprendo perch Reeves, nonostante sia convinto di ci che afferma, abbia messo le mani avanti, presentando il suo studio come un'ipotesi e niente di pi. Non sono pochi quelli che si sono bruciati per sempre, smentiti dall'impietoso verdetto della tecnologia.
Un caso eclatante  stato quello dell'archeologa britannica Joann Fletcher (ve l'ho gi presentata prima) che il 9 giugno 2003, dopo avere a lungo esaminato tre mummie rinvenute dall'archeologo Victor Loret nel 1898 nella tomba di Amenofi secondo - appartenenti a due donne, una pi vecchia e una pi giovane, e a un bambino - annunci che uno dei corpi mummificati della KV35, la Younger Lady, era proprio quello di Nefertiti. Come prove a supporto della sua ricostruzione, per cui impieg non uno ma dodici anni, la Fletcher - che si  dedicata allo studio delle acconciature nell'antico Egitto visto che in famiglia vanta antenati e parenti parrucchieri o barbieri, quindi  del mestiere - port una corta parrucca in stile nubiano come quella usata dall'affascinante sovrana (che aveva il cranio rasato a zero e per questo Loret, che oltretutto lavorava a lume di candela, pens si trattasse di un maschio), trovata vicino alla mummia. E una porzione del braccio destro, con il gomito piegato e le dita strette come a reggere uno scettro, che secondo la Fletcher combaciava con il corpo privo dell'arto.
La Younger Lady era dunque, a suo avviso, una regina o un faraone. Inoltre un orecchio della defunta aveva un doppio foro nel lobo, un vezzo tipico di Nefertiti e poche altre. Tra i resti c'erano delle perline d'oro risalenti all'epoca di Amarna, simili a quelle del pettorale che la regina indossa nel celebre busto. La ricerca di Nefertiti  finita? Per me s dichiar impavida la studiosa. Sottolineando oltretutto un'evidente somiglianza tra la mummia della KV35 (che presentava un profondo squarcio sulla guancia destra) e il busto del museo di Berlino.
Tra i colleghi, per, non ebbe molto credito, anzi. Zahi la stronc senza piet: Un cumulo di bugie fantasiose. Uno scienziato non pu permettersi di fare un annuncio simile, se non  sicuro al cento per cento. La somiglianza fisica  irrilevante perch tutte le statue del periodo di Amarna hanno le stesse caratteristiche. E nel 2005, quando era ancora segretario generale del Consiglio supremo delle Antichit egizie, lo ha dimostrato sottoponendo la Younger Lady a una Tac. L'esame ha confermato che si trattava di una donna tra i ventidue e i quarant'anni, appartenente alla diciottesima dinastia, che aveva un collo da cigno, zigomi alti ed era stata madre. E fin qui tutto bene. Ma  venuto fuori anche che il pezzo di braccio in posa regale non corrispondeva affatto al corpo. Quello giusto era un altro, dritto, non piegato. La Younger Lady non  Nefertiti sentenzi Hawass, senza possibilit di appello. Non c' posto per i dilettanti, in archeologia.
Il risultato dell'esame ha creato non poco imbarazzo alla Fletcher, che fino ad allora era una studiosa stimata. L'archeologa commise inoltre l'errore di non rispettare il protocollo, secondo il quale ogni notizia deve prima essere comunicata alle autorit egiziane, che invece l'appresero, con considerevole stizza, dalla TV. Perci fu letteralmente bandita dagli scavi fino al 2008. Ha violato le regole. Nefertiti, sugger qualcuno, si era vendicata di colei che l'aveva confusa - che imperdonabile oltraggio - con un'altra mummia.
Nel 2006 anche lo stimato archeologo Otto Schaden, dell'universit di Memphis, si era illuso di aver trovato Nefertiti, o perlomeno tracce di lei, nella KV63, la prima tomba scoperta nella Valle dei Re dopo quella di Tutankhamon, che  a pochi metri. Al suo interno vennero rinvenuti sette sarcofagi di legno, inclusi quelli di un bambino e di un neonato, oltre a ventotto giare di terracotta e alabastro. Si pens che nei sarcofagi potessero nascondersi i resti della Bella. O delle sue sei figlie. Una volta aperti per, si vide che contenevano soltanto oli, spago, conchiglie, sei cuscini e materiale vario usato per l'imbalsamazione. La KV63 dunque potrebbe essere stata nient'altro che un laboratorio per i sacerdoti.
Nefertiti era svanita ancora una volta.


3.
Ritratto di famiglia sul Nilo.

Sono appena arrivato al Cairo. Non ci tornavo da trentasette anni (era il 1966, siamo nel 2003) e mi fa un certo effetto. Anche perch questo viaggio non era previsto: ho organizzato tutto in fretta e furia, come spesso capita nel mio lavoro.
Tre giorni fa ero tranquillamente seduto sul divano, nella mia casa di Trastevere. Volevo godermi un po' di riposo dopo i due appassionanti ma faticosi documentari su Oetzi, la mummia del Similaun. Leggevo il Corriere della Sera quando, a un tratto, mi  caduto l'occhio su un trafiletto, una decina di righe non di pi, in cui si annunciava che le autorit egiziane intendevano investigare sui misteri della maledizione di Tutankhamon. Ho fatto un salto sui cuscini e mi sono detto: Caspita, voglio andarci anch'io!. Agguantato il telefono, ho chiamato l'ufficio di Washington del National Geographic Channel per proporre la storia. Ne erano entusiasti. Ma non sono il solo, ovvio. Il documentario su Tut fa gola a tanti produttori.
Scatta la mia perenne rincorsa all'esclusiva. Telefono all'ambasciata italiana al Cairo, che ha un suo ufficio archeologico. La direttrice, Maria Casini,  amica di mio padre e anche di Zahi Hawass, da poco a capo del Consiglio supremo delle Antichit:  lui che sta organizzando la missione. Maria fa il miracolo e mi procura un appuntamento. Lo vedr tra quarantotto ore. Arrivo! Le mie ferie sono gi finite.
Ed eccomi al Cairo in un giorno di ottobre, in questa metropoli immensa e frenetica, eclettico mix tra New York e Calcutta, in cui i grattacieli di vetro e acciaio convivono con i minareti, le auto lussuose con i carretti, i colpi di clacson con il lamento del muezzin che dieci minuti prima del tramonto chiama alla preghiera. Guardo fuori dal finestrino del taxi e resto abbagliato dalle meravigliose arcate bianche della moschea di Al-Azhar, accarezzate dalla luce dorata del sole che scende.
Mi presento puntuale all'ufficio di Zahi Hawass, al 4D di Fakhry Abdel Nour, Abbassia. Mi aspettavo un incontro non dico riservato, ma a quattr'occhi. Errore. Appena entrato scopro che non sono l'unico visitatore. Sembra di stare su un autobus affollato nell'ora di punta. Nel salottino d'attesa saremo in venticinque, uno addosso all'altro, io l'unico europeo. Intorno a me gruppetti di gente che parla in tono concitato, fuma, schiamazza. Aspetto.
Dopo un'ora di anticamera vengo invitato a entrare nella stanza di Doctor Hawass (cos, per deferenza, lo chiamano tutti). Credevo che, almeno a quel punto, saremmo stati a tu per tu. Invece la scena che mi si presenta  questa: lui  seduto dietro un'immensa scrivania. Davanti a lui, a destra e a sinistra, si snodano due file di persone vocianti. A turno, Zahi si rivolge di qua e di l, ascolta, discute e smista il traffico dei questuanti. Del resto, con trentamila dipendenti non devono mancargli le faccende da risolvere. Nel frattempo la sua superefficiente segretaria Nashwa (che, distratto come sono, continuo a salutare baciandola sulla guancia, anche se mi avr ripetuto cento volte che in Egitto non si fa,  sconveniente) risponde al telefono e, nel caso, gli passa l'interlocutore. Come se non bastasse, Zahi parla al suo cellulare personale.
Alla fine arriva il mio turno. Il nostro colloquio dura tre, quattro minuti al massimo, ma scatta una simpatia reciproca immediata. Io lo chiamo dottore, lui Brando (il mio cognome, ancora adesso, lo pronuncia nelle maniere pi disparate: Quicici, Quilchici, Quilki, Gollecci e cos via). Mi butto. Lo invito a prendere un t da me all'hotel Marriott, a Zamalek, la zona pi esclusiva del Cairo, sull'isola di Gezira, nel Nilo: il Garden Caf  aperto fino a tardi e si pu fumare il narghil (shisha in egiziano). Verr? Non verr?
Si presenta verso le sette. Io, preoccupato che qualcuno nel frattempo mi rubi l'esclusiva, ho preparato una paginetta di promemoria, perch non si sa mai. Si vede che  la mia giornata fortunata. Non ci contavo troppo, invece Zahi lo approva. Anzi, il nostro progetto alla fine raddoppier: realizzeremo un documentario sulla maledizione di Tut e uno sulla Tac della mummia.
Due mesi dopo si comincia. Scendiamo in una tomba appena scoperta, nella necropoli di Saqqara, 30 chilometri a sud del Cairo, dove un'quipe francese sta scavando per conto del Louvre. Non c' spazio quasi nemmeno per muoversi senza pestarsi i piedi. Per terra ci sono circa 25 centimetri di polvere, per cui non  possibile appoggiare l'attrezzatura, bisogna tenersela addosso, e vi assicuro che pesa.
Intorno ci saranno una trentina di mummie sparpagliate qui e l dalle alluvioni e dagli smottamenti, anche violenti, del terreno: gambe, torsi, teschi. Uno spettacolo impressionante. Osservo due archeologi che, con dei pennelli, stanno liberando un sarcofago dalla sabbia. E all'improvviso, sotto le incrostazioni di qualche millennio, torna a splendere l'oro.
Ecco, in quel preciso istante sono rimasto stregato. Da allora non ho pi smesso di occuparmi di antico Egitto. Prima sulle tracce di Tutankhamon, adesso su quelle di Nefertiti.
E s che quando c'ero stato la prima volta con i miei genitori, a otto anni, non mi aveva colpito molto, nemmeno le piramidi. La sfinge di Giza invece s, mi era piaciuta subito. Ottenuto un permesso speciale, pap mi aveva portato sotto il basamento dell'enorme statua, dove c' la stele del Sogno, incisa durante la diciottesima dinastia, che racconta quanto accaduto al faraone Thutmose IV, il bisnonno di Tutankhamon, quando era ancora solo un principe. Dopo una battuta di caccia si era fermato a riposare all'ombra del colosso di pietra - che all'epoca aveva gi pi di un migliaio di anni ed era considerato un monumento antico a tutti gli effetti - con le zampe coperte dalla sabbia. Si addorment e in sogno gli apparve proprio il dio della sfinge. Se mi libererai da questa sabbia che mi imprigiona, ti far diventare faraone. Lui esaud il desiderio e poco dopo sal al trono. Ho sempre amato l'idea di una sfinge viva e dotata di una sua anima.
L'avventura pi emozionante di quel viaggio, specie ai miei occhi di bambino, fu la gita in barca sul Nilo. Due giorni di lenta navigazione da Assuan a Luxor, passando accanto a giardini di palme e a campi verdi e rigogliosi, dove i contadini lavoravano la terra, con gli asinelli da soma che trotterellavano lungo i sentieri. Su ogni riva, una manciata di casette coloratissime e i bambini che agitavano la mano per salutare gli hawaga, gli stranieri.
Il Nilo trasmette una sensazione di placida immobilit, ha il fascino avvolgente di un fiume che scorre da millenni attraverso la storia, sempre uguale, nel suo eterno fluire. Potente e silenzioso.  considerato il padre della vita e la madre di tutti gli uomini, ci da cui tutto ha avuto inizio, la culla di Osiride, Iside e Seth. Persino la Via Lattea, nel cielo, per gli antichi egizi era uno specchio celeste del Nilo che Ra, dio del Sole, attraversava con la sua barca.
Tanta devozione si spiega ricordando che il grande fiume, sin dai tempi del primo insediamento certo, nel 5500 a.C.,  stato la principale fonte di sostentamento di quel popolo: grazie alle inondazioni annuali che depositavano il limo sulle pianure circostanti, il terreno diventava incredibilmente fertile. Le distese di grano, con cui gli egizi producevano il pane e la birra, base della loro dieta, servivano anche a garantire stabilit economica e sociale, e redditizie relazioni diplomatiche.
Buon per loro. Con noi il Nilo fu pi dispettoso. La nostra piccola chiatta infatti, al secondo giorno di navigazione, si incagli in una secca. Capita. Solo che a noi capit di notte. A quei tempi non c'erano i cellulari. Il comandante non poteva lasciare il timone. Perci, al primo chiarore del mattino, mio padre e il suo amico Duilio Silenzi si calarono in acqua su una barchetta a remi a pagaiarono fino a riva per chiedere aiuto.
Fu al museo del Cairo che vidi per la prima volta la maschera di Tutankhamon, il tesoro dei tesori. D'oro massiccio di due leghe diverse,  alta 54 centimetri e pesa circa 10 chili. Il giovane faraone  rappresentato come Osiride, con il tipico nemes a righe, in oro, intarsiato di vetro blu, ornato delle insegne regali dell'avvoltoio, simbolo dell'Alto Egitto e del cobra, pronto a sputare fuoco contro i nemici del re e che rappresenta il Basso Egitto. Gli occhi sono di quarzo, le pupille di ossidiana, le sopracciglia di lapislazzuli. La barba d'oro  un simbolo di divinit. Sul retro della maschera  inciso un testo magico con cui il re viene affidato alla protezione degli dei durante il viaggio nell'aldil.
Da piccolo rimasi colpito dallo sguardo magnetico del re e dalla sua espressione indefinibile, n triste n felice. Anni dopo, Zahi mi ha spiegato che la maschera era un elemento fondamentale in una sepoltura reale: rappresentava un rifugio per l'anima del sovrano, se per qualche disgrazia il corpo imbalsamato fosse stato danneggiato.
Fra le bende della mummia vennero ritrovati 143 tra gioielli e amuleti d'oro, a forma di serpente, di avvoltoio, di papiro, simbolo di vita e giovinezza, che gli imbalsamatori, come prescritto dal Libro dei Morti, avevano posizionato sulla gola e sulle membra del morto, fermandoli con le garze. Inoltre, la mummia del giovane faraone aveva le dita delle mani e dei piedi avvolte da astucci di lamina d'oro. Anche i sandali erano tutti d'oro puro. Un altro paio, di semplice cuoio istoriato, faceva parte del corredo funebre: sulla pianta, dove poggia il piede, era stata incisa l'immagine di un guerriero nubiano, il nemico assoluto, da calpestare simbolicamente, e con soddisfazione, a ogni passo.
Come vi ho anticipato, Nicholas Reeves sostiene che la maschera in origine fosse stata creata per Nefertiti, non per Tutankhamon. Le prove? Sui lobi delle orecchie ci sono i fori per gli orecchini, e nell'arte egizia solo le donne sono rappresentate con questo ornamento. Sul cartiglio, che indentifica la persona ritratta, c' scritto Tutankhamon,  vero. Ma se si osserva con pi attenzione, dice Reeves, sotto i geroglifici si notano tracce di un'iscrizione precedente. E il nome cancellato sarebbe proprio quello della bella moglie di Akhenaton.
Ma perch Tut sarebbe stato seppellito con il corredo funebre di Nefertiti? Un tempo si riteneva che la regina fosse morta prima del marito, perch il suo nome scomparve di colpo. Secondo Nick invece, poich Tut, figlio di Akhenaton, era troppo piccolo per salire al trono, fu lei a diventare faraone per un breve periodo, assumendo il nome di Smenkhara. Quando Tut mor inaspettatamente, non ci fu il tempo di preparargli un corredo, per cui si decise di riciclare quello di Nefertiti da coreggente. Tanto lei aveva ormai diritto a una dote ancora pi sontuosa. Da re.
Quel giorno del 1966 pap volle a tutti i costi scattare una foto alla mamma accanto alla maschera d'oro di Tutankhamon. Non port bene. Qualche sospetto ci venne quando, due giorni dopo, a 50 metri dal museo, scoppi un incendio all'hotel Hilton, dove alloggiavamo. Eravamo nella nostra stanza al nono piano, quando scatt l'allarme e pap torn su di corsa a prenderci. Abbiamo inzuppato d'acqua i vestiti e, con degli asciugamani umidi sulla faccia, siamo usciti in corridoio. Era pieno di fumo, non si vedeva niente, ma siamo riusciti a metterci in salvo appena in tempo. Tutta colpa di due turisti americani che avevano lasciato una sigaretta accesa: la moquette aveva preso fuoco.
Ma la conferma di una congiuntura astrale negativa l'abbiamo avuta quando, tornati a Roma, mia madre Laura - che guidava la Fiat 500 come fosse una Ferrari da corsa - usc di strada in via Cortina d'Ampezzo e fin contro un albero. E naturalmente se la prese con pap Folco: Non avresti mai dovuto scattarmi quella foto con la maschera!. Per prudenza, l'abbiamo subito tolta dall'album. E io non mi faccio mai fotografare con Tut. Sono convinto che non gradisca.
Sar anche avventurosa (lo ) la vita di un documentarista, ma  pure costellata di inconvenienti, imprevisti, cambi di programma. Insomma, un variegato catalogo di scocciature di ogni genere. Come quando al nostro bravo operatore canadese Shane Geddes avevamo affidato la videocamerina Osmo, un prezioso gingillo tecnologico appena preso in affitto. Bastava premere un bottone ed eliminava ogni vibrazione, perfetta per le scene d'azione, faceva tutto da sola. Soltanto che, issandosi verso una di quelle tombe arroccate in cima alla rupe con una scala di corda (il tipo peggiore, perch ondeggia e sbanda), Shane ha sbattuto lo zaino e l'ha fracassata. Capita, non era colpa sua. Lo stesso  successo con la GoPro che abbiamo legato al polpaccio di Kara, intraprendente archeologa americana (la ritroverete in un prossimo capitolo). L'idea brillante (me ne assumo la paternit) era di riprendere il suo piede che traballava sul piolo della scala, per creare un brivido nello spettatore. Ma l'unico brivido  stato il mio, quando la GoPro, quasi subito, ha urtato la roccia e si  rotta.
Persino girare una scena al museo del Cairo pu essere complicato, se hai da portare dentro una trentina di scatoloni di attrezzature, e considerato che passiamo dall'ingresso sul retro e che, prima di arrivare dentro, bisogna affrontare un percorso sterrato, alternato a pietroni sporgenti, per cui l'uso di carrelli  escluso. Bisogna trasportare tutto a mano. Fortuna che in Egitto si trova sempre qualcuno pronto ad aiutarti, dovunque, a qualunque ora. Ti si rompe l'auto? No problem. Basta una mancia e arrivano in venti e te la sollevano di peso.
Un ingrediente fondamentale dei miei documentari  la fiction, ovvero la ricostruzione cinematografica della storia dei protagonisti del passato, che serve ad alleggerire la parte scientifica e a spiegare meglio i fatti. Gran parte delle scene le giro in Egitto, all'Egyptian Media Production City, una cittadella del cinema a pochi chilometri dal Cairo, oppure in Marocco, dove ci sono degli studi cinematografici fantastici, in cui sono stati realizzati anche Kundun di Martin Scorsese e Il gladiatore di Ridley Scott. Location ideali entrambe, perch dispongono di una ricostruzione esatta dei palazzi e dei templi dell'epoca di Amarna.
L'organizzazione, dopo quasi dodici anni,  rodata, ma i contrattempi sono inevitabili. Come quando, per il film su Tutankhamon, stavamo preparando la scena di Akhenaton e suo figlio Tut sul carro reale nel deserto. Avevamo aspettato che il sole cominciasse a scendere, cercato l'inquadratura migliore, con la polvere che si alza in controluce. Ciak, si gira. Dopo pochi metri la ruota si pianta nella sabbia, si spacca e i due attori finiscono a terra. Loro non si sono fatti nulla, per il calesse era ormai fuori uso, da buttare. E di quella fantastica sequenza alla fine siamo riusciti a utilizzare s e no trenta secondi. Altra scena, altro problema. Era quella in cui Tut, ormai adulto, viene sbalzato gi dal carro lanciato a folle velocit e si ferisce gravemente. Era previsto uno stuntman. Solo che il tizio, per non sbagliare l'uscita, si dava il tempo contando: Uno, due, tre, via!. Ma si vedeva benissimo anche nella cinepresa. Un disastro.  stata dura farglielo capire.
Mai come provare a consolare il bambino di otto anni che era stato scelto per la parte di Tut da piccolo. Il futuro faraone era rasato a zero, con una coda di lato. Il nostro baby attore, per, non ne voleva sapere di tagliarsi i capelli e ha cominciato a piangere come un disperato (la mamma non lo aveva avvertito). Ho provato a trattare con la produzione, ma non c' stato niente da fare: un faraone con il ciuffo non si era mai visto. Sacrificare i capelli  stato un dramma anche per Mohamed Mostafa, il modello scelto per impersonare il faraone ormai adulto. Gli abbiamo pagato un supplemento barbiere e affare fatto. In compenso il ragazzo ha sopportato serenamente le numerose botte in testa, sferrate con una mazza di gomma, per la scena che riscostruiva il presunto omicidio del faraone e che abbiamo ripetuto diverse volte. L'assalitore, purtroppo per lui, ci metteva molto entusiasmo.
Lo stesso dei nostri operatori quando fu il momento di girare una scena in piscina con delle belle fanciulle. Le ragazze indossavano vestiti meravigliosi, impalpabili e coloratissimi, creati dalla costumista Raffaella Fantasia. Tutto bene finch non sono entrate in acqua: la stoffa gli si  incollata addosso rivelando ogni minimo dettaglio con effetto (involontario) soft porno. E pi che un film sui faraoni sembrava il set del Decamerone. Pellicola (per forza di cose) sforbiciata.


4..
Hatshepsut e il mistero del dente scomparso.

Le pi lunghe scarpinate della mia vita di documentarista in Egitto le ho fatte qui. Non nella Valle dei Re, come uno potrebbe pensare, ma nei corridoi del Museo Egizio del Cairo, in piazza Tahrir. Avanti e indietro per le 107 sale in cui  suddiviso l'edificio - una palazzina neoclassica di pietra rossa, che dal 1902 ospita la ricchissima collezione di antichit - e su e gi per i due piani rettangolari, costruiti intorno a un atrio centrale.
Al piano terra gli oggetti sono esposti in ordine cronologico, come stabil l'egittologo francese Gaston Maspero, che catalog le opere. Il primo piano, invece,  organizzato per aree tematiche. Nei magazzini sotterranei vengono riposti tutti i reperti, a mano a mano che continuano ad arrivare da ogni parte del Paese.
Nell'ultimo secolo la collezione ha continuato ad arricchirsi grazie ai tanti ritrovamenti, perci il museo, rispetto a quelli occidentali, spesso fin troppo minimalisti, risulta strapieno. E, in effetti, al momento contiene pi o meno 160.000 pezzi - tra cui la famosa maschera di Tutankhamon, oltre al ricco corredo funerario del faraone bambino - che raccontano una storia di cinquemila anni. Come un'unica, gigantesca tomba.
Una volta, chiacchierando con Zahi, gli ho confessato, con il dovuto tatto, che mi sembrava ci fosse troppa roba ammassata in poco spazio. Lui ha riso, spiegandomi che agli antichi egizi sarebbe piaciuto proprio cos. I loro templi, infatti, erano colmi di statue e nelle cripte ogni centimetro di superficie disponibile era ricoperto da pitture e iscrizioni in geroglifici. Anche le case erano stipate di mobili e suppellettili.
Quindi il museo riproduce esattamente il gusto estetico di allora. Del resto, anche oggi gli egiziani mantengono questa tradizione, appendendo quadri su ogni parete disponibile, uno sull'altro.
Non so quante volte ho varcato il portone di legno scuro, incorniciato da due colonne di marmo bianco, per accompagnare o filmare Zahi impegnato in una delle sue minuziose e lunghissime ricerche. Che lo spingono a scendere anche in cunicoli stretti e pericolanti, a quasi cento metri sottoterra, a caccia di un indizio che confermi una sua intuizione.
Ma puntualmente torna qui. A cercare un papiro, uno scrigno, un vaso, una mummia. Questo luogo  speciale, per lui. Gi quando attraversiamo il giardino mi accorgo che accelera il passo, come fosse attratto da una forza sconosciuta e magnetica. Avverto il richiamo delle opere d'arte e la magia dell'antico Egitto mi ha detto quando gliel'ho fatto notare.
Credo che Zahi abbia un feeling inconscio con i suoi antenati. Come archeologo  sempre stato fortunato, ha trovato l'introvabile, svelato misteri che sembravano imperscrutabili. Come se gli dei gli volessero bene, lo considerassero un prediletto per aver dedicato la vita all'egittologia e a lottare contro il contrabbando delle opere d'arte. Persino con le mummie ha una certa empatia. Che nasce da lontano. Lo racconta cos: Nel 1972 avevo venticinque anni e mi chiesero di accompagnare Margaret d'Inghilterra in una visita guidata qui al museo. Mentre le stavo illustrando le opere d'arte in una sala del primo piano, dove era esposta la mummia di Ramses secondo, la principessa si  allontanata di scatto, coprendosi gli occhi con la mano. E quando le ho chiesto perch, mi ha risposto che non era una bella cosa mettere in mostra le mummie in quel modo, che non era rispettoso. Ci ho ripensato spesso e credo che avesse ragione. Sono i resti di persone che sono vissute in un'epoca lontana, non un'attrazione da esporre per suscitare spavento o curiosit morbosa. Adesso le mummie sono esposte in speciali vetrine con umidit e temperatura sotto controllo, grazie alla collaborazione con il Getty Conservation Institute.
Il Museo Egizio del Cairo racchiude i segreti e le testimonianze di una civilt millenaria. Mentre nel resto del mondo gli uomini erano ancora divisi in bande e trib, gli antichi abitanti del Nilo avevano gi inventato la scrittura, si erano dati un governo centrale, avevano costruito grandi citt e monumenti straordinari. Per questo lo studio del loro glorioso passato  affascinante per gli storici contemporanei come lo fu per Erodoto, il padre della storia, nel V secolo a.C.
Per me la stanza pi emozionante  quella di Amarna, la numero 3, che non  grande, ma piena di magia. Entrando, ci si trova subito davanti a un altro busto di Nefertiti, in quarzite rosa, meno famoso di quello esposto a Berlino, scoperto dall'archeologo inglese John Pendlebury durante la campagna di scavi del 1932-33. Doveva appartenere a una statua intera e bench non sia finito - anzi, forse proprio per questo -  il ritratto che pi racconta l'anima di Nefertiti. La pietra nuda, senza pittura, esalta l'eleganza e la spiritualit della regina e la bellezza dei lineamenti del viso altero. Gli occhi, di cui  tracciato solo il contorno, sottolineano il fascino di una donna destinata a scomparire misteriosamente. Condannata a tornare nell'ombra.
L'Amarna Room  dominata dalle gigantesche statue di pietra di Amenofi IV-Akhenaton, provenienti dal tempio di Amon a Karnak. Uno dei tre colossi, alto 2,93 metri (tra i reperti pi notevoli del periodo tebano del regno), rappresenta il faraone, ancora ragazzo, in piedi, con le braccia incrociate sul busto e in mano il doppio scettro di Osiride (l'heqa, il bastone ricurvo a righe blu, e il nekhekh, quello con in cima le strisce di stoffa, in origine uno scacciamosche), simbolo dell'autorit reale. Il viso  allungato, gli occhi socchiusi, le labbra carnose, il mento accentuato, il ventre rotondo e i fianchi larghi, quasi femminili.
In una seconda statua il sovrano  nudo e asessuato, il che, secondo alcuni studiosi, indica il doppio ruolo di padre e madre dei suoi sudditi. Per altri, invece, l'opera  semplicemente incompleta. In ogni caso l'immagine che Akhenaton volle tramandare di s conferma che si tratta di un faraone diverso dagli altri. Unico. Poich l'arte di Amarna era orientata alla rappresentazione realistica, naturalistica, si pu supporre una somiglianza effettiva con il vero re. Ritratto nel fulgore delle forze, con tutta la vita davanti a s, poco prima di avviare la rivoluzione monoteista e di spostare la capitale da Tebe ad Amarna. Con Nefertiti al suo fianco. Quando il futuro appariva radioso e carico di promesse.
Per questo suscita ancora pi malinconia vedere, appena pi in basso, il sarcofago ligneo a lui attribuito, ricostruito su una base di cristallo con i pochi frammenti rimasti, scampati alla furia distruttrice dei suoi nemici. Il viso di Akhenaton  stato staccato per sfregio, la barba divelta, il cartiglio raschiato. Per cancellarlo anche dalla sua ultima dimora. Insieme ai sogni di grandezza e alla sua bella regina Nefertiti.
La stele di pietra esposta qualche metro pi in l, sembra una cartolina dal passato: mostra la coppia reale in adorazione del dio Sole, a cui offrono fiori di loto, con due delle loro figlie, Meritaton e Maketaton. Quasi un malinconico come eravamo.
Nel 2007 ho partecipato con Zahi a una vera e propria caccia al tesoro nelle sale del museo, per rintracciare il vaso canopo della regina Hatshepsut (un'antenata di Tutankhamon che regn dal 1473 al 1458 a.C.), l'unico manufatto esistente che fosse con certezza attribuibile a lei: sul cartiglio era infatti inciso il suo nome regale, Maatkara.
Soltanto quattro donne (la quinta potrebbe essere appunto Nefertiti-Smenkhara) divennero faraone nella storia dell'antico Egitto. Tre governarono verso la fine della loro dinastia, quando le famiglie reali stavano gi perdendo il potere: Nitokerty (Antico Regno), Sobekneferu (Medio Regno) e Twosert nella diciannovesima dinastia del Nuovo Regno. Hatshepsut (il suo nome significa la prima delle nobili, sposa di Amon) si insedi invece sul trono durante l'et d'oro della diciottesima dinastia, quando l'Egitto dominava il mondo.
Figlia di Thutmose primo e della regina Ahmose, alla morte del padre spos  il fratellastro Thutmose secondo, da cui ebbe una bambina, Neferura. Suo marito mor abbastanza presto e il trono pass al figlio di una moglie secondaria, che divent re con il nome di Thutmose terzo. Poich era troppo piccolo, Hatshepsut, che era la sua matrigna, lo affianc come reggente. Dopo un paio di anni il ruolo cominci ad andarle stretto, per cui nel 1473 a.C. si autoproclam faraone.
Occorre ricordare per che nell'antico Egitto il re veniva identificato con il dio Horus e associato a un'immagine virile, come il toro e il falco, mentre il simbolo della regina era Nekhbet, la dea avvoltoio. Perci una donna, secondo il dogma religioso, non avrebbe potuto diventare faraone. Per legittimarsi davanti al suo popolo, l'astuta Hatshepsut sostenne di essere nata da un incontro amoroso di sua madre con il dio Amon Ra e da allora si fece ritrarre in abiti maschili, barba posticcia compresa.
E come un uomo govern il regno pi esteso del mondo antico, costruendo edifici maestosi - tra cui il tempio a lei dedicato a Deir El-Bahari, alle spalle della Valle dei Re, composto da tre terrazze incastonate nelle rocce dorate, affidato all'architetto Senenmut - e spingendo la rotta dei commerci fino al Mar Rosso, al mitico paese di Punt, ovvero il Corno d'Africa. Govern per quasi vent'anni, eppure di lei non  rimasta nessun'altra traccia, dopo che il figliastro Thutmose III l'ha condannata alla damnatio memoriae, ordinando di distruggere statue, iscrizioni, monumenti, persino il sarcofago.
La mummia non era mai stata ritrovata. La sua tomba originaria, la KV20 - un lungo tunnel ricurvo scavato nella roccia - riservata a lei e a suo padre, Thutmose I, era vuota.  quella profonda 97 metri e lunga 213 in cui si  avventurato Zahi (ci sono sceso anch'io, ma ve lo racconto nel prossimo capitolo) aggrappato a una corda da scalatore, con scarponi, jeans e il solito cappellaccio in testa. Non credo che molte persone siano mai entrate qui dentro ricorda. Persino gli egittologi che hanno lavorato nella Valle dei Re l'hanno evitata, dato che  una delle pi difficili in cui calarsi, non solo perch i tunnel sono scivolosi (tant' che la prima volta sono caduto e ho avuto mal di schiena per un mese), ma anche per la tremenda puzza degli escrementi di pipistrello.
La Lost Queen, la regina perduta, non era pi l. Giaceva, ignota, chiss dove, da 3500 anni.
Ora, scovare quella scatola di legno di 25x15 centimetri usata come vaso canopo, in cui gli imbalsamatori riponevano le viscere del defunto, tra migliaia e migliaia di reperti, non  mica semplice. Non  che ci sia una planimetria esatta.
Perci The Doctor ha sguinzagliato per le sale i suoi archeologi-investigatori e mobilitato persino i custodi, finch il prezioso contenitore non  stato individuato, impolverato ma integro, su uno scaffale. Zahi lo solleva come un trofeo, accarezzandolo con delicatezza e sfoderando il sorriso delle grandi occasioni. Dentro dovrebbero esserci i resti del fegato di Hatshepsut, preservato dai sacerdoti mummificatori. Un indizio che potr permettergli di risalire alla sua mummia con l'analisi del DNA, comparato con quello di tre corpi di donna senza nome, compatibili con l'identikit della regina faraone.
Ma anche in archeologia vige una speciale legge di Murphy secondo Arthur Bloch (Se qualcosa pu andare male, lo far): non c' scoperta senza successivo e immancabile impedimento. Nell'occasione accade questo: la scatola di legno non si apre, il coperchio  completamente sigillato dalla resina versata per conservare le viscere della defunta. Fegato e colla sono un monoblocco solido e impenetrabile.
Spaccarlo  fuori discussione.
Ma Zahi, come sempre, ha gi la soluzione. Il vaso canopo viene sottoposto alla Tac, la stessa con cui, un anno e mezzo fa, abbiamo studiato la mummia di Tutankhamon e quella della Younger Lady della KV35. Nessuno lo ha mai fatto, prima d'ora.
La scatola entra nel tunnel e i raggi la scansionano da ogni angolazione. C' il fegato di Hatshepsut - e anche una parte di intestino, scopriamo - ma, soprattutto, si intravede un frammento di qualcosa che sembra un ossicino. Un bonus imprevisto.
Osservando le immagini in laboratorio, arriva la diagnosi definitiva e sorprendente: si tratta di un pezzo di dente. Un mezzo molare senza una radice, che deve essere caduto durante il processo di mummificazione e che gli imbalsamatori hanno perci riposto nel contenitore. Zahi esulta. La mummia della regina sar quella con l'altra met del molare. E si sa che la dentatura, come le impronte,  diversa da individuo a individuo per forma, grandezza, proporzioni. Non ne esistono due uguali.
Tra le mummie non ancora identificate, una delle quali potrebbe essere quella di Hatshepsut, ci sono le due recuperate a Deir El-Bahari, nella tomba nascondiglio DB320 (DB sta per Deir El-Bahari). Gaston Maspero le catalog come Donna sconosciuta A e B. Poich la scatola di legno con il cartiglio di Hatshepsut  stata trovata accanto a loro, Zahi sospetta che una delle due sia quella giusta.
Ora per bisogna trovarle. Il fatto  che, negli anni, tutte le mummie rinvenute in qualunque parte dell'Egitto sono state portate al museo del Cairo. Centinaia sono quelle senza nome. Zahi frequenta queste sale da oltre quarant'anni, ma nemmeno lui conosce la collocazione esatta di ciascun reperto. Come prima cosa prova a consultare il registro originale del museo, il journal d'entre, su cui  stato annotato ogni oggetto in entrata o in uscita, dal 1902 a oggi. Ma la risposta che cerca non  sulle pagine increspate di questi libroni. Sarebbe stato troppo facile. Non resta che lavorare di gambe. Insomma, mettersi a cercare su e gi per i corridoi.
Una la troviamo al secondo piano, chiuso al pubblico, dietro una vetrina.  la Sconosciuta B della DB320. Ha rango reale. I capelli ricci. L'espressione calma e serena. Come et ci siamo,  morta tra i quaranta e i cinquant'anni, come Hatshepsut.
Ora per bisogna scovare anche la Sconosciuta A e il compito sembra ancora pi difficile. Zahi chiede aiuto alla dottoressa Somaia Adel Samea, curatrice del dipartimento Mummie, e ordina al suo team di perlustrare il museo da cima a fondo.
Due ore dopo, per, ancora zero tracce della mummia.
Ma nessuno vorrebbe mai deludere Doctor Hawass. E tantomeno farlo arrabbiare. Dopo che hai assistito una prima volta alle sue sfuriate, ti guardi bene dal ripetere l'esperienza. Perci la ricerca riprende. E ci porta all'altro capo del museo, al primo piano, dove la Sconosciuta A era sempre stata, quasi davanti ai nostri occhi, in alto, dietro una teca trasparente.
Tutto risolto? No, perch non si trova la chiave per aprire la vetrina. Non  al suo posto. Ogni tanto succede, ve l'ho detto. L'inserviente porta un secchio di plastica di quelli da imbianchino pieno di chiavi: bisogna frugare l in mezzo e sperare nella buona sorte. Dopo dieci minuti ancora niente. Zahi comincia a sbuffare, la dottoressa Somaia  in ansia, il commesso suda. Trovata.
Finalmente tirano gi la mummia. Ma nessuno  preparato allo spettacolo impressionante che ci si presenta. La defunta ha la bocca spalancata, come se stesse urlando. La mascella  intatta e anche parte dei denti. Deve essere morta in maniera violenta, dopo un tremendo colpo alla testa che l'ha lasciata agonizzante. Viene ribattezzata Screaming mummy (la mummia che grida). Davvero un contrasto incredibile con la sua compagna nella tomba DB320, indicata come la Serene mummy.
Oltre a loro, le indagini di Zahi si concentrano su un'altra coppia di mummie, rinvenute da Howard Carter nella tomba KV60 nel 1903. La prima (B), di una donna minuta, appartiene a Sitre-In, la nutrice di Hatshepsut, come attesta un frammento di iscrizione sul suo sarcofago, e si trova gi al museo. L'altra (A), di una donna molto grassa, trovata sul pavimento, fu lasciata l da Carter, che forse la ritenne poco interessante, visto che nella cripta non c'erano tesori.
Poich la KV60, piccola e spoglia, si trova proprio vicino alla KV20, la vera tomba della regina faraone, ed  quindi un perfetto nascondiglio, l'egittologa Elizabeth Thomas aveva gi ipotizzato che la mummia abbandonata potesse essere quella di Hatshepsut. Cos Zahi decide di andare a darle un'occhiata di persona, nella Valle dei Re. La trova in ottime condizioni. E decide di farla portare al museo per sottoporla a esami pi approfonditi. La verit  che ha gi fiutato qualcosa. Ve l'ho detto che Hawass  benvoluto dagli dei.
Quando la KV60A arriva al laboratorio mobile del Cairo, la soprannominiamo subito la Strong mummy (la mummia forte), perch ha un'espressione decisa e l'avambraccio sinistro piegato sul petto, con il pugno chiuso, nel gesto di chi regge lo scettro, il che fa supporre che appartenga alla famiglia reale. Calva davanti, dietro ha lunghi capelli. Ha all'incirca cinquant'anni e in vita era piuttosto sovrappeso, condizione non comune a quei tempi.
Quando il dottor Gahal El-Beheri, professore di ortodonzia dell'universit del Cairo, esamina i risultati della Tac, scopre che le manca un molare, ma ha ancora una radice dentro la gengiva. E che la posizione e la forma del dente perso corrispondono proprio a quello che si trova nel vaso canopo.  la prova definitiva che cercava Zahi. Quella che risolve il cold case di 3500 anni fa.
Dunque  lei, la KV60A, la Strong mummy, la regina perduta. E ora finalmente ritrovata.
Questa storia ha un'appendice pi recente, che trovo abbastanza esilarante. Qualche mese fa Zahi mi ha raccontato che, quando  stato trovato il dente nel vaso canopo, gli  sembrata una coincidenza talmente incredibile che per qualche istante ha avuto il dubbio che ce lo avessi messo io, con qualche trucco, pur di assicurarmi uno scoop per il mio documentario. Ovviamente no. Ma forse, al suo posto, lo avrei pensato anch'io.
La spregiudicata Hatshepsut alla fine potrebbe essere stata tradita dalla sua vanit. Nel 2011, infatti, un team di egittologi tedeschi dell'universit di Bonn ha analizzato il contenuto di alcune ampolle, alte una quindicina di centimetri, ritrovate durante gli scavi e che portavano il suo sigillo. Credevano che contenessero i resti disidratati del suo profumo. Invece hanno scoperto che si trattava di una crema per il viso, con cui probabilmente la regina cercava di curare la pelle, rovinata dagli eczemi o dal troppo sole. Il rimedio naturale era a base di olio di palma e di noce moscata, ma conteneva anche due sostanze altamente cancerogene. Ovvero catrame e benzopirene. Se usata spesso, la crema avvelenata potrebbe averle causato un tumore.
Ed  ancora una volta al Museo Egizio del Cairo che, nel 2010, Zahi ha risolto uno dei gialli pi avvincenti della storia antica: l'assassinio di Ramses terzo. Il faraone, che nei documenti dell'epoca viene chiamato il Grande Dio, dopo trentadue anni di regno (cominciato nel 1186 a.C.) fece una gran brutta fine. Mor sgozzato nell'aprile 1155 a.C., vittima di un complotto di palazzo, conosciuto come la congiura dell'harem e ordito dalla regina Tiy, una delle mogli secondarie, per mettere sul trono suo figlio, il principe Pentaur, al posto dell'erede designato Ramses quarto, nato dalla regina Iside.
Con la complicit del subdolo funzionario di corte Pebekkamon, Tiy corruppe maggiordomi, ufficiali, dignitari e servi, utili per portare messaggi oltre le mura sorvegliate degli appartamenti reali del palazzo di Tebe - la scena del crimine -, nonch il medico personale del re e l'indovino di corte, che pratic riti di magia nera. Il complotto riusc, ma i trentotto colpevoli vennero individuati e furono processati e puniti (solo ai pi altolocati, una decina, venne concesso il privilegio di suicidarsi) e la corona pass al legittimo pretendente Ramses quarto.
Tutto (o quasi)  scritto nel Papiro Giuridico di Torino, custodito nel Museo Egizio della citt e che Zahi ha consultato a lungo, comparandolo con altri frammenti che invece si trovano al Louvre (Rollin Papyrus) e al British Museum (Lee Papyrus). Nel documento antico, che di fatto racconta tutto il processo, non si specifica chiaramente se il re sia morto assassinato. Ma Zahi ne  convinto, cos come  certo che l'omicida sia proprio il principe Pentaur, di cui si sono perse le tracce. La sua mummia non  mai stata identificata. Secondo molti studiosi potrebbe essere quella di un anonimo, l'Unknown man E, lo Sconosciuto E, trovato, come Ramses III, nel royal cache (il nascondiglio reale) a Deir El-Bahari, il DB320.
I resti di entrambi sono conservati al museo. E il team di Zahi  pronto ad affrontare il suo prossimo caso di CSI-mummie.
Ci vogliono un paio di giorni per rintracciare l'Unknown man E, nascosto in un gruppo di sarcofagi lignei. Ero convinto che fossero tutti vuoti e messi l in esposizione. Mi sbagliavo. La mummia era l dentro. Ed era un'ospite decisamente particolare, da parecchi punti di vista.
La prima cosa che notiamo di lei -  davvero impossibile non accorgersene -  il terribile tanfo che emana. Sia chiaro, le mummie hanno sempre un cattivo odore, ma questa le batte tutte. Fetid smelling body (corpo dall'odore fetido) annotano i registri e ora capisco bene cosa intendevano. Probabilmente  perch il corpo  stato avvolto in una pelle di capra, considerata impura, punizione che di solito  riservata ai traditori, e gi questo  un primo indizio. Il secondo  che ha mani e piedi legati con lacci di cuoio, segno che deve aver commesso una colpa molto grave.
Inoltre non  stata imbalsamata secondo le regole, il corpo appare essiccato naturalmente. In vita lo Sconosciuto era alto 1 metro e 70 circa. La testa  piegata all'indietro, il viso  contratto, la bocca aperta in una smorfia spaventosa.
A questo punto Zahi manda a prendere anche la mummia di Ramses terzo, l'ultimo grande faraone della ventesima dinastia del Nuovo Regno, scoperta da Gaston Maspero nel 1886 e che serv da modello per i film horror hollywoodiani degli anni Quaranta a tema egizio, della serie The Mummy.  anche la prima a cui gli imbalsamatori applicarono occhi artificiali. Il corpo  completamente avvolto dalle bende incollate di resina, per cui  impossibile scostarle. Intorno al collo c' uno strato extra di lino, piuttosto inusuale, che insospettisce i ricercatori.
Le due mummie vengono sottoposte a un check-up medico, con verifiche antropologiche, genetiche e forensi, e infine alla Tac nel laboratorio mobile. Alcuni campioni di osso prelevati da entrambe saranno processati in atmosfera sterile per evitare contaminazioni, nel laboratorio del museo dedicato alle analisi del DNA. Servir a stabilire se esistano legami di parentela tra Ramses III e lo Sconosciuto E.
Nel team di superesperti di Zahi ci sono, tra gli altri, Yehia Gad, professore di biologia molecolare, e la sua assistente Somaia Ismail; Ashraf Selim, professore di radiologia; Albert R. Zink, paleopatologo e Carsten Pusch, esperto di genetica molecolare dell'universit di Tubinga.
Lo scanner della Tac rivela il mistero rimasto nascosto per millenni sotto le pieghe delle bende: una ferita mortale alla gola, larga sette centimetri, proprio sotto la laringe, che ha lacerato anche l'esofago, profonda fino all'osso del collo. La morte potrebbe essere stata immediata. Ramses III dunque  stato ucciso: qualcuno gli ha tagliato la gola con un coltello affilato o altra lama quando il faraone era ancora vivo; non si tratta di un danno provocato durante il rito di imbalsamazione. Dentro la ferita, i sacerdoti hanno incastonato un wadjet - o occhio di Horus - amuleto simbolo del potere reale e garanzia di protezione e buona salute. Che per, ormai, poteva servirgli solo nell'aldil.
Quanto al maleodorante Sconosciuto E, che costringe i tecnici a coprirsi naso e bocca, la Tac gli attribuisce un'et tra i diciotto e i vent'anni e conferma il processo di mummificazione insolito: gli organi interni e il cervello non sono stati asportati, come imponeva il Libro dei Morti.
Dalle analisi del DNA arriva un altro colpo di scena in questo straordinario cold case dell'antico Egitto. Ramses III e l'Unknown E hanno lo stesso cromosoma Y e il 50 per cento del materiale genetico in comune, il che suggerisce si tratti di padre e figlio. Il test non pu dire con certezza di quale figlio si tratti, tra quelli del faraone, ma storicamente, l'unico che si ribell contro il padre fu il principe Pentaur.
Dunque lo sconosciuto  proprio lui. E la mummificazione irrituale, con il corpo avvolto nella pelle di capra, potrebbe essere la punizione estrema per il suo crimine. Come mor? Forse per strangolamento, ma non  stato possibile stabilirlo con certezza. Nel Papiro di Torino  scritto che fu processato e condannato e che poi si tolse la vita. Potrebbe essersi impiccato, magari per il rimorso. Ma non esiste una Tac per l'anima e dunque, almeno su questo, resta il mistero.


5.
Uno sciopero contro il faraone.

Oggi gli uomini della squadra hanno oltrepassato i cinque posti di blocco della tomba, gridando: Abbiamo fame! Sono gi trascorsi diciotto giorni! racconta Amennakht, scriba ufficiale addetto alla tomba che Ramses III si sta facendo costruire nella Valle dei Re, il luogo sacro in cui si fecero seppellire tutti i sovrani del Nuovo Regno. Quel mattino del secondo mese di peret (l'inverno, una delle tre stagioni degli antichi abitanti del Nilo), dunque a gennaio, gli addetti alla necropoli reale incrociano le braccia e vanno a sedersi nel retro del tempio funerario di Thutmose III, ragguaglia l'estensore del dettagliatissimo Papiro dello sciopero, lungo 540 centimetri e alto 80, conservato al Museo Egizio di Torino, che documenta la prima rivolta di lavoratori nella storia, scoppiata nel ventinovesimo anno di regno di Ramses III (1157 a.C.) e destinata a protrarsi per parecchi giorni.
Per placare gli animi, le autorit incaricano lo scriba Pentaweret di distribuire cinquantacinque razioni di focaccia, ma i dimostranti, dopo una notte di sit-in, invadono il tempio di Ramses II. Il capo della polizia Mentmose promette l'intervento del sindaco di Tebe. Se siamo arrivati a tanto  stato per la fame e la sete. Non abbiamo vestiti, n unguenti, n pesci, n verdure, ditelo al faraone, il nostro signore perfetto protestano gli operai, che pretendono la consegna di altre provviste. Dopo quasi tre decenni di splendore, conquiste e prosperit, il regno attraversa una crisi economica, il grano scarseggia e gli imminenti festeggiamenti per i trent'anni sul trono del faraone hanno assestato il colpo finale alle finanze. Al termine di una fiaccolata notturna, il giorno 17, vengono distribuite altre vettovaglie, ma il mese successivo i manifestanti tornano ad ammutinarsi, minacciando di saccheggiare una tomba e accusando alcuni funzionari di essere ladri e corrotti.
Il papiro non racconta come va a finire la vertenza, ma nei secoli successivi recessione e conflittualit sociale diventeranno una costante. Ai tempi d'oro della Valle dei Re invece, gli addetti alla necropoli erano manovalanza altamente specializzata (solo alcuni erano schiavi e prigionieri di guerra). Scultori, tagliapietre, pittori, cavatori, ingegneri vivevano nel vicino villaggio di Set-Maat (l'odierna Deir El-Medina) e lavoravano per dieci giorni di fila, otto ore al giorno, quindi riposavano per altri tre. Non avevano diritto a ferie, per potevano assentarsi per malattia e motivi di famiglia. Inoltre il calendario prevedeva numerose feste religiose e civili. Venivano pagati in natura, con cibo, unguenti e stoffe.
Manodopera di prim'ordine, non c' che dire. Ma anche l'antico Egitto ha la sua minima quota sindacale di operai pasticcioni. Come quelli che lavorarono per Merenptah (diciannovesima dinastia), tredicesimo figlio di Ramses secondo, sepolto nella KV8. Il corredo funerario comprendeva quattro sarcofagi, ma quando fu il momento di portarli dentro, forse per un'incomprensione con l'architetto (succedeva anche allora) si scopr che erano troppo grandi e non passavano dai cancelli. Gli uomini furono costretti a tagliare la recinzione. O come i cavapietre al lavoro nella KV11 per Ramses terzo, che per errore buttarono gi il muro sbagliato, sconfinando nella vicina KV10.
Per circa cinquecento anni, dalla diciottesima alla ventesima dinastia (il primo in assoluto a costruire una tomba in questo sito fu Thutmose I nella KV38), i faraoni furono sepolti in questa valle, che non ha niente a che vedere con le nostre, verdi e fiorite, ma  piuttosto uno uadi (dall'arabo wadi), un canalone eroso dalle piogge nella friabile roccia calcarea del deserto - facile da scavare e da decorare - topograficamente diviso in due rami separati, uno orientale (East Valley) e uno occidentale (West Valley), che ospita la quasi totalit delle tombe. Prima di diventare un luogo sacro, protetto dalla dea Hathor, nonch il pi grande cimitero reale del mondo, fu scelto perch convenientemente vicino al Nilo ( a 5 chilometri) e perch, presentando un solo accesso, era semplice da sorvegliare con sentinelle appostate sui crinali.
Nonostante ci, le tombe furono tutte depredate in razzie ripetute. Negli ultimi due secoli la Valle dei Re  stata esplorata da avventurieri, archeologi e tombaroli, ma  incredibile, come mi fa notare Zahi, che delle 65 tombe fin qui recuperate e catalogate con l'acronimo KV, nessuna sia stata scoperta da un archeologo egiziano. La numerazione, avviata nel 1827 dall'egittologo inglese John Gardner Wilkinson con un criterio geografico, non rispecchia affatto la linea di successione al trono, ma segue l'ordine di rinvenimento.
Costruite con l'ingresso in cima a una parete di roccia o nel sottosuolo, non ce n' una uguale a un'altra. A volte erano previste stanze anche per altri membri della famiglia reale, come nel caso della KV22 di Amenofi terzo, disegnata per ospitare la figlia Sitamon e la moglie Tiy, che peraltro gli sopravvissero entrambe. Un bugigattolo, se paragonata alla grandiosa KV5, destinata ai figli di Ramses secondo, costruita su pi livelli, con funzione di mausoleo. Secondo il Theban Mapping Project, diretto dal celebre egittologo americano Kent Weeks, che ha effettuato alcuni rilievi sorvolando la Valle dei Re in mongolfiera, al suo interno sono stati gi censiti centotrenta ambienti, tra camere e corridoi, ma dall'osservazione della planimetria si ritiene che potrebbero essercene anche pi di duecento. E questo perch Ramses secondo il Grande, terzo re della diciannovesima dinastia, colui che sconfisse gli ittiti nella battaglia di Kadesh ed eresse i templi di Abu Simbel, che regn per sessantasette anni (un record che contende a Pepi secondo) e mor a novanta compiuti, aveva una famiglia decisamente allargata: ebbe infatti pi di cento figli (solo sette o otto dalla prediletta Nefertari) e sistemarli in un'unica tomba (perlomeno la gran parte di loro) richiese un notevole sforzo architettonico. Lui comunque se ne fece una a parte, la KV7, dove rest per qualche decennio appena: depredata dai ladri, la mummia fu spostata pi volte dai sacerdoti, prima di trovare pace nel grande nascondiglio segreto DB320.
Gli and comunque meglio che a Ramses undicesimo (ventesima dinastia): la sua KV4, l'ultima tomba scavata nella Valle dei Re, non fu mai usata dal suo titolare (ma questo capitava spesso) e in tempi antichi i ladri la adoperarono come magazzino per la refurtiva. Poi fu riconvertita in stalla. Negli anni Venti Howard Carter ci stabil la sala da pranzo durante gli scavi alla KV62 di Tutankhamon.
Se c' una tomba che ha fatto dannare l'anima a Zahi Hawass, questa  la KV17 del faraone Seti I, figlio di Ramses I, la pi grande di tutte, quasi 1500 metri quadrati, scoperta nel 1817 da Giovanni Battista Belzoni e considerata la Cappella Sistina delle tombe per la magnificenza delle sue pitture. Ai piedi di un dirupo, complicata da raggiungere. Ma non  tanto questo che ha fatto arrovellare generazioni di archeologi, quanto la presenza, nella camera funeraria, di un misterioso tunnel che portava chiss dove. Qualcuno ha ipotizzato che potesse simboleggiare il passaggio verso l'oltretomba, dove l'anima del faraone avrebbe incontrato il dio Osiride, signore dei morti.
Zahi ne sent parlare la prima volta nel 1973, quando conobbe Sheikh Ali Abd El-Rassul (discendente della famiglia di tombaroli che nel 1871 scopr il pi affollato nascondiglio reale, la tomba DB320), proprietario dell'hotel El-Marsam di Luxor, tappa fissa per tutte le spedizioni dirette alla Valle dei Re, che ancora oggi  gestito da suo figlio Sayed. Tu diventerai un archeologo importante predisse un giorno Sheikh Ali a Zahi. E cos  stato. Gli sugger anche di cercare bene in fondo a quel tunnel: era convinto che portasse a una stanza segreta. Forse la vera tomba di Seti I. Lui stesso nel 1960 aveva provato a scavare, grazie a una concessione temporanea del governo egiziano, ma aveva dovuto abbandonare l'impresa a 136 metri, perch c'era un fortissimo rischio di crolli e gli operai avevano paura. Zahi ha sempre tenuto a mente questa seconda parte della profezia di Sheikh Ali, morto nel 1987: In fondo erano stati i suoi antenati a scavare e decorare quelle tombe.
Quando fu nominato segretario generale del Consiglio supremo delle Antichit, Zahi decise di esplorare quel lungo cunicolo. Era il 2003. Armato di torcia e metro a nastro, e con il mio cappello in testa, ho cominciato la discesa. Per sicurezza mi tenevo a una corda robusta. Arrivato a circa 77 metri ho deciso che era troppo pericoloso: il passaggio diventava pi stretto e continuavo a sbattere la testa. Perci abbiamo fatto dietrofront.
Nel novembre 2007 Zahi torna all'attacco, con una squadra affiatata di collaboratori, ben consapevole delle difficolt della missione. Abbiamo studiato con attenzione le condizioni geologiche della tomba per scongiurare danni alle persone e alla struttura, rafforzando le volte con un sistema di tubi d'acciaio. Per portare fuori detriti e manufatti si costruisce una piccola ferrovia sotterranea, come nelle miniere. E di lato viene aggiunta una scalinata in legno per spostarsi con pi facilit su e gi per la cripta.
Raggiunto il punto in cui Sheikh Ali aveva interrotto gli scavi, il team di Zahi si rende conto che i loro predecessori hanno sbagliato direzione, deviando dal passaggio principale. Raddrizzata la bussola, si procede a picconare un sentiero sotterraneo inesplorato. Che la strada sia quella giusta lo dimostrano alcuni ritrovamenti interessanti: vasellame, due ushabti reali (statuette funerarie), una piccola barca di ceramica e frammenti di pietra con inciso il nome di Seti I. A una distanza di 140 metri dall'ingresso.
Si va avanti. Ecco alcuni scalini intagliati nella roccia, cinquantaquattro in tutto. Sembra la scala che di solito porta in una tomba reale. Quindi il tunnel si allarga in un corridoio, con le pareti lisce, come dovevano averle lasciate gli antichi cavatori, pronte per essere decorate. In fondo si apre un passaggio. Sul muro  rimasto un graffito rosso, con le istruzioni per gli operai (proprio come si usa ancora oggi): Alzare lo stipite della porta e allargare l'ingresso. Secondo Zahi e il suo assistente Tarek El-Awadi (che poi diventer direttore del Museo Egizio del Cairo) l'intenzione era quella di costruire una seconda tomba, ancora pi in basso. Oltre il passaggio comincia un'altra scala di trentasette scalini. L'ultimo mai terminato. E poi... il muro. Proprio cos.
A tre anni di distanza (tanti ne erano passati, a raccontarlo sembra tutto velocissimo, ma non lo ), dopo 174,5 metri di roccia abbattuta spaccandosi la schiena e mangiando polvere, il team di Doctor Hawass si  ritrovato davanti a una parete grezza. Nessuna tomba segreta, nessun tesoro. Ma almeno posso dire di avere scoperto cosa c'era in fondo al tunnel: niente. Probabilmente i lavori si fermarono alla morte di Seti I, che regn soltanto dodici anni. Cosa volesse costruire resta per ora un mistero. Non si pu dire per che Zahi non abbia provato a svelarlo.
La Valle dei Re era riservata perlopi ai sovrani o a qualche alto dignitario o membro della famiglia particolarmente caro al faraone (qualcuno portava con s anche animali da compagnia: nelle KV50, KV51 e KV52 sono state ritrovate mummie di quattro scimmie, un babbuino, un ibis e tre oche). Fino alla diciannovesima dinastia (1291-1185 a.C.) le dame reali non avevano un luogo di sepoltura a loro dedicato. In seguito cominciarono a essere sepolte in una valle a sud di Tebe, che ha preso il nome di Valle delle Regine. Le donne normali, anche se di ceto sociale elevato, non avevano diritto a una tomba personale, che oltretutto era molto costosa e quindi considerata un privilegio maschile, ma condividevano quella del marito, del padre o del figlio. Tuttavia le loro sepolture erano comunque sontuose ed elaborate, a volte in sarcofagi rivestiti d'oro. Come la Valle dei Re, anche la Valle delle Regine dalla fine del Nuovo Regno non fu pi utilizzata.
Novembre 2004. Sono ancora un quasi novellino della Valle dei Re e mi tocca affrontare la tomba pi tosta di tutte, quella KV20 di Hatshepsut che, come un serpentone, tra brusche curve e scalini, si snoda nel sottosuolo per 213 metri, fino alla camera di sepoltura, che si trova a 97 metri nel sottosuolo.  la pi profonda d'Egitto, forse del mondo.  inquietante sapere di avere tonnellate di sassi e terra sopra la testa. E il sopralluogo di qualche giorno fa non  stato incoraggiante. Ha confermato che le pareti sono pericolanti e si sgretolano con un soffio. La roccia all'inizio  pi stabile, poi, a mano a mano che si scende, diventa pi friabile. Piovono pietre che  un piacere. Una ha colpito in testa una delle guide indigene, fortuna che aveva il casco.
Il mio operatore americano, John Hazzard, nonostante il cognome promettente (hazard in inglese significa rischio) non  proprio un tipo avventuroso, anzi  il classico cameraman newyorkese da studio cinematografico. Non aveva mai partecipato a una spedizione in vita sua prima di cominciare a collaborare con me, nel 2000.  la sua missione d'esordio in Egitto, l'ho voluto io per questo documentario perch gli piace filmare le persone. C' chi preferisce lavorare con gli animali, sono due tecniche diverse. Spicciamoci e usciamo di qui. Let's get out of here sussurra preoccupato durante la ricognizione. Spicciamoci, poi, si fa per dire, visto che ci vuole un'ora per scendere e un'ora e mezza per risalire.
Due giorni dopo siamo pronti per partire alla volta della KV20. Con me ho portato anche mio figlio Corso,  il mio regalo di compleanno per i suoi dodici anni. C' Alessandro Ojetti, il mio braccio destro, e poi, naturalmente, Zahi Hawass in tenuta d'ordinanza, completo di jeans e l'immancabile cappello a tesa larga che ha comprato anni fa in California e considera, non a torto, il suo portafortuna. La prima volta che l'ho indossato ho fatto una scoperta importantissima nella Valle delle Mummie d'oro, nell'oasi di Bahariya mi ha raccontato. In un'altra occasione quel cappellaccio gli ha salvato la vita: Zahi stava perlustrando una tomba quando gli  caduta in testa una grossa pietra e per il colpo ha perso i sensi. Rischi del mestiere. Io sono un archeologo che lavora con la polvere, gli altri stanno seduti alla scrivania.
Ma torniamo a noi. La partenza, come sempre,  fissata alle sei del mattino. La nostra base operativa  l'hotel Sonesta, proprio sulla riva est del Nilo. In macchina, attraversando un ponte, ci vogliono ben quaranta minuti per passare dall'altra parte, anche perch bisogna superare i controlli della polizia. Cos l'attrezzatura viaggia sulla jeep, mentre noi noleggiamo una barca scoperta e in quindici minuti siamo sulla sponda opposta. La traversata  per me un momento di puro relax. Non si sentono pi i rumori della citt e l'aria  piacevolmente umida.
Scesi a terra, risaliamo sulla 4x4 che ci porta fino al cancello di sicurezza della Valle dei Re. Da l si continua a piedi. C' da camminare una ventina di minuti prima di arrivare alla montagna. Non ci sono turisti perch la zona  impervia. Davanti all'entrata della KV20 ci attende Ali, il ras, ovvero il capo degli operai. Sui cinquant'anni, sempre elegantissimo con la sua tunica bianca (o tutta nera) e il bastone da passeggio,  il discendente di colui che trov la tomba di Tutankhamon. Il responsabile della missione  lui e ce lo ricorda prima di entrare: Qui sotto si fa come dico io. Agli ordini!
Cominciamo la discesa. Ognuno di noi porta, fissata sulla fronte, una torcia, di quelle da minatore. Nel tunnel in teoria arriva la corrente elettrica, ma l'impianto  composto da un filo sottile da cui pendono alcune lampadine di vetro, come quelle che abbiamo a casa. Se dovessero fulminarsi e lasciarci al buio, l sotto, non sarebbe divertente. Ai tempi delle prime spedizioni, gli esploratori si avventuravano dentro pozzi e cripte alla luce delle candele. Romantico, forse, ma poco pratico, visto che spesso si spegnevano sul pi bello, per mancanza di ossigeno. Fu Howard Carter, nel 1903, quando era ispettore delle Antichit egizie, a portare la luce elettrica nelle prime sei tombe, piazzando il generatore nella KV18.
Il tunnel  un budello che scende nelle viscere della terra. Mi fa impressione soltanto a dirlo, eppure io che sono claustrofobico ed evito gli ascensori troppo piccoli, scendo senza paura, forse perch sono distratto dal pensiero delle riprese: il vero terrore  quello di risalire senza aver girato le scene clou, dopo questa complicata organizzazione.
Le pareti del lunghissimo tunnel sono ripide e scivolose, non si possono affrontare come una passeggiata. Per fortuna, per, Alessandro, il mio secondo operatore, amico e compagno di viaggi dal 1982,  un bravo alpinista, ha scalato anche i primi 700 metri del K2. Ha portato delle corde robuste lunghe 70 metri che provvede ad ancorare, in sequenza, a qualche spuntone di roccia ben saldo o a un gradino in grado di reggere il nostro peso.
Pi si va avanti e pi  difficile respirare, manca l'aria. In compenso la puzza degli escrementi di pipistrello  rivoltante. Ci sar un motivo, no?, se sono pochi quelli che si avventurano nella KV20.
Non bisogna fare gesti avventati o bruschi, il che non  sempre facile, visto che in spalla abbiamo gli zaini pieni. Il tecnico delle luci, Osama Farghali (un ragazzone simpatico, matto e forzuto, che prima lavorava come buttafuori in un locale del Cairo) indossa anche una specie di cinturone che contiene la batteria per le luci (nella tomba ovviamente non c' una presa), che da sola peser dieci chili. La roccia nera  molto friabile, basta una botta o una manata e si sgretola sotto le dita. Arrivati in fondo, infatti, noto per terra parecchi sassi, alcuni piuttosto grossi. Non vi appoggiate ammonisce Ali. Nemmeno il tempo di dirlo e Osama inciampa tirando gi mezzo muro (roccia grezza eh, niente di prezioso). Quello che grida Zahi  irriferibile.
Ma c' dell'altro. La camera funeraria della KV20  inaccessibile, quasi completamente ostruita dai detriti e dal fango secco trascinati gi dalle alluvioni. Resta libera solo una spaccatura in basso, troppo stretta persino per potercisi infilare strisciando sulla pancia. Ali chiede agli operai di scavare per allargare il buco con i picconi. E quelli si mettono all'opera, senza nemmeno la mascherina. Dopo pochi minuti ci ritroviamo in un inferno di polvere. Il rimbombo dei colpi  spaventoso. Evito di pensare che potrebbe crollare tutto. Passano i minuti. I poveri cavatori riemergono come ricoperti di gesso, anche la barba e i baffi. Sembrano delle statue. Il passaggio  libero. Ora tocca a noi. Restiamo sotto tre o quattro ore, la nozione del tempo si perde facilmente.
Negli zaini ci sono bottigliette d'acqua minerale e panini per tutti, che ho fatto preparare da un ristorantino appena fuori della Valle dei Re: pane arabo, pollo fritto, pomodoro, insalata e maionese, squisiti. Ce li meritiamo. Dentro la valle invece, davanti alla tomba di Tut, c' una piccola rest house di legno. Il custode  un ometto magrissimo che  incaricato dell'accoglienza quando ci sono visitatori importanti. Prepara un t scuro, pieno di zucchero, il pi buono che abbia mai bevuto. Basta sorvolare sul fatto che te lo serve in bicchierini di vetro anneriti che di certo non hanno mai visto una lavapiatti e forse nemmeno il sapone.
Risaliamo verso le cinque del pomeriggio. Quando si esce da una tomba cos profonda, dopo tante ore, la prima sensazione che si prova  quasi dolorosa. Sembra di avere tanti spilli conficcati nei polmoni, affaticati dalla polvere e dalla mancanza di ossigeno. Poi per, sulla barca, l'umidit del Nilo  come miele per la gola arida. Sono disidratato e secco come un pezzo di legno. Rientrato in hotel bevo,  il caso di dirlo, come un cammello.
Se Nefertiti ha fatto e fa impazzire gli archeologi di mezzo mondo, che si scervellano su quelle poche tracce che ci ha lasciato, anche Hatshepsut, altra grande regina-faraone,  un osso duro per un documentarista. Dopo essere sceso nell'abisso della tomba che fece costruire per s e per il padre Thutmose I, vorrei girare delle scene anche in quella che le era stata destinata come regina, a Wadi Sikkat Taqa El-Zeide, localit a 700 metri da Deir El-Bahari, a sud della Valle dei Re. Zahi ha bisogno di prendere delle misure e scattare qualche foto, io ne approfitto e mi accodo alla spedizione. Scavata nella pietra,  altrettanto inaccessibile: l'ingresso  a circa 35 metri dal suolo, per tenere lontani i saccheggiatori.
Proposito fallito. Basta leggere il diario di Howard Carter che la scopr, una sera del 1916: Era mezzanotte. La guida ci fece notare che c'era una corda che penzolava dalla parete rocciosa. Tendendo l'orecchio, in effetti, si sentivano le voci dei ladri all'opera. Quando siamo arrivati in fondo al cunicolo c' stato qualche momento di imbarazzo. Ho dato loro due alternative: o risalire con la mia corda - la loro l'avevamo tagliata - oppure restare l per sempre. Hanno capito la situazione e se ne sono andati.
Dal punto di vista dello spettacolo per  la tomba ideale per me, considerato che la gran parte delle scene sono ambientate in qualche cripta buia di tre metri per tre. Ci vuole anche un po' d'azione e cosa c' di meglio di un'arrampicata sulla roccia in pieno deserto? Su richiesta di Zahi, l'archeologo americano Donald Ryan, di casa a queste latitudini, si  offerto di accompagnare Kara Cooney, docente aggiunto di egittologia alla University of California, bella e spericolata, che tenter l'impresa. L'idea  di calarsi dall'alto della parete rocciosa con una corda, fino a raggiungere l'ingresso della tomba. Sar una sequenza spettacolare.
Ci vogliono due ore di camminata in salita per arrivare fin lass. Ma quando Don si affaccia sullo strapiombo di 70 metri fa una faccia preoccupata che non mi piace. Assesta qualche pedata al bordo roccioso, osserva il pietrisco staccarsi e precipitare di sotto e scuote la testa. Non si pu fare mi dice.  troppo rischioso. Ha paura che non ci siano appigli abbastanza sicuri per mettere i piedi durante la discesa. Provo a insistere. Kara  disposta a fare un tentativo e sarebbe comunque protetta da un'imbragatura per arrampicata. Niente, non riesco a convincerlo e gi vedo sfumare almeno quindici favolosi minuti di riprese. E i dollari che ci ho gi investito.
Riscendiamo a valle. Non mi vengono altre idee brillanti, al momento. Ad Alessandro, per fortuna, s. Va a consultarsi con i portatori egiziani e scopre che la missione tedesca incaricata della manutenzione del colossale tempio di Ramses III a Medinet Abu, Luxor, ha in dotazione la scala di legno pi alta d'Egitto: 100 piedi, pi di 30 metri. Ce la facciamo prestare. Per portarla lungo il sentiero accidentato e scosceso fino alla base della rupe ci vogliono sei operai. Quando li vedo arrivare, tutti sudati, poveracci, esulto. Purtroppo per nemmeno la maxiscala  sufficiente a raggiungere l'apertura della tomba. Ci inventiamo una protesi, attaccandoci una seconda scala con delle corde. La giuntura  un po' precaria e la scala oscilla a ogni passo, ma Kara riesce a salire dalla regina Hatshepsut. Non fa in tempo ad alzare il pollice e infilarsi nella grotta che viene investita da una nuvola di pipistrelli. Lei grida. Io, invece, penso che sia una scena fantastica (lo so, sono imperdonabile).


6.
Predatori di mummie.

Se lo spirito del faraone Ramses secondo era per caso da quelle parti, si sar divertito quando hanno portato la sua riverita mummia fuori dalla tomba e l'hanno adagiata in terra, pur con tutti i riguardi. Sotto al sole cocente del deserto, le braccia rinsecchite, fino ad allora ripiegate sul petto nella tipica posa regale, si sono lentamente schiuse e sollevate verso l'alto. Scatenando il panico tra gli operai, convinti per qualche istante che la mummia stesse riprendendo vita, come succede nei film.
Era soltanto una breve illusione, un movimento involontario, indotto dal calore intenso. Per, se la storia  vera come raccontano (accaduta non si sa quando), e non una leggenda, devono essere stati dei lunghissimi istanti di terrore.
La morte - e tutto quanto la riguarda -  una faccenda molto importante per gli antichi egizi i quali credono che, come il sole nasce e tramonta ogni giorno, in un ciclo continuo, cos anche per gli essere umani, dopo la fine, cominci una nuova vita. Il defunto si scinde in vari elementi, tra cui l'akh, spirito puro luminoso, parte del dio, il ka, l'essenza e la forza vitale della persona (che anche dopo il trapasso mantiene i bisogni primari: mangiare, bere e trovare riparo), e il ba, entit spirituale che vaga fra tomba, sfere celesti e oltretomba (da non confondere con il nostro concetto di anima, rappresenta piuttosto la potenza insita nella personalit dell'individuo), deputata a presentarsi al cospetto di Osiride e al consiglio delle quarantadue divinit, per dimostrare di non aver commesso crimini. Perci si sottopone alla pesatura dell'anima. Sul piatto di una grande bilancia viene deposto il cuore del defunto, sull'altro una piuma, simbolo della dea Maat, la Verit. Chi non supera la prova bilancia muore definitivamente. Per la riunione con il ba, il ka ha bisogno di una casa, ovvero del corpo. Per questo la mummificazione  una pratica essenziale, sacra.
In epoca predinastica i corpi vengono sepolti in piccoli pozzi scavati sotto la sabbia rovente e asciutta, sterile, che li disidrata in fretta. Tuttavia le spoglie restano preda degli animali e delle intemperie. Dentro i sarcofagi invece si decompongono, la prospettiva pi tremenda per un abitante del Nilo: senza pi corpo (o almeno una statua, un'immagine, una maschera) sopravviene la seconda morte, quella senza ritorno.
Nei secoli le tecniche di conservazione duratura vengono via via perfezionate, fino a diventare una vera e propria arte. Tra la morte e la sepoltura, per tradizione devono passare settanta giorni, il tempo che impiega la stella Sirio a scomparire dietro l'orizzonte. La prima fase del processo di mummificazione  l'imbalsamazione. Il cadavere viene portato nella sala della purificazione, dove viene lavato con profumato vino di palma e sciacquato con l'acqua del Nilo. Quindi uno dei sacerdoti pratica un taglio sulla sinistra del corpo e rimuove gli organi interni.
Fegato, polmoni, stomaco e intestino sono lavati e impregnati di natron (carbonato di sodio idrato) per essiccarli, e riposti nei vasi canopi corrispondenti (ciascuno protetto da un figlio del dio Horus): Imseti, con testa di uomo, per il fegato, Hapy, con testa di babbuino, per i polmoni, Duamutef, con testa di sciacallo, per lo stomaco e Qebehsenuef, con testa di falco, per l'intestino. In epoca pi recente gli organi, una volta essiccati, verranno riposizionati all'interno del corpo. Il cuore non viene rimosso perch  il centro dell'intelligenza e dei sentimenti e il defunto ne avr bisogno nell'aldil. Il cervello  estratto con un uncino infilato nel naso e di solito viene gettato via.
A questo punto il corpo  ricoperto e riempito di natron e sale marino, per eliminare l'umidit. Dopo quaranta giorni viene lavato ancora con l'acqua del Nilo e spalmato di oli profumati per mantenere la pelle elastica. Le cavit interne del corpo ormai svuotato vengono riempite con resina, stoffa, segatura, foglie, per restituirgli un aspetto pi simile a quello avuto in vita, cos che il suo spirito lo possa riconoscere. A volte vengono applicati occhi di vetro, pietra o legno. I capelli sono tinti con la polvere di henn.
Adesso pu avere inizio il rito del bendaggio, che dura quindici giorni. Si comincia con la testa e il collo, racchiusi in metri e metri di strisce di lino. Poi si passa alle dita di mani e piedi, avvolte una per una. Se il defunto  di sangue reale ciascun dito viene racchiuso in un ditale d'oro. Le gambe vengono bendate separatamente, come le braccia, piegate sul petto o distese lungo i fianchi. Tra le fasce, in punti precisi, vengono inseriti amuleti che proteggono il morto nel suo viaggio verso la duat, l'aldil. Quindi gli arti sono legati tra loro affinch restino fermi. Tra le mani viene infilato un papiro con versi tratti dal Libro dei Morti. Poi ancora altre bende, sigillate da resina calda. A volte il sacerdote, che declama delle formule magiche, indossa una maschera da sciacallo, per impersonare il dio Anubi. Da ultimo, un telo avvolge la salma, impacchettata con altre strisce di stoffa. Sulla testa viene applicata una maschera che riproduce il viso del morto. D'oro, se  un sovrano o comunque un personaggio di rilievo nella societ.
Seguono altri riti di purificazione e l'aspersione con l'incenso, quindi la mummia  deposta nel sarcofago ligneo, trasportata su una slitta trainata da uomini o da buoi e preceduta da musicisti. Durante la processione alcune donne gridano, piangono, si stracciano le vesti, si gettano a terra (pi che per disperazione lo fanno di professione), altre due impersonano Iside e Nefti, le sorelle di Osiride che lo aiutavano a risorgere. Arrivati alla tomba, dopo la cerimonia di apertura degli occhi e della bocca, con cui il morto riacquister i sensi, il feretro viene calato nel sarcofago di pietra, che ha un valore simbolico: il coperchio rappresenta il cielo, il fondo la terra, i quattro lati i punti cardinali. I piedi del defunto sono orientati a sud, la testa a nord, il volto  rivolto a est, dove sorge il sole.
Il morto viene sepolto con il corredo funerario, pi o meno ricco, a volte favoloso, che gli serve per continuare a vivere nell'aldil. Pi che altro, per, finir per attirare i ladri, categoria antichissima e sempre molto operosa, oltre che piena di inventiva. Molti defunti vengono derubati prima ancora di giungere nella tomba. A volte sono gli stessi imbalsamatori che, ricevuti dai parenti del morto amuleti e gioielli, invece di infilarli tra le bende, li trattengono per s, certi che nessuno verr a scoprirlo. Oppure i ladri si nascondono tra gli operai che hanno costruito il sepolcro, tra i guardiani della necropoli, persino tra i sacerdoti. Pur di trovare oro, argento o pietre preziose, le mummie vengono violate, spaccate, tagliate in pezzi. Se spoglie, persino riutilizzate - a quel punto meglio che niente - come torce, legna da ardere, combustibile.
Nel Medioevo pare che la polvere di mummia pestata nel mortaio fosse considerata un balsamo per slogature, infiammazioni e fratture. I metalli preziosi sono in cima alla lista dei desideri dei ladri. Ma anche stoffe, profumi, oli e cosmetici (da rubare in fretta, per, prima che diventino rancidi), vetro, rame e avorio rappresentano un bottino ambito.
Per scoraggiare i malintenzionati non basta nemmeno nascondersi in un pozzo profondo 20 metri, come nel caso di un medico di corte di nome Qar, sepolto a Saqqara, che Zahi ha scoperto qualche anno fa: i saccheggiatori erano arrivati anche l, lasciando agli archeologi giusto qualche bel pezzo di vasellame e gli strumenti da dottore, ma sgraffignando tutto il resto. A volte scavano tunnel sotterranei da una tomba all'altra, per razziarne pi d'una per volta. Segno, questo, che si tratta di gente che conosce bene la planimetria della necropoli.
I faraoni dell'Antico Regno - che non vogliono affatto nascondersi, ma essere ammirati e riveriti per l'eternit - si fanno seppellire nelle piramidi e incaricano gli architetti di realizzare una serie di impedimenti fisici per scoraggiare le intrusioni: ingressi nascosti, finte camere funerarie, porte sbarrate con lastroni di granito. Ho imparato a mie spese quanto pu essere difficile entrare in una tomba racconta Zahi che, tempo fa, per uno show televisivo, prov a introdursi nella piramide di una delle regine del faraone Menkaura (o Micerino), figlio di Chefren, dove non era ancora mai penetrato nessuno in tempi moderni. Quando sono arrivato all'ingresso della camera funeraria, ho scoperto che era bloccata da un gigantesco lastrone di granito. C'era una fessura di circa venti centimetri tra il pavimento e la pietra. Ho provato a infilarmici sotto per strisciare dentro, ma sono rimasto incastrato in diretta TV! Credevo che non sarei pi riuscito a uscire. Per fortuna il presentatore dello show ebbe la prontezza di togliergli la telecamera dalle spalle e cos riusc a liberarlo.
Con i ladri professionisti tutti questi stratagemmi falliscono. I re del Medio Regno provano a confondere loro le idee nascondendo mummie e tesori in fondo a complicati labirinti. Non basta nemmeno questo a scoraggiarli: anche le loro piramidi vengono tutte depredate. Quando i sovrani del Nuovo Regno si spostano nella Valle dei Re, separando il tempio innalzato a loro memoria dall'effettivo luogo di sepoltura, mimetizzato tra i crepacci rocciosi delle sacre montagne di Tebe, i furti diventano pi complicati, ma l'affare resta redditizio. Ho costruito la tomba del mio signore, nessuno ha visto, nessuno ha ascoltato fa incidere sulle pareti della sua stessa cripta il fiducioso Ineni, l'architetto reale della tomba di Thutmose I, il faraone che per primo sceglie la Valle dei Re come ultima dimora. Tutankhamon  il settimo faraone a essere sepolto nello uadi che taglia le rocce, Ramses decimo l'ultimo. Gli ingressi delle tombe sono stretti e poco visibili, i passaggi spesso vengono lasciati spogli, senza decori, per dare l'impressione che si tratti di luoghi abbandonati. Inoltre, in molte tombe la camera funeraria in cui si arriva non  quella vera, che invece si trova sotto il pavimento.
Comunque sia, molto ostinati o molto fortunati, gli scassinatori riescono sempre ad arrivare al tesoro, magari imbeccati da architetti compiacenti in cambio di mazzette, chi pu dirlo. Di solito la fanno franca. Non tutti, certo. In una tomba di Riqqa  stato ritrovato lo scheletro di un ladro schiacciato dal crollo del soffitto proprio mentre stava sollevando la mummia: colto con le mani nel sarcofago. Per il mestiere forse pi antico d'Egitto si tramanda di generazione in generazione (ed  ancora oggi assai praticato). La tomba di Thutmose quarto viene saccheggiata pochi anni dopo la sua morte. E anche quella di Tutankhamon riceve la visita dei malviventi subito dopo il solenne funerale. Per due volte. Probabilmente, per, uno di loro resta appostato a fare da palo e li avverte in tempo dell'arrivo delle guardie. I complici riescono cos a scappare, portandosi dietro una minima refurtiva. Gli oggetti abbandonati nella fuga precipitosa vengono rimessi dentro alla rinfusa e il successore di Tut, Ay, ordina che la tomba sia richiusa e sigillata. E cos la trova l'archeologo Howard Carter.
Alcuni papiri antichi sopravvissuti allo scorrere dei secoli ragguagliano persino sulle malefatte dei razziatori di tombe. In uno lo scriba racconta il dialogo tra il giudice e il ladro (sfrontato), colto sul fatto.
Perch hai rubato dalla tomba del faraone?
Tutti dicono che il faraone  un dio. Allora perch non mi ha fermato?
Altri papiri di epoca ramesside (1295-1069 a.C.) - l'et dell'oro per i ladri - raccontano dello scontro tra il sindaco della sponda est di Tebe, Paser, e quello della sponda ovest, Pawera, che ha il compito di vigilare sulle tombe reali. Lo scrupoloso Paser informa le autorit che la tomba di Amenofi I  stata saccheggiata e che Pawera  negligente o in combutta con i razziatori. Il visir, che era l'uomo pi potente subito dopo il faraone, nomina una commissione per indagare sulla vicenda, presieduta per dallo stesso accusato, che ovviamente si pronuncia a proprio favore, sostenendo di aver controllato nove tombe e che tutte risultano in ordine. Dunque, concludono i commissari, Paser  un bugiardo. Per festeggiare l'assoluzione, Pawera raduna un gruppo di sostenitori, attraversa il Nilo e va a fare baccano sotto la casa del suo accusatore. Ma lui, il giorno successivo, si ripresenta dal visir con una seconda denuncia e l'alto funzionario del regno riapre le indagini. Stavolta i furti vengono dimostrati e i ladri condannati. A quanto pare, tuttavia, il sindaco corrotto resta al suo posto per molti anni a venire. Chi scompare dalle cronache del tempo  lo zelante Paser.
Al termine della ventesima dinastia, la Valle dei Re, abbandonata dai sovrani che preferiscono farsi tumulare nei templi,  ancora meno presidiata e i razziatori hanno campo libero. Per salvare almeno i resti degli antenati - e garantire alle loro anime la vita eterna - i sacerdoti di Amon fanno trasportare in gran segreto le mummie in luoghi nascosti, non troppo lontani - ovvero nei royal mummy caches, che diventano delle specie di tombe di gruppo -, dopo averle forse spogliate degli ultimi tesori, di propria iniziativa o su richiesta dei re della ventunesima e ventiduesima dinastia che avevano bisogno di ricchezze per finanziare il governo o per costruirsi il mausoleo personale.
L'operazione avviene di notte, e con il buio  facile (e infatti  successo spesso) che una mummia sia collocata nel sarcofago di un'altra, riavvolta in bende che non sono le sue o che le venga applicato il cartiglio sbagliato. Quando Loret scopre la KV35, Amenofi III  disteso nel sarcofago di Ramses III, sigillato con il coperchio di quello di Seti II. Oppure accade che il trasporto avvenga in pi tappe: il corpo di Ramses II, per esempio, viene prima spostato nella tomba di suo padre Seti I e solo in seguito raggiunge il nascondiglio di Deir El-Bahari.
Tutto ci ha creato non pochi problemi agli archeologi, specie quando non era ancora disponibile il test del DNA. Come nell'estate del 1871, quando i tre fratelli Abd El-Rassul, di professione tombaroli, che abitano nel villaggio di El-Qurna, appena fuori dalla Valle dei Re, scoprono per caso la cache DB320, in cui sono stipate una cinquantina di mummie reali e no. Su come sia andata davvero esistono parecchie versioni. Zahi si fida di quello che gli ha raccontato, tanti anni fa, un membro della famiglia, Sheikh Ali, che poi  diventato suo amico. Un giorno uno dei tre fratelli, Ahmed, sta pascolando le sue capre sulle alture rocciose di Deir El-Bahari, vicino al tempio della regina Hatshepsut, lungo il sentiero impervio che prender il nome di Agatha Christie path (nel 1945 la scrittrice ambienter proprio qui il giallo Death Comes as the End, in italiano C'era una volta), una scorciatoia per la Valle dei Re che conoscono solo gli indigeni, quando un capretto cade in uno stretto crepaccio. Ahmed si cala con una corda nel cunicolo per recuperare la bestiola e si trova in un corridoio sotterraneo, largo circa due metri, in cui sono ammassati dei sarcofagi antichi.
Tornato a casa, riferisce l'accaduto ai fratelli Hussein e Mohamed, e i tre decidono di tornare insieme nel cunicolo. Qui giunti, sollevano il coperchio del primo sarcofago antropomorfo bianco e giallo e avvicinano la candela: la fiammella tremolante illumina una mummia con le insegne reali. Ne troveranno molte altre, accatastate l'una sull'altra, dentro sarcofagi lignei fittamente decorati e con inserti d'oro, insieme a vari oggetti del corredo funebre. I tre non sono capaci di leggere i geroglifici, ma sui coperchi riconoscono il simbolo del cobra: quello dei faraoni. Hanno appena scoperto un tesoro inestimabile e lo sanno bene. Decidono di non parlarne con nessuno, tantomeno con la gente del villaggio. Anzi, mettono in giro la voce che il crepaccio sia infestato da uno spirito malefico. E per rafforzare la leggenda ogni tanto buttano nel pozzo qualche carcassa di animale morto.
Per dieci lunghi anni i fratelli Abd El-Rassul riescono a mantenere il segreto. Ci tornano tre, quattro volte in tutto (anche perch la discesa  ardua e pericolosa), per trafugare qualche oggetto facile da trasportare e da piazzare sul mercato nero: soprattutto papiri, stoffe, scarabei e statuette ushabti, ma, a quanto pare, anche una mummia.
Finiscono per dare nell'occhio, anche a causa del viavai sospetto di diplomatici stranieri che arrivano a Luxor per acquistare pezzi pregiati da rivendere in Europa. E mettono in allarme il direttore del dipartimento delle Antichit, il francese Gaston Maspero, che chiede aiuto a Charles Edwin Wilbour, ricco uomo d'affari americano, suo ex studente di egittologia a Parigi, che si trova da quelle parti come turista. Maspero lo incarica di indagare con discrezione, fingendosi un ricco collezionista a caccia di reperti dell'antico Egitto. Cos Wilbour entra in contatto con il turco Mustafa Aga Ayat, vice rappresentante consolare a Luxor per il governo di Gran Bretagna, Russia e Belgio, personaggio ambiguo che abita in una casa costruita a ridosso del celebre tempio e che, approfittando dell'immunit diplomatica, fa da intermediario tra i ladri di tombe e i ricchi turisti occidentali. Tramite il gancio Aga Ayat, l'agente segreto Wilbour incontra Ahmed Abd El-Rassul che si offre di vendergli un papiro funerario per 350 sterline.
L'affare non va in porto. Ma  un primo indizio di colpevolezza. L'inchiesta prosegue. Finch, il 14 aprile 1881, Maspero manda la polizia locale ad arrestare Ahmed che per, nonostante l'interrogatorio (e una buona dose di frustate sotto la pianta dei piedi), nega ogni addebito. La sua abitazione viene perquisita, tuttavia non vengono trovate prove compromettenti. La gente di Qurna, compreso il sindaco, testimonia che  un uomo rispettabile e che non c'entra nulla con il traffico illecito di antichit. Una volta rilasciato dopo due lunghi e durissimi mesi di cella, Ahmed, che rimarr claudicante per tutta la vita, torna dai suoi fratelli e pretende una quota superiore di guadagni come ricompensa per aver tenuto la bocca chiusa. Gli altri due, che hanno subito lo stesso trattamento dalla polizia, ma per meno tempo, non sono d'accordo. La pace familiare  incrinata per sempre. Il 25 giugno Mohamed, il maggiore, si reca di nascosto dalla polizia e confessa, rivelando dove si trova il tesoro. Il 6 luglio 1881 mile Brugsch, l'assistente di Maspero (che, purtroppo per lui,  a Parigi), entra nella cache reale per la prima volta: davanti ai suoi occhi (anche se ancora non lo sa con questa precisione) sono schierati i faraoni pi famosi del Nuovo Regno: Amenofi primo, Seqenenra, Ahmose, Thutmose primo, secondo e terzo e Seti primo, Ramses secondo e terzo.
C' anche il sarcofago di Ramses primo ma non la sua mummia.
Vale la pena raccontarne la storia. A quanto pare potrebbe trattarsi proprio di quella venduta dai fratelli Abd El-Rassul, ma non si  riusciti a stabilirlo con certezza. Di sicuro c' che un medico canadese di nome James Douglas la ricompra per 7 sterline al mercato di Luxor intorno al 1871-72, per conto del proprietario di un museo di Niagara Falls, in Canada. Per 130 anni circa la mummia del fondatore della diciannovesima dinastia viene esposta in mezzo ad altri reperti egizi, a memorabilia del vecchio West e della Guerra civile, accanto al settore scherzi della natura, che pu vantare un vitello a due teste e un maiale a cinque zampe.
Nei primi anni Ottanta del Novecento un archeologo tedesco sostiene che si tratti della mummia di Nefertiti. Ma viene subito smentito: appartiene a un re, non a una regina. Nel 1999 la collezione egizia viene ceduta al Carlos Museum di Atlanta. Peter Lacovara, curatore del dipartimento di Arte egizia e nubiana, convoca un team di radiologi per studiare la mummia senza nome. Dopo averla sottoposta a lunghe analisi, gli esperti concludono che potrebbe trattarsi di Ramses I. Nel 2003 il museo di Atlanta decide di restituirla all'Egitto (c' lo zampino di Zahi: li ha convinti che una mummia reale non pu stare lontano dall'Egitto). E il 24 ottobre di quello stesso anno Doctor Hawass vola oltreoceano a riprendersi il faraone. Non  ancora certo che si tratti davvero di lui, lo esaminer con il suo team di studiosi, intanto per lo riporta al Cairo con un volo dell'Air France, avvolto dalle due bandiere, quella a stelle e strisce e quella con l'aquila. A bordo, il comandante fa un annuncio all'altoparlante: Cari passeggeri, oggi abbiamo con noi due personaggi molto importanti: Ramses I e Zahi Hawass. Non tutti sono entusiasti della prestigiosa compagnia. Una signora seduta accanto a me era molto agitata all'idea che ci fosse una mummia a bordo, temeva che scattasse la maledizione dei faraoni racconta Zahi ridendo. Ramses I viene accolto al Cairo con gli onori riservati a un re e con la fanfara della banda nazionale.
P.S.: s, i test lo confermano,  proprio lui.
La notizia del ritrovamento della DB320 si diffonde in fretta. Temendo disordini, mile Brugsch decide di svuotare la tomba il pi in fretta possibile: non si dovrebbe fare per non distruggere dettagli importanti per gli studiosi, ma non c' molta scelta. I suoi operai lavorano ininterrottamente per due giorni, finch tutte le mummie, reali e no, i sarcofagi e quasi seimila piccoli oggetti (come annota sul diario il vice di Maspero) vengono riportati in superficie. Alcuni sarcofagi sono cos pesanti che ci vogliono dodici operai per trasportarli fino al Nilo. Il 15 luglio 1881 vengono imbarcati su un battello a vapore e spediti al Cairo. Sulla banchina, la gente di Luxor piange. Quando la nave arriva a destinazione, bisogna passare la dogana. L'ispettore di turno non trova (ovviamente) la voce mummie sul registro. Cos i grandi sovrani dell'Egitto entrano in citt come pesce sotto sale.
Per il documentario sulla ricerca della mummia di Hatshepsut (uno dei grandi successi di Doctor Hawass), nel 2007 percorriamo anche noi la scorciatoia di Agatha Christie fino all'imbocco della cache DB320, dove sono stati ritrovati tanti famigliari della regina: padre, marito, figliastro, persino i nonni. Voglio filmare qualche scena sottoterra. Seduto su una tavoletta rotonda con una corda al centro, agganciata a un argano, le gambe a penzoloni, Zahi scende per circa 12 metri fino allo stesso corridoio che Ahmed Abd El-Rassul calpest per la prima volta nel 1871.  proprio il posto perfetto per nascondere cos tante mummie esclama Zahi, orgoglioso dei suoi antenati sacerdoti, mentre mi porta in giro per i cunicoli, come un perfetto padrone di casa.
Visto quello che  accaduto a tutti gli altri re,  davvero un miracolo che la mummia di Tutankhamon, con il suo ricco corredo, si sia salvata dalle grinfie dei predatori di tombe. Probabilmente ci  accaduto perch il suo nome non era menzionato nelle liste ufficiali dei regnanti, come la Lista reale di Abido, incisa sulla parete del tempio di Seti I, in cui vengono elencati settantasei re con degli omissis rilevanti: da Amenofi III si passa direttamente a Horemheb. Cancellando in un colpo solo gli indesiderati Akhenaton, Hatshepsut, Smenkhara, Ay e Tutankhamon, forse solo perch figlio del Grande Eretico. E questa alla fine si  rivelata una fortuna.
Il faraone bambino  l'unico a non essersi mai mosso dalla sua cripta nella Valle dei Re. Eppure Howard Carter, che lo scopr il 4 novembre 1922, di solito era ansioso di portare al Cairo le mummie gi identificate. Lui no. E quando l'ho visto per la prima volta, per sottoporlo alla Tac, ho capito perch spiega Zahi. La mummia era cos malridotta che Carter non poteva rischiare di mostrarla in pubblico.
Quando, tre anni dopo, il 28 ottobre 1925, l'archeologo britannico apr l'ultimo sarcofago e scopr la favolosa maschera d'oro che copriva il viso e il petto di Tutankhamon, cerc di rimuoverla con ogni mezzo. Impossibile: gli imbalsamatori avevano esagerato con le resine ed era completamente attaccata al corpo. Cementificata. Allora fece trasportare la mummia fuori dalla tomba, per esporla al sole, sperando che il calore intenso sciogliesse la colla. Ce la lasci per due giorni interi, a una temperatura intorno ai 50 gradi che mand in combustione la pelle rinsecchita. Ma l'espediente non funzion. A quel punto Carter la fece spostare nella vicina tomba di Seti II, usata come laboratorio e camera oscura per le fotografie. Qui, con l'aiuto di coltelli incandescenti riusc a staccare la maschera, rovinando per sempre la mummia, che fu decapitata (la testa poi fu riattaccata con la colla).
Lo stesso accadde al momento della prima autopsia, eseguita da Douglas Derry, dell'universit del Cairo, e da Saleh Bey Hamdi, di Alessandria d'Egitto: per poterlo rimuovere dal sarcofago, il corpo imbalsamato fu tagliato in tanti pezzi (braccia e mani vennero staccate per poter sfilare i bracciali d'oro, lo stesso accadde ai piedi) che poi vennero riassemblati in un basso contenitore di legno rettangolare, tipo vassoio, e adagiati sopra uno strato di sabbia perch il faraone sembrasse intatto. King Tut in effetti avrebbe avuto tutto il diritto di lanciargli una maledizione. In fondo  stato fin troppo gentile.


7.
Una Tac nel deserto.

Non abbiamo ancora cominciato e gi c' da risolvere il primo problema. Un problema lungo 20 metri e largo 3,5. Il King of the Road, il laboratorio mobile della Siemens alloggiato dentro un container trainato da una potente motrice, deve entrare al museo del Cairo. La sofisticata macchina per la Tac va collaudata su altre due mummie, prima di scomodare Tutankhamon dal suo lungo sonno.
Ma il bestione, che  arrivato da Londra ad Alessandria via nave e poi ha divorato i 219 chilometri di strada fino al Cairo, non passa dal cancello d'ingresso. E non si pu certo parcheggiarlo fuori. Gi abbiamo tribolato per portarlo fin qui. Prima il King  rimasto bloccato al porto per oltre un mese, aspettando l'autorizzazione della dogana. Poi l'attacco del container non combaciava con quello della motrice egiziana.
Ora quest'altro contrattempo, augurandoci che sia l'ultimo. Non c' alternativa: dobbiamo chiedere al ministro il permesso di tagliare le sbarre di ferro del cancello. Via libera. Gli operai si danno da fare con la fiamma ossidrica. E finalmente il tir pu procedere senza intralci.
Il 2 gennaio 2015 l'quipe di anatomopatologi sperimenta l'efficienza della Tac - studiata per indagare su persone vive - su due piccoli corpi imbalsamati conservati al museo. I tecnici li depositano sul carrello elevatore del camion, che li solleva e lentamente li trasferisce dentro il laboratorio mobile. Vorremmo delle riprese dall'alto, perci piazziamo una cinepresa sul soffitto del container, sopra il tunnel della Tac. Per assicurarla alla superficie liscia utilizziamo un grip, una sorta di grande ventosa che garantisce una presa salda e regge fino a 600 chili di peso. O almeno dovrebbe.
Quando il macchinario viene attivato, per, le vibrazioni dello scanner interferiscono con l'efficienza del congegno. L'aria si infila dove non dovrebbe, l'aderenza viene compromessa. E la cinepresa di tre chili e mezzo cade con tutto il gancio. Per fortuna non piomba sulla mummia, ma colpisce un angolo di una sorta di barella su cui  posata, fatta di gomma. Rimbalza senza fare danni e impatta poi sul pavimento. Ho perso cinque anni di vita in pochi secondi.
Riposizioniamo l'attrezzatura e stavolta non ci sono incidenti. Le radiografie tridimensionali offrono immagini precise al millimetro. Collaudo superato.
Adesso tocca a Tutankhamon, il Faraone d'oro. Aveva otto o nove anni quando sal al trono (pi o meno nel 1333 a.C.). Regn per altri dieci. Per il suo popolo era quasi un dio. Poi, all'improvviso, mor. Nessuno sa come e perch. Soltanto ipotesi, nessuna certezza. Siamo qui per risolvere il mistero.
Tre giorni dopo, il 5 gennaio 2005. Sono le sette di sera e il cielo  illuminato da migliaia di stelle. La nostra 4x4 percorre velocemente la strada asfaltata che attraversa la Valle dei Re. Un sobbalzo improvviso mi segnala che siamo quasi arrivati: le ruote affrontano l'ultimo tratto in terra battuta. Fa freddo, ci saranno s e no cinque gradi, ma non c'era altra scelta che organizzare l'operazione in piena notte. La segretezza della missione  fondamentale. Non possiamo permetterci di avere intorno turisti (e va bene) e giornalisti (non ci riusciremo). Anche perch le autorit ci hanno concesso tre ore. Non un minuto di pi.
Siamo una trentina di persone. Io e i miei operatori, pronti a documentare l'evento, un pool di archeologi egiziani - nessun esperto straniero  stato ammesso all'evento straordinario -, una squadra di operai in lunghe vesti e turbanti, tra i migliori di tutto l'Egitto, pi tre radiologi. E naturalmente Zahi Hawass, il superarcheologo e comandante in capo della spedizione. Camicia denim, jeans, cinturone di cuoio, giubbottone kaki.  tesissimo, le emozioni e le preoccupazioni si riflettono sul suo viso brunito, segnato dalle tante ore passate al sole.
Nel pomeriggio, sette componenti scelti del suo team si sono occupati dei preparativi per facilitare e sveltire il blitz notturno. Per la prima volta dal 1968 - quando l'quipe del dottor R.G. Harrison, dell'universit di Liverpool, sottopose la mummia di Tut a una radiografia, con una macchinetta portatile - viene sollevata la pesantissima lastra di cristallo antiproiettile che protegge il re.
Mentre i suoi erano in avanscoperta, Zahi, per allentare la tensione, mi ha invitato in un antico e chiassoso caff di Luxor. Con noi c'era anche il suo braccio destro, il dottor Sabri Abdel Aziz. Una volta seduti al tavolo, Zahi si  fatto portare un narghil e ha cominciato a fumare, come in un rituale propiziatorio e calmante. Noialtri due siamo rimasti in silenzio. Arriva il momento. Raggiungiamo gli altri alla base operativa nella Valle dei Re. Cominciamo la lenta e rispettosa processione verso la KV62. Percorriamo i pochi metri sulla terra polverosa, fino all'entrata. Scendiamo una scalinata abbastanza ripida - sedici gradini che adesso sono di legno ma in origine erano di pietra -, quindi imbocchiamo un corridoio in lieve pendenza, lungo circa 7 metri che ci porta nell'anticamera. Svoltiamo a destra in un altro cunicolo per altri 5 metri ed eccoci nella camera funeraria.
Per accedere al sarcofago bisogna scendere altri cinque gradini, ma a noi non  consentito: solo Zahi e i suoi possono avvicinarsi, lo spazio  ristretto e il tempo prezioso: sul permesso ufficiale c' scritto che abbiamo tre ore da quando la mummia verr svelata. Allo scoccare della terza ora tutto dovr essere concluso. E il faraone bambino dovr tornare al suo riposo eterno.
Osservo la scena dall'alto. Il sarcofago in quarzite gialla  lungo 2,74 metri, largo 1,47 e pesa oltre 430 chili. Agli angoli sono scolpite quattro figure femminili che rappresentano le divinit Iside, Nefti, Selkis e Neith, bellissime, con le ali spiegate a protezione del prezioso contenuto.
Quando Howard Carter entr per la prima volta nella camera funeraria, nel 1922, vi trov quattro tabernacoli di legno rivestiti in lamina d'oro, l'uno dentro l'altro come in una matrioska, che racchiudevano i quattro sarcofagi del re: quello di pietra e i tre antropomorfi, l'ultimo in oro massiccio da 110,4 chili. La teca pi esterna misurava 5,08 metri di lunghezza, 3,28 di larghezza e 2,75 di altezza, e riempiva quasi completamente la stanza. Nella stretta intercapedine tra questa e il muro erano riposti undici remi per la barca sacra, scatole per essenze e lampade decorate con l'immagine del dio Hapi. Il quarto tabernacolo era lungo 2,90 metri, largo 1,48 e alto 1,90. Conteneva il sarcofago di quarzite, che sembra fosse stato costruito per un altro faraone, di cui non si conosce l'identit, e poi modificato per Tutankhamon. Dentro l'ultimo sarcofago, quello pi prezioso, la mummia era protetta da una maschera d'oro massiccio, lapislazzuli, corniole, quarzi, ossidiana, turchese e paste di vetro, che ne copriva volto e busto.
Le pareti della camera funeraria sono rimaste intatte. Il grande affresco su quella a nord  suddiviso in tre scene separate, in sequenza da destra verso sinistra per chi guarda. Nella prima scena il vecchio Ay, prima visir e poi successore di Tutankhamon, indossa la corona blu e la pelle di leopardo del sacerdote sem. Fa le veci del figlio primogenito ed esegue l'antichissimo rituale di rivivificazione sul padre: l'apertura della bocca e degli occhi, una delle complesse cerimonie religiose praticate nell'antico Egitto per garantire al defunto la vita eterna, che cominciava con l'unzione del capo. Al termine, il morto recuperava l'uso dei sensi (la cerimonia viene descritta nei settantacinque riquadri decorativi della tomba di Seti I, la KV17) e il suo spirito poteva mangiare, parlare, vedere, sentire, respirare, insomma vivere con pienezza nell'oltretomba.
C' per una particolarit: Ay sfoggia i simboli della sovranit e sul suo capo  riportato il cartiglio con il nome di incoronazione. Di regola, per, non potevano coesistere due faraoni, se non come coreggenti (e loro non lo furono) e l'insediamento del successore non poteva avvenire se non dopo che il defunto si fosse trasformato in Osiride. Perci Nicholas Reeves ritiene che i protagonisti della scena, in origine, non fossero Ay e Tut, ma Tut e Nefertiti, che crede di riconoscere da certi tratti arrotondati del volto, tipici dell'arte di Amarna. Zahi dissente: Se Reeves avesse ragione, questa scena non dovrebbe trovarsi nella tomba di Tutankhamon, ma in quella di Nefertiti.
Nella seconda scena Tut entra nell'aldil, salutato dalla dea Nut. Nell'ultima scena  raffigurato con in testa il nemes, il copricapo di stoffa a righe tipico dei faraoni, che ricade su petto e spalle, seguito dal suo spirito guida ka, mentre viene accolto con un abbraccio dal dio Osiride, signore dei morti, con cui diventa tutt'uno.
Mi lascio rapire dalla bellezza delle pitture finch Zahi mi guarda e con gli occhi lucidi di emozione mi sussurra: Siamo alla presenza di un re e gli dobbiamo rispetto. Nessuno di noi presenti ha mai visto il viso di Tut. Nemmeno Zahi, che oggi ha voluto accanto a s due squadre. La prima  formata da operai esperti nel sollevamento di reperti molto pesanti, la seconda  composta da archeologi specializzati nello studio dei corpi imbalsamati.
Un sistema di corde bilanciate, calato dentro il grande sarcofago di quarzite, abbraccia il feretro-ritratto del faraone - l'unico dei tre originari rimasto qui sotto - in legno di cedro del Libano rivestito da una lamina d'oro finemente decorata. Dentro, adagiata su una specie di semplice vassoio di legno usato da Carter, avvolta da un'imbottitura di lino ormai ingiallita, giace la salma di Tutankhamon. L'operazione per tirarla fuori non  affatto semplice, alcuni degli operai si sporgono quasi a penzoloni dentro il sarcofago di pietra, mentre gli altri li tengono per i piedi. Hanno la fronte imperlata di sudore.
Piano, piano, in nome di Allah il misericordioso! grida Zahi sulle spine. Non riesce pi a restare l fermo a guardare e con un balzo si tuffa anche lui a testa in gi a manovrare le funi. Confesso che mi tremano un po' le gambe al pensiero che qualcuno possa cadere dentro.
Lentamente il vassoio con i resti di Tutankhamon emerge. Adesso  davanti ai nostri occhi. Lasciatelo in pace intima Zahi. La sua voce tradisce un'emozione senza precedenti. Intorno scende il silenzio. Hawass solleva un lembo del panno e rivela il vero volto di Tut. Non l'immagine della maschera d'oro ma la mummia di un giovane uomo morto troppo presto. Non riesco a crederci esclama. Questo  il momento pi bello della mia vita.
Tra le pieghe del panno c' una sorpresa. Un biglietto di Howard Carter che Zahi legge ad alta voce: Dopo l'esame, i resti mortali di Tutankhamon sono stati nuovamente seppelliti il 22 ottobre 1926. Quando la copertura viene scostata ancora un po', rivela qualcosa di ancora pi sconvolgente: La mummia  in pessimo stato, ridotta a pezzi mormora Hawass. Il torace  completamente danneggiato. L'unica parte in buone condizioni  il viso.
Oggi Tut lascer la sua tomba dopo ottant'anni e verr sottoposto a una sofisticatissima Tac che ci potr dare numerosi indizi sulla vita e la morte del giovane re. Risiedeva in uno splendido palazzo a Tebe, aveva una moglie giovane e bellissima, una vita felice. Poi  morto all'improvviso. Come sia successo, io ancora non lo so sospira Zahi.
La tensione  palpabile. Adesso ci aspetta la fase pi delicata: trasportare fuori Tut. Nessuno dei presenti vuole essere ricordato come colui che fece cadere la mummia di Tutankhamon. Fare il percorso inverso per uscire dalla tomba non  cos semplice. Il corridoio  stretto, gli spazi angusti e bisogna procedere con cautela. Poi ci sono quei sedici scalini da salire, con il vassoio in spalla: speriamo che l'inclinazione non faccia scivolare la mummia, sarebbe una tragedia. Zahi  agitatissimo, incita e allo stesso tempo rimprovera i suoi uomini. Sembra passata un'eternit quando, infine, il faraone bambino esce dalla KV62. Il cielo  scuro, senza stelle. D'improvviso ci investe una tempesta di sabbia e comincia a piovere a dirotto. Un presagio poco incoraggiante. Fortuna che la salma  coperta, quindi non rischia nulla.
Viene depositata sul montacarichi che la porta all'interno del container, nel laboratorio mobile, con le pareti in grado di schermare i raggi nocivi della Tac. Stiamo per vedere in che condizioni si trova la mummia dopo quasi quarant'anni dalle prime radiografie, non abbastanza dettagliate per poter fornire risposte certe sulla morte di Tutankhamon.
Nonostante sia ormai notte, ci sono decine di giornalisti in attesa (e addio segretezza). All'interno, Zahi  oltremodo protettivo nei confronti di Tut, quasi non vorrebbe che qualcuno si avvicinasse troppo. Tut is special for all of us, Tut  speciale per tutti noi.
Il macchinario per la tomografia assiale computerizzata  identico a quelli usati negli ospedali. Produce 1700 radiografie incrociate che creano un'immagine virtuale tridimensionale e consentono di osservare un corpo da tutte le angolazioni possibili e in ogni suo minimo dettaglio. Il vassoio di legno con i resti del faraone viene adagiato sul nastro trasportatore nero. Si  deciso di procedere cos per evitare di muovere la mummia e rischiare di danneggiarla pi di quanto non lo sia gi. Silenzio assoluto. Dietro la vetrata, i radiologi, che indossano mascherine da chirurgo, armeggiano sui tasti della Tac. Si accende il segnale rosso lampeggiante: X-Ray in use.
Quando le prime immagini arrivano sul computer, il dottor Hany Abdel Rahman, biologo e ricercatore egiziano, le guarda perplesso. Sono sfuocate, attraversate da righe e lampi di luce. Dopo un rapido consulto con i suoi, Zahi individua il problema. Il contenitore di legno su cui Carter nel 1926 ha appoggiato il corpo mummificato ha un fondo di sabbia - espediente per tenere fermi i vari pezzi - che riflette i raggi X: ecco spiegati i bagliori sullo schermo.
Il tempo scorre via veloce. Bisogna trovare una soluzione il pi in fretta possibile. Zahi si inginocchia accanto a Tut. Dobbiamo tirarlo fuori da qui e metterlo direttamente sul nastro trasportatore. Non c' altra scelta. Il compito  delicatissimo. Ma poco dopo il faraone, senza pi protezioni,  pronto per essere scansionato. Trattengo il fiato. I tecnici riavviano la macchina, il corpo entra nel tunnel. Bastano pochi istanti per produrre oltre 1700 immagini. Ognuna potrebbe fornirci la soluzione al mistero sulla morte di Tutankhamon.
Nemmeno il tempo di sorridere e inorridisco. Sullo schermo lampeggia la scritta: fatal error in image reconstruction system.
No. Non ora. Il computer sta per collassare. Please shutdown, switch off and restart the system. Il classico spegni e riaccendi che conosce chiunque usi un PC. Le immagini potrebbero essersi rovinate. Nel laboratorio cala il gelo. Sono tutti uomini di scienza, eppure sembrano inquieti. Forse si stanno chiedendo se la maledizione di Tut abbia colpito anche noi.
Non possiamo perderci d'animo. Anche perch ci resta soltanto un'ora. Una spiegazione ci deve pur essere. La trova Hatim Gamal, un giovane tecnico della Siemens conosciuto al Cairo che mi aveva chiesto di venire con noi, adattandosi a dormire nel camion. Si  rotta una ventola e il computer si  surriscaldato. Occorre assolutamente raffreddarlo. Gi, ma come si fa? Siamo nella Valle dei Re, non c' un negozio di elettrodomestici dietro l'angolo. Hatim, sempre lui, ha un'altra folgorazione. Urla qualcosa e si precipita fuori. Corre a piedi nel buio fino al gabbiotto di sorveglianza, un chilometro per andare e uno per tornare.
Potete immaginare la tensione dell'attesa. Oltretutto abbiamo dovuto smontare il computer e, quando abbiamo aperto le porte, il vento ha portato dentro folate di sabbia. Ce n' ovunque, sul pavimento, sulle sedie. Meglio non chiedersi che danni potrebbe aver combinato una spruzzata di granelli in un congegno cos delicato. Non ripartir mai penso tra me, per mi guardo bene dal dirlo ad alta voce.
Di vedetta dietro il vetro del laboratorio mobile, vediamo Hatim riapparire dal nulla col fiatone, brandendo un vecchio ventilatore bianco.  di una delle guardie che lo usa per rinfrescarsi i piedi durante le ore pi torride e che lo ha donato volentieri alla scienza. Evvai!
Un ambizioso progetto high-tech da un milione di dollari ora dipende da un arnese di plastica che ne varr s e no dieci. L'ultimo baluardo tra noi e il disastro.
L'operazione di raffreddamento richiede almeno trenta minuti. Poi bisogner capire se i dati si sono salvati. Incrociamo le dita. Mezz'ora dopo i tecnici riavviano il computer. Funziona! Le immagini sono ancora l, e cos pure i file con tutti i dati. Sullo schermo appare per la prima volta il volto ricostruito di Tutankhamon, come non lo abbiamo mai visto. Sollievo generale. Zahi esulta. A quel punto, per, ci chiede di lasciare il container. Nessuna cinepresa, nessuna macchina fotografica  pi ammessa al cospetto del faraone.
Come  morto Tutankhamon? In battaglia? O ha avuto un incidente durante una battuta di caccia? Oppure  stato ucciso? E in questo caso, Nefertiti ha forse partecipato a una losca congiura di palazzo? Mistero fitto.
Due mesi prima della Tac notturna nella Valle dei Re, su suggerimento di Zahi sono andato a Liverpool per rintracciare i componenti della squadra del dottor Harrison, che nel 1968 aveva eseguito delle radiografie sui resti del giovane re. Sono tutti deceduti, tranne uno, Robert Connolly.
Quando ci incontriamo, Connolly mi racconta che, durante gli esami, i loro patologi scoprirono un buco nel cranio, all'altezza della nuca, grande quanto una monetina da un centesimo, da cui alcuni frammenti di ossa erano caduti nella scatola cranica. Oltre a quello che sembrava un grosso grumo di sangue. Questo aliment la teoria dell'omicidio: Tut sarebbe stato assassinato con un colpo alla nuca sferrato con violenza, forse con una mazza. Altri ipotizzarono invece che gli imbalsamatori, per rimuovere il cervello e introdurre le resine, fossero entrati dal naso, spezzando appunto le ossa del setto nasale.
Il corpo di Tutankhamon presentava parecchie fratture, su questo non c'era dubbio. Ma quando se le era procurate? In vita? Durante il processo di mummificazione? O fu Douglas Derry a danneggiarlo nel 1926 quando esegu l'autopsia sui resti reali?
Dalle vecchie radiografie al torace si  visto che la mummia  priva dello sterno. Alcune costole sono rotte, altre mancano proprio. Anche in questo caso il danno potrebbe essere stato provocato da Derry, quando cerc di staccare il corpo incollato al sarcofago pieno di resina, strattonandolo senza troppi riguardi. Oppure la colpa fu degli antichi imbalsamatori che, per la fretta, avrebbero spaccato il torace del faraone per estrarne gli organi.
Connolly  di un'altra opinione. Tut potrebbe essere stato vittima di un incidente. Magari  caduto dal carro trainato da cavalli al galoppo, riportando ferite che ne provocarono la morte. Durante una battuta di caccia o in battaglia. Dai dipinti sulle pareti e dai sei calessi, gli archi, le frecce e le lance ritrovati da Carter all'interno della tomba, possiamo affermare che il faraone era un abile cacciatore e un valoroso combattente.
La teoria dell'omicidio per  suggestiva. C'era pi di un motivo perch qualcuno, a corte, volesse sbarazzarsi di Tut, l'erede di Akhenaton l'Eretico che, insieme alla bellissima moglie Nefertiti, aveva distrutto le fondamenta della societ egizia, rinnegando tutti gli dei per rimpiazzarli con un solo dio, Aton, il signore del Sole, e spostando la capitale da Tebe ad Amarna.
Alla sua morte, il nome di Akhenaton fu cancellato da tombe e monumenti. E forse i nemici vollero liberarsi anche del successore. Dopo il breve regno di un sovrano misterioso - Smenkhara, forse Nefertiti stessa - Tutankhamon sal al trono a soli nove anni, aiutato dalla regina, che era la sua matrigna. Pu darsi che, per paura di perdere il potere, quando Tut era ormai diventato adulto, proprio lei avesse deciso di toglierlo di mezzo. Connolly per non ne  affatto convinto.
Le scansioni della Tac vengono mandate in Germania per essere analizzate al meglio. Qui i tecnici della Siemens le trasformano in immagini in 3D, aggiungendo anche i colori per evidenziare la differente densit delle ossa e dei tessuti molli: Tutankhamon , a tutti gli effetti, il primo faraone digitale della storia.
Il consulto definitivo si svolge al museo del Cairo, tra il team di esperti forensi egiziani guidato dal radiologo Mervat Shafik e tre consulenti internazionali: Edward Egarter, patologo forense e Paul Gostner, radiologo - entrambi di Bolzano, che insieme hanno rivelato i segreti di Oetzi, la mummia del Similaun - e Frank Ruhli, paleopatologo dell'universit di Zurigo.
Durante il summit scopriamo che, quando mor, Tut aveva diciannove anni, era alto 1,67 e non aveva ancora smesso di crescere, di corporatura snella, non muscoloso ma ben nutrito; che aveva una gamba pi lunga dell'altra di un centimetro, un dente del giudizio che cresceva di traverso, causandogli dolore, ma nessun ascesso e nessuna carie. Le sue costole furono tagliate con un coltello o altro strumento acuminato, ma non si pu stabilire con certezza se lo fecero gli imbalsamatori o gli uomini di Carter. Non c' traccia del cuore, che pure i sacerdoti lasciavano nel corpo. Ma non  l'unico caso. Il faraone bambino era affetto da palatoschisi e aveva la testa oblunga, a forma d'uovo, proprio come veniva disegnata negli affreschi, una caratteristica congenita, comune a molti dei suoi congiunti. Probabilmente una tara dovuta ai matrimoni incestuosi che si praticavano al tempo.
Invece - colpo di scena - alla base del cranio non c' traccia di frattura, nessuna calcificazione ossea che faccia pensare a un colpo violento. La sottile linea scura che, secondo i tecnici tedeschi della Siemens, poteva far pensare a un trauma alla testa,  solo lo spazio tra due ossa, normale in una persona giovane, ancora in fase di sviluppo. Il buco rotondo dietro al collo fu procurato dai mummificatori, cos come i frammenti ossei furono la conseguenza della procedura di imbalsamazione o delle maniere ruvide di Carter e Derry. E infine, quello che nel 1968 sembr un grumo di sangue, non  altro che uno spesso strato di resina per l'imbalsamazione. Nessuno lo ha mai colpito alla nuca. Tut non  stato assassinato.
Cosa  stato a ucciderlo, allora? Nella gamba sinistra c' il segno di una frattura violenta. Diversa dalle tante altre rilevate sul corpo di Tutankhamon. La rotula non c' pi e la pelle  stata strappata con forza. Secondo gli esperti si tratta di un trauma tipico dei giovani che praticano sport o dei soldati in battaglia. Dentro la cavit si  infiltrata una sostanza bianca usata per l'imbalsamazione. Segno che la ferita era precedente alla morte del faraone.
La prova definitiva  un alone di forma sferica visibile a ridosso della frattura. Corrisponde a un'infiammazione ossea, che si presenta quando l'organismo reagisce alla ferita, il che pu accadere solo se si  ancora in vita. Gli studiosi presumono che l'incidente sia avvenuto poco prima della morte. Ma come? Immaginiamo il giovane faraone, spavaldo e spericolato, alla guida del carro reale, sfrecciare nel deserto di Menfi lanciando i cavalli a tutta velocit. All'improvviso una ruota affonda in una buca e lui viene sbalzato violentemente al suolo. Nell'impatto si spappola una rotula, l'altra  gravemente compromessa. Tut resta a terra agonizzante.
Le risultanze della Tac suggeriscono anche una seconda ipotesi. Nei dipinti Tut viene raffigurato in battaglia contro i nubiani e soprattutto contro gli ittiti, gli avversari pi temuti, i primi a lavorare il ferro e a usarlo per costruire armi. Come l'ascia. Magari il valoroso Tut, nella frenesia del combattimento, perde il contatto con le sue guardie e si trova a combattere faccia a faccia con un guerriero ittita. Durante la lotta il nemico gli pianta la scure nella gamba. Il faraone crolla a terra, sulla sabbia del deserto, trafitto da dolori lancinanti. Se il colpo avesse reciso un'arteria, sarebbe morto in pochi minuti. Dallo stadio dell'infiammazione, Egarter e Gostner ritengono invece che Tutankhamon sopravvisse da uno a cinque giorni. Senza antibiotici, una ferita simile era una sentenza di morte. Deve essersi infettata e poco dopo  andata in cancrena, provocandogli prima una febbre altissima e poi l'arresto cardiaco.
La morte di Tutankhamon segna la fine di una famiglia, di una dinastia, di un'era. Nella sua tomba Howard Carter rinvenne infatti anche due piccoli sarcofagi con due neonati mummificati: il primo forse era nato morto, l'altro  sopravvissuto per poche ore. Si tratta delle figlie di Tut e Ankhesenamon. La mortalit infantile era altissima, favorita dall'usanza, per i regnanti, di sposarsi tra consanguinei. Non di rado i faraoni prendevano in moglie la propria sorella o addirittura la propria figlia. L'incesto reale era una pratica diffusa a quei tempi (per era considerato reato per la gente comune e quindi veniva punito) e non tanto per motivazioni politiche e religiose, ma soprattutto nella convinzione di preservare la purezza del sangue divino, oltre che per tenersi le ricchezze in famiglia.
Anche gli dei egizi si sposavano tra loro: Nut, la dea del cielo, era la moglie di suo fratello Geb, dio della terra. I loro quattro figli seguirono l'esempio: Iside con Osiride, Nefti con Seth. Si faceva anche altrove: il babilonese Abramo aveva sposato la sorella Sarai, mentre l'ittita Suppiluliuma addirittura due. Va ricordato poi che in Egitto, ma non solo l, il trono si ereditava per via femminile. Era la Grande Consorte reale che trasmetteva il sangue divino alla figlia principessa. E il faraone, alla sua nascita, le attribuiva un marito, scelto tra i principi ereditari. Se non ce n'erano, non di rado la sposava lui stesso.
Flashback. Quando la macchina per la Tac si spegne, nella Valle dei Re, gli uomini della spedizione riportano il faraone nella sua tomba, restituendolo all'immortalit. Come Howard Carter, anche Zahi Hawass lascia un biglietto per coloro che, prima o poi, torneranno a investigare sui resti del leggendario sovrano d'Egitto. Prima di coprire il volto rinsecchito con il panno e di rimettere a posto il coperchio dorato sulla cassa, Zahi si porta una mano tesa alla fronte, in un saluto solenne. Scatta un applauso. Nell'antico Libro dei Morti c' scritto che pronunciare il nome del defunto  come farlo vivere di nuovo, gli restituisce il soffio vitale che si era spento. E allora, rifletto,  grazie a Zahi e agli altri studiosi che un faraone poco conosciuto e che govern per soli dieci anni  diventato una celebrit.
Lo hanno salvato dalla maledizione pi terribile: quella di essere dimenticato.


8.
La maledizione del canarino.

Li metter nella fornace del re e lui vomiter fiamme sulle loro teste, consumando le loro carni. I loro corpi marciranno e le loro ossa si deterioreranno. Non  proprio un benvenuto caloroso quello che fu scolpito nel tempio funerario di un importante dignitario. Serviva a scoraggiare i razziatori di tombe che saccheggiavano le necropoli.
Del resto le maledizioni erano un classico nell'antico Egitto. Nel 1993 Zahi Hawass scopr forse la pi antica, incisa nella cripta di Petety, nel cimitero degli artigiani che costruirono le piramidi di Giza. L'anatema, ripetuto su entrambe le pareti dell'ingresso,  un avvertimento per tutti i visitatori malintenzionati: Chiunque entrer in questa tomba e far qualcosa di male, verr mangiato dal coccodrillo, dall'ippopotamo e dal leone. Poco pi in l si legge l'anatema di sua moglie Nesy-Sokar, sacerdotessa della dea Hathor, che chiama alla vendetta anche il serpente e lo scorpione. Questo dimostra come gli egizi cercassero di proteggere le loro ultime dimore con ogni mezzo mi spiega Zahi che, a ogni buon conto, prende le sue brave precauzioni.
La gran parte delle iscrizioni minacciose si trova nelle tombe non reali dell'Antico Regno. Un certo Ankhmahor, sepolto a Saqqara, avverte cos l'eventuale vandalo: Conosco un sacco di sortilegi. Per poi passare a modi pi spicci: Ti tirer il collo come a un'oca. Per restare in tema animalista, ci sarebbe un tale (anonimo, perci potrebbe trattarsi di mera leggenda) che augura al malfattore di essere posseduto da un asino, creatura sacra a Seth, dio della violenza e delle tempeste. Mentre Amenofi, figlio di Hapu, sacerdote e funzionario della diciottesima dinastia, lancia una maledizione onnicomprensiva: Perderete onori e posizioni, sarete inceneriti nella fornace, vi ribalterete e affogherete in mare, non avrete eredi n offerte sulle vostre tombe, i vostri corpi marciranno, morirete di stenti e le vostre ossa saranno polvere.
Per entrare in una tomba spesso bisogna calarsi - uno per volta, posando i piedi (o mettendocisi a cavalcioni) su una piccola pedana con una corda al centro, manovrata da un argano - gi per un cunicolo verticale che pu essere lungo 10, anche 15 metri. Poi, se si tratta di un nuovo ritrovamento, si procede ad aprire un buco nel muro con il piccone, operazione che pu durare parecchi minuti e l sotto lo spazio  angusto, ci si entra a malapena in tre. Per via della differenza di pressione tra l'esterno e il sottosuolo, dalla crepa fuoriesce una folata d'aria calda, non proprio salubre. Perci Zahi resta sempre in seconda fila. Semmai sprigionasse un sortilegio, almeno non ci sto davanti scherza.
La pi famosa maledizione al mondo - e la pi infallibile, per chi ci crede - resta per quella di Tutankhamon, che a Hollywood ha ispirato parecchie pellicole sulle mummie assassine. Tutto ha inizio nel 1917, quando il giovane archeologo inglese Howard Carter comincia a scavare nella Valle dei Re alla ricerca delle tombe dei due faraoni della diciottesima dinastia non ancora individuate: quelle di Akhenaton e di suo figlio Tutankhamon.
A finanziare l'impresa provvede George Herbert, quinto conte di Carnarvon, un nobile inglese ricchissimo con la passione per i cavalli da corsa e le auto. Dopo un grave incidente avvenuto nel 1901 in Germania, che lo lascia molto debilitato, gli viene consigliato di trascorrere gli inverni al caldo dell'Egitto, al tempo colonia britannica.
Si stabilisce ad Assuan, ma il ritmo lento della vita lo annoia. Perci comincia a interessarsi di archeologia. La prima stagione di scavi, diretta di persona, non produce granch, a parte un gatto mummificato. Nel 1907, su suggerimento di Gaston Maspero, contatta Carter, che ha gi una certa fama, ma al momento  in disgrazia: in seguito a una lite con un gruppo di turisti indisciplinati (e alticci), con i quali rifiuta di scusarsi,  stato licenziato dall'incarico di primo ispettore delle Antichit. L'offerta del nobiluomo inglese arriva giusto a proposito.
La comitiva comprende il maggiordomo di Carnarvon, la cameriera di Lady Carnarvon, l'egittologo Percy Newberry, il medico personale del conte, il dottor Johnson, un cuoco e una cinquantina di operai. Le ricerche si concentrano, con buoni risultati, sui luoghi dell'antica Tebe, quindi nel 1912 si spostano a Sakha (ma dopo due settimane il sito viene abbandonato perch infestato da cobra e vipere cornute) e infine, un anno dopo, a Tell El-Balamun, nel Delta. Finalmente, nel 1915, Lord George Herbert pu rilevare le concessioni di scavo nella Valle dei Re dall'americano Theodore M. Davis, che passa la mano perch convinto che l'area sia ormai esaurita. Morir poco dopo, perci non avr il tempo di mangiarsi il fegato rendendosi conto che il tesoro era a pochi metri da dove aveva cercato lui.
La guerra in Europa, per, rallenta e limita le attivit. Si riprende a pieno ritmo solo nel 1917 e per sei anni, fino al 1922, lo studioso britannico (che era arrivato in Egitto a diciassette anni come pittore di acquerelli) e la sua squadra perlustrano il deserto, nell'area dove sorgeva l'antica Tebe, ma non hanno fortuna: solo ritrovamenti minori.
I fondi cominciano a esaurirsi. E anche l'entusiasmo di Lord Carnarvon, che non ama visitare la Valle dei Re n di notte, perch  troppo buio, n di giorno, perch ha paura dei serpenti. Medita perci di sospendere le operazioni e torna in Inghilterra, anche perch la concessione sta per scadere e non gli verr rinnovata.
Nell'estate del 1922 Carter lo raggiunge alla magione di famiglia, il castello di Highclere, nell'Hampshire (location di molti film e telefilm, tra cui Downton Abbey), determinato a strappargli una proroga. Gli espone il suo nuovo progetto: concentrare le ricerche della tomba di Tutankhamon su una piccola area triangolare davanti alla tomba KV9 di Ramses sesto, dove si trovano ancora le antiche capanne in cui vivevano gli operai che la costruirono:  l'unico posto in cui non ha mai scavato, per non disturbare i turisti in visita. E naturalmente sar quello giusto. Nessuno, nemmeno i ladri, aveva pensato di controllare l sotto e questa fu una fortuna per King Tut. Per allettare Lord Carnarvon, Carter si offre addirittura di pagare le spese di tasca propria. L'entusiasmo dell'archeologo fa presa sul mecenate, che si convince a concedergli (e a finanziare) un'ultima occasione. Due mesi ancora, prima di dichiarare persa la partita.
Tre giorni dopo l'inizio dello scavo, il 4 novembre 1922, ristorati da una piacevole brezza, gli uomini di Carter sono al lavoro. Poco pi in l, un bambino del villaggio, in groppa al suo asinello, ha appena portato dei grossi orci di terracotta pieni di acqua fresca. Scava un buco nella sabbia per sistemare il primo, quando vede affiorare qualcosa di strano.  il primo gradino di una scala che conduce a una cripta interrata.
A quel punto Carter blocca i lavori e invia un telegramma in Inghilterra, invitando Lord Carnarvon ad assistere di persona all'apertura della tomba.
Intanto la scoperta suscita l'interesse della stampa internazionale che prende d'assedio il sito degli scavi, a caccia di storie sensazionali sul faraone Tut. Come spesso accade, in mancanza di notizie - la faccenda veniva tenuta top secret - inventa. Giornalisti e fotografi, appollaiati sul muretto di mattoni che circonda lo scavo, infastidiscono Carter. Il conte, che arriva a Luxor il 23 novembre con la figlia Lady Evelyn Herbert, affida l'esclusiva del reportage al Times di Londra. A tutti gli altri non resta che arrangiarsi con quel poco che trapela. E puntare sul sovrannaturale, innescando una suggestione collettiva.
Passano altri tre giorni. E il 26 novembre, alle quattro del pomeriggio, viene aperta la tomba di Tutankhamon, ancora inviolata, con il ricco corredo intatto. Cos annota Carter nel suo diario: Il momento cruciale era arrivato: con le mani tremanti allargai il buco e inserii una candela. Sbirciai dentro. All'inizio non vidi niente, ma poi, quando i miei occhi si abituarono alla luce, i dettagli della stanza emersero lentamente dalla nebbia. Strani animali, statue e oro. Lo scintillio dell'oro, ovunque. Ammutolii di fronte a tanto splendore. E quando Lord Carnarvon, impaziente, mi domand: Riesce a vedere niente?, riuscii a rispondere soltanto: S, vedo cose meravigliose.
A causa della salute cagionevole, il conte George Herbert all'inizio si limita a osservare gli archeologi seduto all'interno di una sorta di gabbia coperta da una garza per tenere lontane le mosche, sorseggiando t. A volte gli tiene compagnia sua moglie Almina, agghindata e ingioiellata come a un ricevimento. Poi per, preso dall'entusiasmo della favolosa scoperta, abbandona il rifugio protetto e partecipa in prima persona agli scavi, camminando carponi nei cunicoli. Ed  cos che potrebbe aver contratto un'infezione fatale.
Intanto al Cairo cominciano a circolare voci inquietanti. La diffidenza verso lo straniero si mescola a vecchie superstizioni e alle ricostruzioni fantasiose dei giornali. Qualcuno accusa gli archeologi di aver profanato la tomba del faraone, disturbando il suo riposo eterno. La scrittrice americana Marie Corelli sostiene di aver letto su un fantomatico libro raro in suo possesso, scritto in arabo, che la pi orribile delle punizioni ricadr su colui che avr violato una tomba sigillata, suggerendo che all'interno siano stati nascosti dei veleni potentissimi che uccideranno l'ignara vittima tra mille sofferenze.
Qualcuno mette in giro la voce che dentro la cripta di Tut, nella sala del tesoro, davanti alla statua di Anubi, sia stata trovata una tavoletta su cui  scolpito il fosco presagio: Io uccider chiunque varchi questa soglia e violi il luogo sacro del re che vive in eterno. Nessuno l'ha mai vista n fotografata e il reperto, guarda caso, non compare nemmeno nei registri accuratissimi di Carter. Spiegazione dei complottisti: l'archeologo l'avrebbe cancellata per non terrorizzare gli operai del posto. In realt si tratta soltanto di un magical brick (mattone sacro), ornamento tipico delle tombe della diciottesimja dinastia e oltre, su cui  incisa una frase assai pi innocua: Sono io che impedisco alla sabbia di bloccare la stanza segreta ... sono qui per proteggere Osiride.
I giornali insistono: su uno dei tabernacoli d'oro di Tutankhamon ci sarebbe scritto che la morte arriver con ali veloci da colui che avr disturbato la pace del faraone. Tanto sono geroglifici e non li capisce nessuno. Tutto ci, unito a una lunga serie di coincidenze spesso tragiche, contribuir a far nascere la leggenda della maledizione di Tutankhamon.
Come la storia del canarino di Carter, che lo stesso archeologo racconta alla rivista Pearson, parlando di strani eventi, quasi soprannaturali. L'uccellino in questione, con la sua gabbietta,  arrivato da Londra con lui ed  diventato la mascotte della spedizione. Per lo studioso, che lo tiene in casa,  una compagnia contro la solitudine, per gli operai indigeni il suo canto  segno di buon auspicio. Finch non vengono scoperti gli scalini della tomba. Il canarino allora smette di cinguettare, sembra triste. Una volta che il sepolcro viene richiuso, in attesa di Lord Carnarvon, sembra ritrovare l'allegria. Tornando a casa la sera - era quasi buio, solo un debole barlume di luce nel cielo - rimasi sorpreso nel sentire il suo canto, con meravigliosa energia scrive Carter. Ripresi i lavori, il canarino ammutolisce di nuovo.
Quando la seconda porta murata viene abbattuta, un inserviente, quasi senza fiato, piomba al campo raccontando che un cobra  entrato nella tenda dell'archeologo, strisciando lungo il corridoio, si  attorcigliato alla gamba del tavolo su cui era posata la gabbia e si  mangiato il canarino. E Carter ricorda bene che, quando con una candela ha illuminato per la prima volta l'anticamera della cripta di Tutankhamon, ha notato, sulla fronte del re, proprio l'uraeus, il serpente simbolo di regalit e divinit. Questo accenno al sovrannaturale  insolito per lo studioso, che si affanna sempre a negare l'esistenza di una maledizione. Forse  un espediente per fare pubblicit al suo libro. O per spaventare i predatori di tombe.
Quasi cinque mesi dopo la scoperta della cripta di Tutankhamon, Lord Carnarvon viene trovato morto nella sua stanza dell'hotel Continental, al Cairo. E nello stesso istante salta la rete elettrica della citt. Un black-out totale. Mentre, in Inghilterra, pi o meno a quell'ora - a raccontarlo  il figlio Henry George, ovvero Lord Porchester - la cagnetta del conte, Susie, una fox-terrier priva di una zampetta, muore all'improvviso, dopo un ultimo straziante ululato.
La maledizione ha colpito?
Secondo quanto mi racconta il pronipote (che si chiama come il bisnonno), Lord George Herbert, ottavo conte di Carnarvon, quando vado a trovarlo per girare delle scene al castello per il film su Tut, il celebre mecenate fu pizzicato sul viso da un insetto, nulla di pi. Qualche giorno dopo, radendosi, si tagli nello stesso punto. La ferita sulla guancia si infett malamente (Fleming non aveva ancora scoperto la penicillina) e la morte sopraggiunse in circa tre settimane, il 5 aprile 1923.
Ai giornali non parve vero di poter cavalcare la leggenda della maledizione del faraone. Lord Porchester, suggestionato dagli eventi - si narra - fece murare tutti i reperti egizi conservati dal padre dietro una parete di cemento. E non ne volle pi parlare. A parte quando, intervistato dalla Nbc a New York nel luglio 1977, avrebbe confessato che non sarebbe entrato nella tomba di Tutankhamon nemmeno per un milione di sterline.
 assai pi probabile, ovviamente, che per la morte del facoltoso nobile inglese esista una spiegazione scientifica. Resta da individuare quale. Le tombe sono luoghi potenzialmente pericolosi, dal punto di vista chimico e biologico. Carter stesso segnal nei suoi diari la presenza di muffe e funghi praticamente ovunque, che potrebbero essere risultati letali per un fisico cagionevole come quello di Lord Carnarvon. Per capire con che tipo di microrganismi siano venuti in contatto i protagonisti di quella spedizione, occorrerebbe trovare una tomba ancora sigillata, com'era quella di Tut.
A 50 chilometri a sud del Cairo, vicino alle piramidi di Abusir, c' il sepolcro di Neku, un importante sacerdote, rimasto inviolato per oltre duemila anni. Ci lavora una missione cecoslovacca.  il 2004, sono qui con Zahi Hawass e la sua squadra. Doppiamente emozionato, perch  la mia prima avventura da documentarista in Egitto. Nessuno di noi sa se una tomba appena aperta pu essere pericolosa. Nel dubbio indossiamo delle mascherine. Dentro il locale troviamo colonie di muffe, sopravvissute per secoli. Gli archeologi le temono: se esposte all'ossigeno, si riproducono rapidissimamente riducendo in polvere le ossa dei corpi imbalsamati nel giro di pochi giorni. Ma sono anche tossiche per gli esseri umani?
Le mummie stesse possono celare tra le bende microrganismi pericolosi. Un'analisi su alcuni campioni di tessuto rivela la presenza di due muffe velenose, l'Aspergillus niger e l'Aspergillus flavus, in grado di rilasciare micotossine, scatenando reazioni allergiche, fino all'emorragia polmonare. Un'alta concentrazione di queste sostanze potrebbe risultare parecchio rischiosa per qualcuno con le difese immunitarie molto basse, come appunto Lord Carnarvon.
In un'altra tomba appena aperta nel cimitero reale di Saqqara, a circa 80 chilometri dal Cairo, persino pi antica di quella di Tutankhamon,  stato trovato un sarcofago di pietra ancora chiuso. Quindi l'aria al suo interno non  stata contaminata da agenti esterni moderni. Potrebbe davvero essere identica a quella che respirarono Carter e Carnarvon. Ottenere il permesso per l'esperimento  stato difficilissimo. La spedizione  diretta da Christiane Ziegler, famosa egittologa, per conto del Louvre. E, ovviamente, i ricercatori francesi sono gelosi della scoperta e non vorrebbero averci tra i piedi.
Per Zahi  a capo del Consiglio supremo delle Antichit egizie e nessuno pu dirgli di no. Devono aspettarci. Con una pompa di quelle usate per studiare l'inquinamento dell'aria, i nostri studiosi aspirano un campione d'aria di tremila anni fa. Un esperimento mai tentato prima. Il prelievo viene inviato all'universit del Cairo dove sar tenuto in incubazione per due settimane.
Arrivano i risultati dei test di laboratorio. S, le muffe di alcune tombe sprigionano sostanze tossiche potenzialmente pericolose. Quanto al campione di aria risucchiata dal sarcofago di Saqqara, contiene pericolosi livelli di ammoniaca, tracce di formaldeide e solfuro di idrogeno. Sui muri sono state rilevate tracce di stafilococco. Sul legno dei sarcofagi lo Pseudomonas. Tutte sostanze che, se inalate in grandi quantit, possono causare una serie di malesseri: bruciore agli occhi e al naso, problemi respiratori. Nei casi estremi anche la morte.
 stata dunque una bomba biologica - pi che la maledizione di Tut - a uccidere Lord Carnarvon, che secondo il referto medico mor di polmonite?
Impossibile, secondo l'epidemiologo DeWolfe Miller, dell'universit delle Hawaii. Quando Carter apre la parete dell'anticamera, lui e il conte vengono investiti da una folata d'aria calda. Quindi l'ambiente  rimasto sigillato fino ad allora. Praticamente sottovuoto. Una piccola quantit di microrganismi potrebbe pure sopravvivere per tremila anni, in quelle condizioni. Ma per uccidere Lord Carnarvon la tomba di Tutankhamon avrebbe dovuto contenerne un concentrato altissimo. Inoltre, in caso di contagio, i sintomi sarebbero stati acuti, la fine rapida. Mentre il conte mor pi di quattro mesi dopo. Dunque non  stato il Faraone d'oro a dargli il colpo di grazia. Anzi, considerate le condizioni sanitarie del tempo, forse il posto pi sicuro per il conte era proprio la tomba di Tutankhamon sostiene DeWolfe Miller.
Molti per erano convinti che la maledizione di Tut fosse una questione molto seria. Una minaccia esoterica che i sacerdoti delle necropoli avevano evocato a protezione del re e della sua ultima dimora. E che, secondo i sostenitori della vendetta del faraone, poteva assumere molte forme: dall'anatema generico, affidato a spiriti malefici, al veleno, dai germi killer ai funghi assassini fino alle rocce radioattive, in grado di uccidere chi avesse violato la sacralit della tomba, anche dopo millenni.
Lord Carnarvon fu colpito dalla maledizione perch aveva finanziato i lavori di scavo. E dopo di lui, sempre secondo la leggenda, molti altri pagarono con la vita l'aver violato il riposo di Tutankhamon. La lista delle presunte vittime del faraone comprende diverse varianti, a seconda del compilatore, ma alcuni nomi ricorrono spesso. A partire dalla prima vittima, ovvero George Edward Stanhope Molyneux Herbert, quinto conte di Carnarvon, morto nel 1923, a cinquantasette anni. Poi:
- Principe Ali Kemal Fahmy Bey: visit la tomba. Sua moglie gli spar per gelosia, in un corridoio dell'hotel Savoy di Londra, nel 1923. Aveva ventitr anni. La stampa sostenne che la donna fosse stata posseduta dallo spirito di un'antica principessa egizia.
- Aubrey Herbert: fratellastro di Lord Carnarvon. Fu stroncato da un'infezione del sangue dopo l'estrazione di alcuni denti. Mor nel 1923 a quarantatr anni.
- Hugh Evelyn-White: archeologo dell'universit di Leeds, sarebbe stato uno dei primi a entrare nella camera mortuaria di Tut, dopo Carter. Si suicid lasciando un biglietto in cui attribuiva la sua dipartita a una generica maledizione. Mor nel 1924, a quarant'anni.
- Georges Bndite: capo del dipartimento delle Antichit al museo del Louvre di Parigi. Mor dopo aver visto la tomba, forse di infarto, dopo una caduta, nel 1926, a sessantanove anni.
- Arthur C. Mace: curatore al dipartimento di Antichit egizie del Metropolitan Museum of Art, a New York. Lavor a stretto contatto con Carter per catalogare i reperti. Si ammal prima che la tomba fosse svuotata. Mor nel 1928, a cinquantatr anni.
- Richard Bethell: membro del comitato della Egypt Exploration Society. Fece da segretario a Carter durante la stagione di scavi del 1923-24. Mor per cause naturali al Bath Club nel 1929, a quarantasei anni.
- Mervyn Herbert: fratellastro di Lord Carnarvon. Contrasse la malaria e mor nel 1929 a quarantasei anni.
- Richard Luttrell Bethell, ovvero Lord Westbury: padre di Richard Bethell. Non aveva visitato la tomba, ma possedeva una collezione di antichit egizie. Si tolse la vita gettandosi da una finestra dopo la morte del figlio. Lungo il tragitto per il cimitero il carro funebre invest e uccise un bambino di otto anni. Nessuno dei due era mai entrato nella tomba di Tutankhamon. Lord Westbury mor nel 1930, a settantotto anni.
- Albert Lythgoe: curatore del dipartimento di Antichit egizie del Metropolitan Museum of Art di New York (che poi acquisir la collezione del conte). Scrisse a Carter per congratularsi e offrirgli collaborazione. Carter lo prese in parola chiedendogli di prestargli il loro esperto Harry Burton, che si trovava gi sul posto. Mor nel 1934, a sessantasei anni.
Ci si potrebbe aggiungere pure Jay Gould, magnate americano delle ferrovie, stroncato da una polmonite dopo una visita al sepolcro di Tut. O un anonimo radiologo scomparso inaspettatamente mentre era in viaggio per esaminare la mummia del re.
La leggenda della maledizione aveva ormai vita propria. Per anni i giornali hanno continuato a mettere in conto a Tutankhamon qualunque incidente o decesso che avesse anche un remoto collegamento con il faraone.
Persino la morte prematura, a quarantadue anni, di Jean-Franois Champollion, colui che decifr i geroglifici, nonostante fosse avvenuta nel 1832, quasi cento anni prima. Qualcuno scov una maledizione pre-Tut, che avrebbe colpito nel 1871, quando l'egittologo francese Auguste Mariette mand una squadra di operai ad aprire la tomba di Rahotep, parente del faraone Cheope (quarta dinastia): il primo che entr e vide la sua statua e quella della moglie Nofret lanci un grido e cadde a terra morto stecchito.
In compenso Howard Carter visse per altri diciassette anni dopo la scoperta della tomba, nel 1922, e mor a sessantacinque. Lady Evelyn, figlia di Carnarvon, che presenzi alla scoperta, scomparve nel 1980, a settantanove anni. E soprattutto il dottor Douglas Derry, che esegu la prima autopsia sul corpo di Tutankhamon, camp fino a ottantasette anni. Eppure il faraone qualche motivo di rancore avrebbe dovuto averlo, visto che il medico danneggi irreparabilmente la sua mummia.
In tanti si sono esercitati sull'argomento. Persino Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, azzard la teoria delle spore velenose nascoste nel sepolcro per punire gli eventuali sacrileghi. La tomba doveva per rimanere accessibile ai custodi, quindi era improbabile che loro stessi la rendessero una trappola mortale.
Tra le altre possibili cause della morte del conte di Carnarvon sono state considerate le esalazioni prodotte dagli escrementi di pipistrello trovati in grande quantit sul pavimento, veicolo di istoplasmosi, malattia che provoca febbre, ghiandole ingrossate e polmonite. Oppure la puntura di una mosca contaminata dai liquidi di imbalsamazione della mummia (ma fino al 1960, quando fu costruita la diga di Assuan, non c'erano mosche nell'arida Valle dei Re). E addirittura le radiazioni di rocce contenenti uranio.
L'epopea delle mummie vendicative ha conosciuto un revival negli anni Settanta. Nel 1977, l'allora direttore delle Antichit egizie, Mohamed Madhi, dispose che una cinquantina di oggetti scelti dal tesoro di Tutankhamon potessero lasciare l'Egitto per una mostra itinerante che li avrebbe portati a Londra e negli Stati Uniti. Quello stesso pomeriggio, mentre usciva dal suo ufficio al museo del Cairo, fu investito da un'auto e mor. C' da dire che non and meglio all'archeologo Mohamed Ibrahim, contrario invece alla trasferta in Francia degli stessi reperti: tempo dopo fin anche lui sotto una macchina. Una maledizione bipartisan. Nel suo libro La maledizione dei faraoni, che vendette migliaia di copie, lo scrittore tedesco Philipp Vandenberg raccontava di aver intervistato il dottor Gamal Mehrez, il successore di Mahdi, che avrebbe dichiarato: Sono trent'anni che faccio l'archeologo, ho scoperto templi, tombe e mummie e sono ancora in perfetta salute. L'indomani mor di infarto.
Zahi ha una risposta sensata per tutto. La morte di Lord Carnarvon? Il conte era molto cagionevole, non  strano che sia morto di polmonite dopo aver contratto un'infezione. A quei tempi non c'erano antibiotici. Le luci che si spengono al Cairo proprio in quel momento? Negli anni Venti succedeva di continuo. Il cane che ulula e muore? Carnarvon spir alle quattro del mattino, ora del Cairo, che corrispondono alle due del mattino inglese. Suo figlio era in India e non pu aver visto la scena con i suoi occhi. Le altre morti misteriose? L'operaio che per primo vide le statue di Rahotep e sua moglie Nofret non mor di paura ma per l'emozione, pensando alla ricompensa che avrebbe ricevuto per la grande scoperta. Mohamed Mahdi fu investito in piazza Tahrir, il punto pi caotico del Cairo, in cui gli incidenti sono frequenti. Quanto al dottor Mehrez, si occupava di Islam, non di faraoni, ed era malato di cuore.
Zahi non crede alla maledizione, ma  sempre molto rispettoso, quando si tratta di Tutankhamon. E ha una sua scaramanzia. Quando fu fatta l'autopsia sul corpo del Faraone d'oro, fu individuata una cicatrice sul suo volto, nello stesso punto in cui Carnarvon si tagli con il rasoio. Forse ripensando a questo, Zahi non si rade mai il giorno prima di scendere in una tomba: Con il viso rasato si  pi esposti ai germi. Alcuni archeologi si sono ammalati o sono addirittura morti per essere entrati senza prendere precauzioni. Io, quando scopro una tomba, la lascio aperta per almeno un giorno, cos l'aria malsana se ne va. Soltanto una volta ha avuto un breve cedimento, quella notte del 2005 in cui si  inceppata la macchina per la Tac di Tutankhamon: Saranno state le undici di sera. Seduto in un angolo, mi sono detto: non ho mai creduto alla maledizione, ma l'apparecchio  nuovissimo, come mai si  bloccato? Forse c' davvero qualcosa. Sessanta minuti dopo ha ripreso a funzionare.
Non tutti hanno la sua tempra. Poche ore prima, quel pomeriggio, il suo autista pass a prenderlo per portarlo alla Valle dei Re. A bordo c'erano anche Mansour Boraik, direttore di Luxor, e Mostafa Waziri, sovrintendente della West Bank. Appena partiti, per poco non abbiamo investito un ragazzino ricorda Zahi. Boraik si  messo a ridere: Questo  l'inizio della maledizione!. Lungo il tragitto, ho ricevuto una telefonata: era mia sorella che mi informava della morte di suo marito. Boraik si  fatto serio, non rideva pi. Quando siamo arrivati, mi ha chiamato Yasser Shebl, segretario del ministro per la Cultura, Farouk Hosni: il ministro aveva avuto un infarto ed era stato portato d'urgenza in ospedale. Ho chiuso la comunicazione, dispiaciuto. Poco dopo mi sono guardato intorno. Boraik se n'era andato. A quanto pare, quelle tre infauste coincidenze l'avevano convinto che la maledizione non era solo un'invenzione.
Quanto a me, io mi faccio la barba lo stesso. Per, ogni volta che scendo a trovare Tut, come prima cosa passo subito a salutarlo. Entrato nell'anticamera, giro a sinistra, dove sta il re e in silenzio mi rivolgo a lui con deferenza. Dopo di che vengo talmente assorbito dal mio lavoro che non ho il tempo di preoccuparmi delle superstizioni. Ho altre ansie, molto pi terrene: oggi le cineprese sono leggere e piccole, ma appena qualche anno fa erano ingombranti e pesanti e si viveva con il terrore di combinare qualche guaio. E quella s che sarebbe stata una maledizione.
Nel tempo ho constatato che coloro che entrano nella tomba di Tutankhamon si dividono in due categorie: quelli che non danno retta alla leggenda e quelli a cui  successo qualcosa di inspiegabile. Come a Pedro, uno degli operatori della Factum Arte, l'azienda spagnola che ha realizzato la copia tridimensionale della tomba di Tut. Ha passato mesi, l sotto. Sentivo qualcosa di strano, l dentro mi ha confidato. E pochi mesi dopo le riprese, un operaio egiziano che lavorava con noi  andato a fare un bagno nel Nilo ed  affogato.
A me per fortuna non  accaduto niente del genere. Al massimo una telecamera digitale supersofisticata che ha smesso di funzionare di colpo, sul pi bello, la seconda volta che sono sceso nella cripta. Non dava pi cenni di vita. Completamente morta. Non riconosceva pi nemmeno la password. Siamo dovuti risalire di corsa e chiamare Londra per farla resettare al telefono. Con il rischio di mandare tutto a monte. S, lo ammetto, un pensierino alla maledizione l'ho fatto, in quel momento.
In un'altra circostanza invece, sulla maledizione un po' ci ho marciato, che Tut mi perdoni. Ero nell'Hampshire, in Inghilterra, ospite dell'ottavo conte di Carnarvon, per girare alcune scene del documentario sui misteri del faraone. Quando  stato il momento di riprendere la facciata del castello - una bellissima e amena tenuta di campagna - volevo dargli un'aria sinistra, per creare pi suspense. Cos ho chiesto all'operatore di mettere un filtro verde davanti all'obbiettivo -  il colore che viene sempre usato nei film horror ma anche nei cartoni animati, quando si vuole incutere timore - e di riprendere l'edificio di traverso, escludendo piante e fiori. Ero cos preso che non mi sono accorto che il conte ci aveva raggiunti. Bravi, bravi, posso guardare anch'io come viene? Poi ha visto la sua dimora in versione castello di Dracula. Da lord inglese non ha battuto ciglio. Ah. Molto bene. Ci  rimasto male e io peggio di lui.
Dunque Doctor Hawass non  superstizioso, oppure lo  quanto basta. Per  lui stesso ad ammettere che, nei tanti anni trascorsi sul campo, gli sono capitate parecchie cose strane. Una se la ricorda bene.  il 1992 e Zahi sta lavorando nella necropoli dove sono sepolti gli operai che costruirono le piramidi di Giza. Sta scavando nella tomba di Inty-Shedu, addetto alla barca sacra nel tempio della dea Neith, vissuto oltre 4500 anni fa. In una serdab, una piccola stanza sigillata senza porta, ha appena trovato quattro statue che lo rappresentano in diversi momenti della vita. Meravigliosamente intagliate e dipinte. Felice, chiama il ministro della Cultura di allora, Farouk Hosni, per comunicargli la notizia e organizzare una presentazione con la stampa. Decidono insieme la data: il 12 ottobre.
Quel giorno per un grosso terremoto colpisce la citt del Cairo e l'annuncio deve essere rimandato. Scegliamo un'altra data, un venerd, che per noi in Egitto  festivo. Mi alzo prima del solito. Il mio autista viene a prendermi per portarmi alla conferenza stampa alle piramidi. Sto leggendo il giornale quando, di colpo, la testa mi gira vorticosamente e svengo. Scoprir dopo che  un attacco di cuore. Per fortuna, il mio autista ha la prontezza di portarmi subito in ospedale, che si trova a pochi minuti di distanza. Ci sono rimasto per due settimane. E ovviamente la presentazione  saltata di nuovo. Non si  pi fatta. Forse Inty-Shedu non gradiva che si parlasse di lui. Ma non direi che mi abbia lanciato una maledizione, anzi. Se fossi stato a casa, nel mio letto, quando ho avuto l'infarto, probabilmente sarei morto. Per questo, ora che le statuette di Inty-Shedu sono custodite al museo del Cairo, mi fermo spesso a salutarle.
Un'altra volta invece ha avuto un'esperienza a dir poco elettrizzante.  il 1999 e Zahi sta esplorando per la prima volta la tomba di un antico governatore di Bahariya che si chiamava Zed-khonsu-iuf-ankh e apparteneva a una potente famiglia vissuta nell'oasi tra il 664 e il 525 a.C. La cripta, che ospitava anche i suoi famigliari, era rimasta sepolta per migliaia di anni sotto la sabbia. Mentre mi avvicinavo al sarcofago di pietra, pieno di entusiasmo, una nuvola di polvere rossiccia ha invaso la stanza. Per un attimo ho pensato di tornare indietro, ma poi mi sono coperto la bocca e sono andato avanti. Pi tardi abbiamo scoperto che si trattava di polvere di ematite usata per le pitture delle pareti o sparsa intorno al sarcofago per tenere lontani gli intrusi. Ci sono voluti sei giorni e sessanta buste di plastica per ripulire la stanza. E questo  solo il primo avvertimento.
In una stanza adiacente troviamo una porta chiusa da blocchi di arenaria: poi accerteremo che  la tomba di Naesa, la moglie del governatore. Con una lampada in una mano e una piccozza nell'altra comincio a buttarla gi. Dopo pochi colpi intravedo la porzione di un sarcofago di alabastro. Avvicino la luce per vedere meglio, ma il cavo si spezza e io vengo fulminato da una scossa elettrica fortissima, che mi fa perdere i sensi. Riapro gli occhi dopo qualche minuto, circondato dai miei assistenti che mi stanno guardando preoccupati. Mi rialzo ancora rintronato, gi immaginando i titoli dei giornali, se fossi morto: La maledizione del faraone colpisce ancora!. E invece no. Preferisco pensare che Naesa mi abbia protetto. E infatti sono ancora qui a raccontarlo.


9.
Il regno del Sole.

Dopo un'estenuante giornata trascorsa a filmare alcune scene nel deserto di Amarna, qualche anno fa, ho avuto la conferma che io e Zahi abbiamo (come minimo) due bioritmi diversi. Disidratato, sudato, stordito dal caldo, sono cotto. Lui no. Aggiustandosi il cappello, mi comunica che dobbiamo rientrare subito al Cairo, perch stasera alle otto ha appuntamento per cenare in un ristorante indiano con Kathleen Martinez, un'archeologa della Repubblica Dominicana. E ci tiene molto a non arrivare in ritardo. Sono gi le sei del pomeriggio. E ci vogliono quasi quattro ore, anche perch la strada in molti punti  tortuosa e piena di buche. Non preoccuparti, El-Masry pu farcela anche in due mi rassicura lui. Vieni con me. Mi fido. Risaliamo sulla jeep Cherokee grigio-argento, dotata di sirene e luci blu (Zahi a quell'epoca era ministro).
Si parte. Da quel momento passer tutto il tempo aggrappato con una mano alla maniglia della portiera e l'altra stretta a tenaglia sul bordo del sedile, le gambe rigide e contratte, per ammortizzare i salti, gli scossoni e le curve prese a tutta velocit, senza scalare la marcia, con Zahi che incita l'autista (che gi  un pazzo spericolato di suo). Jalla! Jalla! A ogni sorpasso smetto di respirare e ripasso le preghiere. Zahi invece chiacchiera rilassato. Comunque sia, arriviamo per le otto meno tre minuti. Mentre io controllo di avere ancora tutte le vertebre al loro posto, Hawass si infila nei bagni lussuosi del Mena House Hotel, con vista sulle piramidi di Giza, si sciacqua le mani e il viso (non ha nemmeno bisogno di pettinarsi, visto che ha i capelli cos folti e compatti, beato lui, che nemmeno un uragano pu scarruffarlo) ed eccolo pronto a godersi la serata.
Amarna. Ogni volta che ci torno, mentre tossisco e mastico la polvere sollevata dalle ruote della jeep, ho sempre l'impressione di essere appena sbarcato su Marte. Intorno non c' nulla, a parte una colonna solitaria che si staglia all'orizzonte, l'unico reperto rimasto in piedi della citt sacra che Akhenaton volle costruire in onore del suo dio: Aton, l'astro solare.
Quando, al quinto anno di regno, scelse la location della nuova capitale, a met strada fra Tebe e Menfi, in una piana desertica bruciata dal sole e battuta dal vento rovente, il re, che era un poetico sognatore, probabilmente bad pi agli aspetti simbolici che a quelli pratici: era un ottimo punto per osservare gli astri nel cielo. Dichiar che quello era il posto perfetto e che nessuno avrebbe potuto convincerlo a fondare la citt altrove nemmeno la Grande Sposa reale. Si potrebbe perci pensare che Nefertiti, abituata ai lussi e alla vita mondana di Tebe, non fosse poi troppo entusiasta del trasloco. Ma il faraone procedette secondo proclama, gratificando tuttavia la regina con questa complimentosa presentazione: Nefertiti, bella e adornata con le doppie piume, signora della gioia, al suono della sua voce il re si illumina, dotata di grazia, piena d'amore, la Grande Sposa reale, la sua amata, la signora d'Egitto, Neferneferuaton Nefertiti, che possa vivere per sempre.
Chiam la citt Akhetaton (l'orizzonte di Aton) anche se ormai  pi nota con il nome moderno: Amarna. Ci fa un caldo infernale, non si pu resistere nemmeno un secondo senza cappello. Eppure lui fece costruire i templi aperti e senza soffitto, per lasciare entrare la luce. E pretendeva che Nefertiti e le figlie gli restassero accanto, davanti agli altari carichi di fiori, frutta e vivande, finch i cibi non si fossero consumati. Incurante del tanfo di materia in decomposizione e dei nugoli di mosche che gli svolazzavano intorno. Per l'idealista Akhenaton l'unica cosa che contava era intercettare l'energia divina del sole, rappresentato come un disco senza volto, con delle piccole mani in fondo ai raggi che, stringendo il simbolo della vita, accarezzavano i componenti della famiglia reale, rinvigorendo la loro natura divina.
C' da dire che, proprio per la posizione isolata della citt, nel resto dell'Egitto la vita continu a scorrere come prima. Nonostante la chiusura dei templi e il pensionamento dei sacerdoti, la gente comune continu pi o meno di nascosto a onorare i suoi dei. Anche per questo l'utopia rivoluzionaria di Akhenaton mor con lui.
Splendido sorgi, signore eterno.
Sei grande, bello, scintillante,
il tuo amore  grande, immenso,
i tuoi raggi illuminano ogni volto.
Questo  un frammento dell'Inno ad Aton, che forse fu composto proprio dal faraone, convinto che il suo dio fosse il padre di tutta l'umanit e creatore di ogni cosa. Solo Akhenaton, suo figlio, poteva comunicare con lui e fare da intermediario con il popolo. L'unica altra portavoce autorizzata era sua moglie Nefertiti. Come non capirli, i sacerdoti tebani che, privati in un colpo solo di un pantheon di migliaia di divinit da venerare, dello status sociale e delle ricchezze per mantenere i templi tradizionali, gli giurarono odio eterno e, appena possibile, si vendicarono cancellandolo (senza riuscirci del tutto) dalla faccia della terra.
Barry Kemp, professore emerito di egittologia all'universit di Cambridge, direttore dell'Amarna Project e presidente dell'Amarna Trust,  arrivato qui per la prima volta nel 1977 e ancora oggi trascorre gran parte del tempo in questo posto desolato e sperduto, quasi come un eremita. Barbetta pi grigia che bionda, occhialini di metallo, Kemp  un'istituzione. Gli studenti che si arruolano come volontari lo trattano con profonda deferenza. Disposti a sudare per ore, sotto al sole e nella sabbia, con la schiena piegata, strofinando reperti con gli spazzolini. La sera rientrano al campo incrostati di polvere ma contenti. Mai visto gente lavorare (gratis) con tanto entusiasmo.
Alla fine del 2009 torno a trovarlo in compagnia di Bettany Hughes, la studiosa inglese esperta di storia antica che mi fa da guida sulle tracce di Nefertiti. Approfitto dell'assenza di Zahi che, invece, non ama troppo fermarsi da Barry. Un po' perch ai lunghi discorsi scientifici preferisce l'azione, un po' perch il professore, da vero inglese purosangue, lo accoglie sempre con una tazza di t, mentre Zahi ama rilassarsi con un buon bicchiere di vino rosso e una fumatina di narghil. Poich gli dispiace essere scortese, si tiene alla larga il pi possibile.
Ignaro di questo retroscena, il professor Kemp si mette a nostra disposizione e ci fa strada verso una collinetta, a qualche centinaio di metri dal centro di ricerche dell'Amarna Project, da dove si pu ammirare il panorama spettacolare. A segnare i confini della citt di Aton - collocata tra il fiume Nilo e una barriera naturale di basse colline rocciose che si estendeva per circa 13 chilometri da nord a sud e per 5 da est a ovest, e che nel periodo di massima espansione cont ventimila abitanti - Akhenaton fece realizzare quattordici stele incise nella roccia. Le iscrizioni raccontano di come nel quinto anno di regno, quarto mese, giorno tredici (che si suppone coincida con l'estate del 1347 a.C.) Akhenaton e Nefertiti fondarono la citt dei loro sogni (grazie alle casse reali rimpinguate dalle ricchezze sottratte ai templi tebani, che garantivano quindi un budget illimitato), della devozione al loro unico dio e dell'amore vero che li un, almeno all'inizio. Forse fu proprio la combinazione tra passione e religione a spingerli a tentare un'avventura tanto spregiudicata.
Secondo Bettany, Akhenaton era follemente innamorato di Nefertiti. Spesso sono ritratti in atteggiamenti romantici, mentre si guardano rapiti gli occhi negli occhi, a volte con le bambine in braccio che toccano loro la faccia o giocano con la corona dei genitori. Una statuetta di pietra li immortala mentre camminano mano nella mano. E forse fu la regina, donna razionale e determinata, a spingerlo a fare cose che magari da solo non avrebbe osato.
A un certo punto la Bella abbandona il ruolo passivo di consorte reale per assumere uno status pari a quello del faraone suo marito. Quando ancora vivono a Tebe, Akhenaton fa erigere un tempio per Aton nel complesso di Karnak, composto di diversi edifici, che il capo scultore Bek dichiara di costruire secondo gli ordini del sovrano. Forse per questo, nelle scene che decorano pareti e colonne, Nefertiti compare molto pi spesso di lui, impegnata a celebrare i riti religiosi con la pietra benben, il pyramidion sacro di Aton. O intenta a suonare il sistro con la primogenita Meritaton:  lo stesso Akhenaton - mi fa osservare il professor Kemp - che vuole presentarla alla corte e al popolo come una coreggente, che con lui divide il potere politico e religioso, come sacerdotessa del Sole.
Abbiamo gi segnalato alcune scene scolpite sulla pietra (ce ne sono diverse, sia a Luxor che ad Amarna e a Ermopoli) in cui Nefertiti  ritratta mentre giustizia un nemico. Da altre illustrazioni si capisce che  anche una donna d'azione, appassionata di cavalli, che ama guidare da sola il suo cocchio a due ruote trainato da destrieri piumati o viaggiare sul baldacchino portato in spalla dai servitori. Pu darsi che sia anche un'abile cacciatrice, a giudicare dall'arsenale di scimitarre, archi e frecce a bordo della carrozza. L'arco pi bello del corredo funerario di Tut, ricoperto d'oro, porta inciso il nome di Neferneferuaton, che la regina scelse come coreggente del marito.
Al centro della citt, costruita a tempo di record grazie all'uso dei talatat, mattoni molto pi maneggevoli rispetto ai pesantissimi blocchi di pietra usati fino ad allora, si erge un immenso tempio dedicato al dio Aton, che copre un'area di 750 metri per 250, con centinaia di altari. La coppia reale si divide tra il Gran Palazzo, la sede del governo dove incontrare gli ufficiali del regno e i dignitari stranieri, e la residenza reale, collegata da un ponte coperto che attraversa la via principale, ovvero la Strada del Re, larga 30 metri e parallela al Nilo, che i sovrani percorrono in carrozza ogni mattina per andare al grande tempio a celebrare i sacri riti, fianco a fianco, tra incensi e ghirlande di fiori. Su un cortile interno della residenza si apre la cosiddetta finestra delle apparizioni, una loggia da cui Akhenaton e Nefertiti si affacciano per annunciare promozioni e ricompense ai funzionari di corte. L'edificio, con pareti e pavimenti decorati con uccelli, farfalle e pesci, comprende giardini, piscine, un parcheggio per le carrozze, un'ala separata per le guardie e la servit, magazzini per le provviste.
La famiglia reale dispone anche di un palazzo a nord, con piscina, sala del trono, orto botanico e un piccolo giardino zoologico, e di un'altra dimora lungo il fiume, lontano dal chiasso cittadino, protetta da mura, dove i reali di Amarna passano gran parte del loro tempo. Per spostarsi da un edificio all'altro re e regina sfilano lungo la via principale, come in processione, con una lussuosa carrozza (paragonabile alle moderne limousine con i vetri oscurati dei nostri capi di Stato) e un'imponente scorta armata. Nella citt dedicata al culto del dio Sole, i sovrani hanno a disposizione dei servitori personali muniti di ventagli e ombrellini e di solito siedono sotto un baldacchino, proprio per mitigare il calore del deserto. Le stesse accortezze, a quanto pare, non vengono concesse agli ambasciatori stranieri, che spesso sono lasciati ad aspettare al sole, senza riparo. Tanto che il re degli assiri, stanco forse di sentire le lamentele dei propri emissari, scrive una lettera di protesta ad Akhenaton: Se stare al caldo fa cos bene, lasciaci i tuoi messaggeri, non i miei.
Convinto evidentemente che la citt gli sarebbe sopravvissuta, Akhenaton ordina che gli sia costruita una tomba reale sulla riva est, da cui sorge il sole, dove dovranno essere seppelliti sia lui sia Nefertiti e le figlie, se pure morissero in qualche altra parte dell'Egitto.
Anche Tiy, madre di Akhenaton e suocera (forse anche zia) di Nefertiti, con cui il faraone sembra stringere una duratura alleanza, segue la coppia reale nella nuova capitale: forse vi si trasferisce in pianta stabile oppure va spesso in visita. Nelle pitture che decorano la tomba del nobile Huya, suo ex tesoriere e sorvegliante, si vede la regina madre seduta a tavola con figlio e nuora, con due delle bambine, sistemate su piccole sedie. In un'altra scena Akhenaton l'accompagna al tempio.
Tiy conserva un grande peso politico. Molti vassalli e re stranieri si rivolgono ancora a lei perch interceda presso il faraone. Quanto ad Amenofi III, padre di Akhenaton,  stato ipotizzato che per qualche tempo lo avrebbe affiancato sul trono, perch il figlio era ancora troppo giovane per governare. Alcuni studiosi sostengono che la coreggenza sia durata addirittura per dodici anni e che quindi sia proseguita per gran parte dell'epopea di Amarna.
Negli scavi della citt perduta  riemersa dalla sabbia anche una boccetta di profumo di vetro blu appartenuta a Nefertiti. La regina cura molto la sua bellezza e trasforma quel dono di natura in uno strumento di potere. Accanto alla stanza da letto dispone di un guardaroba privato. Si fa il bagno ogni mattina, in una vasca di alabastro, in cui le ancelle versano acqua da ciotole d'oro e d'argento. Per lavarsi usa una miscela di sale natron e oli profumati, un primo prototipo di sapone. Si asciuga con teli di lino e si cosparge la pelle con unguenti a base di olio di sesamo o di oliva ( necessario, con tutto quel sole che prende), a cui vengono aggiunti profumi diversi a seconda dell'occasione: loto, cannella, mirra (usata anche per rinfrescare l'alito), custoditi in vasetti di vetro blu o giallo, oppure d'oro. I profumi egizi, come scrive anche Plinio il Vecchio, sono i migliori e i pi costosi sul mercato. Talmente preziosi che i ladri penetrati nella tomba di Tutankhamon li preferiscono agli oggetti d'oro.
Nefertiti si rasa i capelli, a quanto pare si depila integralmente e usa una sorta di deodorante. I suoi vestiti sono di finissimo lino, spesso trasparenti, con bordi decorati o riccamente plissettati o ricamati di perline, annodati sotto il seno, completati da fusciacche colorate. Sul capo la Bella indossa parrucche di capelli umani. L'acconciatura pi comune  quella tripartita, divisa in due sezioni sulle spalle e una sulla schiena, liscia o riccia (esistono degli attrezzi d'argento con maniglie di ebano per fare i boccoli e si usano gi le extension). Ma il suo segno distintivo resta la corona blu in stile nubiano, alta e piatta in cima, con cui  ritratta nel busto di Berlino, portata sopra una fascia d'oro che le cinge la fronte, legata con dei nastri che ricadono sul collo. Deve essere comoda, visto che la regina la indossa per fare offerte al tempio, per distribuire premi, per giustiziare prigionieri, ai funerali ma anche in casa, con le bambine. A volte ci aggiunge due corna di ariete o di mucca, simbolo della dea Hathor.
Gli occhi vengono esaltati da una linea tracciata con il kajal nero, fatto con polvere d'antimonio miscelata con acqua e olio di dattero e usato anche dagli uomini, che oltretutto ha propriet antisettiche e protegge dai raggi del sole e dalle mosche. Le labbra si colorano con polvere di ocra rossa o succo di piante, le unghie vengono tinte con la polvere di henn.
La Signora del Sole non pu che sfoggiare molti gioielli d'oro, il metallo che pi di altri richiama l'idea di luce. Spesso indossa ampi collari composti da pi file di piccoli amuleti e perline, come quello immortalato dallo scultore Thutmose, fatto di strati di petali colorati e piccoli frutti. In un frammento di una stele ritrovata ad Amarna si vede la regina che ne allaccia uno al collo del faraone, sotto i raggi benevoli di Aton. Le braccia sono cariche di bracciali e anelli. Alle orecchie, con un doppio buco per lobo, i pendenti preferiti sono a forma di disco d'oro, largo e piatto.
La svolta di Akhenaton si impone anche nell'arte. Con il suo regno, infatti, si passa da uno stile idealizzato a un naturalismo quasi esagerato. Che non nasconde, ma anzi accentua i difetti fisici. Il faraone stesso, per suo volere, viene rappresentato con la testa allungata, gli occhi a fessura, le labbra carnose, il mento prominente, il collo troppo lungo e, soprattutto, con le spalle cadenti, il petto pendulo, i fianchi larghi, il ventre molle, le cosce grosse. Quasi una sua versione caricaturale. Un'immagine contraria a quella tradizionale del re forte e virile. Tanto che alcuni studiosi hanno ipotizzato che soffrisse della sindrome di Frhlich, malattia dovuta a un'insufficienza funzionale dell'ipofisi e dell'ipotalamo che produce accumuli di grasso e tratti femminei. O della sindrome di Marfan, malattia genetica che porta a caratteristiche fisiche simili ai ritratti del re (ne soffriva anche Abramo Lincoln). La Tac sulla mummia di Akhenaton non ha confermato questa diagnosi. Pi probabile che si tratti di una rielaborazione delle fattezze del faraone identificato con il dio Aton, che riassume in s sia il maschio sia la femmina, quindi fonte di ogni vita.
Nel dodicesimo anno di regno, Akhenaton e Nefertiti decidono di indire un fastoso festeggiamento. Secondo i pochi fautori della teoria della coreggenza, l'evento celebra la promozione di Akhenaton a unico re, che non ha pi bisogno del supporto paterno di Amenofi III. Per altri si tratta soltanto di una specie di giubileo anticipato (che di norma per ricorre per i trent'anni di regno). Oppure potrebbe essere l'evento con cui Nefertiti viene presentata ufficialmente come coreggente, con il nome di Ankhetkheperura (che si alterna o si aggiunge a Neferneferuaton: l'uso di nomi diversi - da faraone la Bella diventer Smenkhara - ha certo complicato la vita degli archeologi moderni, ma pure quella dei contemporanei di allora: non sapendo quale nome incidere sui cartigli, a volte gli stessi egizi li lasciavano vuoti).
Quest'opzione sarebbe supportata dalla scena (gi citata nel II capitolo) che decora la tomba di Meryra, sovrintendente di Nefertiti, in cui lei e Akhenaton sono ritratti seduti sul trono, vicinissimi, quasi una sola persona, vestiti allo stesso modo, con corona blu, mano nella mano, su una piattaforma in cima a una scalinata, durante una sfarzosa cerimonia. Forse si tratta proprio di quel grande banchetto, a cui vengono invitati tutti i sovrani, dalla Siria alla Palestina, dalla terra di Punt (Mar Rosso) alla Nubia alla Libia, persino agli ittiti. Da alcuni documenti risulta che il re di Cipro non era stato informato in tempo, perci non partecipa al festival, ma invia in dono rame e oli profumati. Archi, carrozze, lingotti d'oro, spezie: gli ospiti non badano a spese pur di compiacere i padroni di casa. La lista dei regali comprende leopardi, antilopi, scimmie e un leone, destinati allo zoo privato delle principesse. Anche il popolo fa festa, per le strade si balla, si beve e si mangia fino all'alba. Questa  l'ultima volta che la famiglia reale appare al gran completo e felice.
Poco dopo, infatti, in tutta la regione, secondo molti egittologi, scoppia una grave epidemia che si propaga ovunque e arriva anche ad Amarna. Un killer invisibile portato con molta probabilit da uno degli invitati stranieri. Forse colera, forse peste nera, comunque sia, letale. Poco dopo infatti, una dopo l'altra, muoiono la regina madre Tiy e quattro delle figlie di Nefertiti e Akhenaton, che vengono sepolte nella tomba del faraone sulle basse alture a est. Scompare anche Kiya, la sposa secondaria che contese a Nefertiti le attenzioni del sovrano. Difficile che si tratti di una serie di tristi coincidenze.
Barry Kemp ci accompagna in un cimitero di Amarna in cui stanno ancora scavando. Abbiamo trovato i resti di oltre duemila corpi dice chinandosi davanti ai cumuli di ossa nella sabbia. L'analisi degli scheletri ha rivelato particolari sorprendenti. Si tratta soprattutto di ragazzi adolescenti o giovani adulti, tra i quindici e i venticinque anni, un'et in cui l'individuo  al massimo della propria forza. Il professor Kemp prende in mano un teschio come se volesse interrogarlo, tipo Amleto. L'unica spiegazione logica  che un'epidemia improvvisa abbia decimato la popolazione. E anche la famiglia del faraone. In una camera funeraria laterale della tomba di Akhenaton,  stata sepolta la figlia reale Maketaton, morta intorno ai dodici anni. In una scena incisa sulle pareti si vedono il re e Nefertiti che si disperano, con le mani sui volti. Ed  qui che il sogno di Amarna comincia a spegnersi.
Intorno al quattordicesimo anno del regno di Akhenaton, la primogenita Meritaton sembra prendere il posto della madre. La sua immagine viene incisa sopra quella di Kiya e le viene attribuito il titolo di Grande Sposa reale. Forse si tratta solo di un attributo cerimoniale, ma la comparsa di una bambina di nome Meritaton junior suggerisce che in famiglia si sia compiuto un altro incesto. Nefertiti forse non si angustia pi di tanto per aver perso il monopolio sentimentale sul marito, anzi, pu darsi che lo sponsorizzi, come fece Hatshepsut, una volta diventata faraone, promuovendo la figlia al ruolo di regina che lei non poteva pi assolvere.
La Bella si gode la posizione di coreggente e forse comincia a indossare anche la corona khepresh, di stoffa o cuoio, tutta blu e decorata con piccoli dischi solari gialli e il serpente uraeus sulla fronte, simbolo di potere militare e religioso. Su un frammento di una tavola delle offerte risalente a uno dei templi di Aton, Nick Reeves ha notato che, proprio in questo periodo, Nefertiti riceve un nuovo titolo: oltre a Grande Sposa reale, diventa anche (secondo la traduzione proposta) la Straordinariamente Grande Sposa reale. Poco dopo essere entrato nel diciassettesimo anno di regno, Akhenaton muore e il suo corpo imbalsamato, avvolto da lenzuola d'oro, viene deposto nel sarcofago e calato con delle funi nella tomba reale che il faraone aveva predisposto. Pi tardi (per volere di Tutankhamon, dopo il ritorno a Tebe) sar spostato nella KV55 della Valle dei Re. A questo punto Neferneferuaton-Ankhetkheperura - ne  certo pure Zahi - sarebbe diventata faraone con il nome di Ankhetkheperura-Smenkhara.
Ne  convinto l'archeologo Ray Johnson, direttore della Chicago House, centro di ricerca dell'universit di Chicago con sede a Luxor, che nel 2015 ha pubblicato una indagine interessantissima che porta proprio in questa direzione. Me ne ha riparlato di recente, un giorno che ci siamo incrociati a Luxor. La sua attenzione si  concentrata su un piccolo busto calcareo conservato al Museo August Kestner di Hannover, in Germania, acquisito nel 1970 e catalogato con il numero 49, che rappresenta un re dell'epoca di Amarna che indossa la corona khepresh. Si  sempre pensato che raffigurasse Akhenaton, anche perch somiglia a molte altre sculture dell'ultimo periodo amarniano.
Johnson, invece,  sicuro che si tratti di Nefertiti alias Ankhetkheperura-Smenkhara. Esaminandola da vicino, infatti, ha notato che la scultura, che in tutto  alta 25 centimetri ed  divisa in due pezzi componibili,  realizzata con due tipi diversi di pietra: la testa ha una consistenza compatta, giallastra, mentre la corona, che si stacca,  stata intagliata in un materiale meno denso e pi poroso. Gli occhi allungati hanno le caratteristiche palpebre pesanti. La superficie  grezza, nuda, ma si notano tracce lievissime di pittura: qualche pigmento rosso sulle labbra, del giallo sulla fronte, del blu sulla corona, che si incastra in una sorta di dente quadrato. La fascia intorno alla testa per sembra appartenere a un'altra corona che, secondo Peter Munro, direttore del museo al momento dell'acquisizione, era quella bianca dell'Alto Egitto, che all'epoca di Akhenaton era passata di moda.
Non  cos, secondo Ray. In quella corona le linguette che posano sulle orecchie sono quadrate e piatte, mentre i segni di quelle originali sul busto Kestner sono tondeggianti mi spiega. E solo due corone sono fatte cos. Una  la khepresh o corona blu, ma  improbabile che l'abbiano sostituita con una dello stesso tipo. L'altra  quella alta e piatta in cima, usata solo durante il regno di Amarna e unicamente da lei: Nefertiti. Nessuna delle sue figlie l'ha mai indossata, nemmeno Meritaton sottolinea. E infatti il busto in questione somiglia moltissimo a quello di Berlino, visto senza trucco, ovvero spogliato della pittura che lo ricopre.
Il volto del presunto Akhenaton ha in effetti tratti decisamente femminei, ma poich questa era una caratteristica dell'arte amarniana, nessuno vi aveva dato molta importanza, nella convinzione (ora superata) che non ci fossero stati faraoni donna in quel periodo. Oltretutto, le statue con le labbra dipinte di rosso (e questa le aveva) raffigurano solo personaggi femminili. Due stele conservate a Berlino rappresentano una donna con la khepresh e in piedi accanto a una figura maschile, che pu essere soltanto Akhenaton. Alcuni sigilli rinvenuti ad Amarna mostrano una scena simile.
La candidata pi accreditata  sempre stata Nefertiti. E ci sono ulteriori prove di un suo cambio di ruolo verso la fine del regno di Akhenaton. Riesaminando tutti i blocchi talatat amarniani, in particolare quelli riutilizzati a Ermopoli da Ramses II chiarisce Ray Johnson, ho notato uno stile diverso. Nefertiti viene ritratta in maniera pi naturale, con i suoi veri lineamenti. Inoltre, quando sono insieme,  alta come il sovrano o poco di meno, mentre all'inizio era rappresentata sempre molto pi piccola di lui, a sottolineare il suo status secondario. Ormai  un fatto assodato che Akhenaton negli ultimi anni ha avuto almeno un coreggente, Neferneferuaton-Ankhetkheperura, che  quasi certamente Nefertiti. Il busto Kestner immortala proprio il momento in cui da regina diventa re. E pu indossare a pieno titolo la khepresh dei faraoni.
In questo ultimo anno e mezzo Ray ha raccolto altri indizi schiaccianti, a conferma della sua teoria. Ho trovato alcuni talatat di Amarna in cui  raffigurata senza dubbio come un re e con la corona blu. E sono anche convinto che, dopo la morte di Akhenaton, abbia regnato da sola per almeno un anno: il faraone Smenkhara  lei.


10.
Il DNA non mente.

Sono fierissimo del mio ultimo ritrovato tecnologico: una telecamera ad alta precisione, grande come un sigaro, da infilare nel cappello di Zahi Hawass, sopra la fronte, per realizzare delle riprese ravvicinate dentro la tomba di Tutankhamon quando ( il 2009) si decide di procedere con le analisi del DNA, per ricostruire l'albero genealogico del Golden Boy dell'antico Egitto. La cam, collegata a un cavo che scende dietro il collo di chi la indossa, funziona con una batteria a marsupio dotata di una cintura che va agganciata alla vita. Il segnale arriva direttamente al mio operatore che, nel borsone, ha due monitor e due registratori. Mi resta soltanto da praticare un buco nel Fedora da Indiana Jones che per Zahi  sacro. Non azzardarti a toccarlo mi intima in tono minaccioso, e non sta scherzando. Lo convinco a prestarmelo comunque, per prendere bene le misure, ma gli prometto sul mio onore che user una copia, di quelle che si vendono come souvenir al gift shop del museo del Cairo.
Consegno entrambi gli esemplari a Nick Bonner, uno dei tecnici, spiegandogli bene cosa mi serve. Poi mi dedico ad altre incombenze. A un tratto mi viene in mente di ripassare da Nick, per vedere come sta venendo il nostro lavoretto. Meno male, altrimenti forse non sarei qui a scherzarci su. Busso alla sua stanza e lo trovo con il saldatore in pugno. Sta per fare il buco. Ma ha in mano il cappello sbagliato. Quello vero. Stooop! grido appena in tempo. Zahi non l'ha mai saputo (finora).
L'indomani ci ritroviamo tutti alla KV62, come quattro anni prima per la Tac nel laboratorio mobile nel deserto. E come allora ci sono giornalisti e fotografi appollaiati ovunque. Cinque minuti prima di entrare comunico a Doctor Hawass che deve indossare la cinta della batteria con il cavo che passa lungo la schiena. Avevo omesso di dirgli che pesa qualche chilo. Non la metto, tu sei matto! Ma io gli sto gi tirando la camicia di denim fuori dai jeans e comincio a sistemargli il congegno sopra la maglietta bianca (la porta sempre), aiutato da Abbe Harper, bellissima aiuto-regista, che per fortuna lo distrae quanto basta a farmi completare l'operazione cinta-cavo-antenna. Son of a bitch! (non credo serva la traduzione) mi strilla Zahi, ma ormai  andata.
Anche perch ha altro a cui pensare. Il momento  quasi storico. Una volta dentro la tomba, quattro operai di fiducia sollevano i resti di Tutankhamon. Piano, fate piano! strepita lui. La fragile mummia viene collocata dentro una teca di plexiglas piena di azoto, con controllo automatico della temperatura, che da adesso in poi diventer la sua nuova, tecnologica e climatizzata dimora.
Di Tutankhamon sappiamo davvero poco. Che  nato, che  morto, ma quasi niente di quello che  successo nel mezzo. Suo padre dovrebbe essere Akhenaton, gli studiosi sono tutti concordi, ma in verit non esiste ancora una prova certa. Chi sia sua madre e dove si trovi  un altro mistero. Qualcuno era (ed  ancora) convinto che sia Nefertiti. Per questo Zahi, dopo molte resistenze, si  deciso a ricorrere all'analisi del DNA. Fino a poco tempo fa era contrario. Riteneva che le probabilit di ottenere campioni utili, evitando di contaminare i reperti, fossero troppo ridotte per giustificare la manipolazione dei sacri resti dei faraoni. Ma la tecnica ha fatto molti progressi e ci sono ottime possibilit di successo. E poi sar lui a dirigere, fase dopo fase, le operazioni, con il consueto piglio da generale.
Il primo passo  effettuare una biopsia sulla mummia di Tut, che  piuttosto malridotta, spezzata in pi parti, decapitata. Guardate,  tutta rotta... Sembra un fantasma mormora Zahi, preoccupato di danneggiarla ulteriormente. Gli esperti gli hanno per garantito che il test non  pericoloso. Si comincia. I dottori, con camice, mascherina e guanti, scelgono di effettuare il prelievo da un femore. Nel midollo contano di trovare tracce di DNA. L'osso tuttavia  molto duro, perch appartiene a una persona giovane: Tut  morto a diciannove anni. Bisogna procedere con cautela, basta un movimento troppo brusco e il danno sarebbe irreparabile. La tensione  massima. Due ore e mezzo dopo sono stati raccolti quindici campioni, da ossa e tessuto (sarebbero stati perfetti anche i denti, ma Zahi ha proibito di forarli). Nessuno pu ancora dire se contengono abbastanza materiale genetico, visto che si tratta di un corpo di 3300 anni fa. Un'operazione del genere richiede abilit eccezionale, pazienza e una buona dose di fortuna ragiona Doctor Hawass.
Le provette vengono portate nel laboratorio all'avanguardia realizzato a tempo di record (due mesi) nei sotterranei del Museo Egizio. Riservato alle mummie reali. Le stanze sono state costruite in senso orario: dallo spogliatoio si passa alla sala di estrazione e poi a quella dell'analisi vera e propria, dove  pi alto il rischio di contaminazione. L non pu entrare nessuno, a parte i tecnici. Noi, bardati con mascherine, camici, soprascarpe di plastica, cuffiette, guanti (la telecamera  libera ma  stata disinfettata) possiamo arrivare fino a un certo punto. Filmiamo da dietro una vetrata. A tutti, quindi anche a noi, Zahi compreso (la faccia che ha fatto tirando fuori la lingua non ha prezzo),  stato prelevato un campione del DNA con un bastoncino cotton fioc infilato in bocca: ci hanno schedato, cos da riconoscere a chi appartiene il materiale genetico per non confonderlo con quello della mummia, nel malaugurato caso che ci fosse un contatto.
Tante cautele non sono esagerate: parliamo di un progetto dispendiosissimo, soltanto il macchinario coster mezzo milione di dollari, alcuni agenti chimici si pagano seimila dollari a dose. Le ricerche sono affidate a Yehia Gad e Somaia Ismail, con la consulenza di tre esperti internazionali: Carsten Pusch dell'universit di Tubinga, Albert Zink dell'Eurac di Bolzano e Paul Gostner dell'Ospedale centrale di Bolzano. Non  stato facile, specie all'inizio racconta Zink. I colleghi egiziani non avevano mai lavorato su un DNA antico, abbiamo dovuto insegnargli come estrarre il materiale genetico. Sotto lo sguardo vigile (e ancora un po' diffidente) di Zahi Hawass, preoccupato che le sue beneamate mummie potessero risentirne. Dopo lunghe discussioni si  convinto che era il metodo pi moderno ed efficace e ci ha dato il via libera, per non ha voluto che fossimo noi a maneggiare i resti dei suoi antenati. Solo i suoi collaboratori erano autorizzati a toccarli. E sebbene sulla carta sembrasse un tandem impossibile, l'alleanza egizio-teutonica ha poi funzionato alla grande.
Niente a che vedere con le mie peripezie di scienziato on the road quando, nel 2005, tornando dal Cairo, mi sono portato dietro una decina di vetrini con delle colonie di batteri che i ricercatori avevano prelevato da alcune mummie alla necropoli di Saqqara. Dopo una decina di giorni di incubazione nel laboratorio dell'universit, le colonie, ormai ingrandite e vigorose, erano pronte per essere filmate. Dovevo riprendere i batteri da vicino per un documentario su Tutankhamon e mi serviva una lente speciale che non avevo con me. Perci li ho impacchettati alla buona con dello scotch trasparente (non avevo di meglio a disposizione) e sono partito in gran fretta.
Arrivati al nostro albergo di Luxor, sono sceso a mangiare un boccone e ho lasciato le scodelline con i germi nella mia stanza, contando di tornare a breve per il primo ciak al microscopio. Nel frattempo, per, una cameriera  salita a fare le pulizie e credeva che i contenitori fossero un avanzo della colazione o chiss cosa. Sono risalito appena in tempo per impedirle di gettarli nel lavandino. A quest'ora forse avremmo avuto dei batteri millenari in giro per le condutture dell'acqua.
Il delicato processo comincia. Ma si capisce presto che qualcosa non va. A contatto con il reagente liquido, il campione prelevato prende un colore insolito:  scuro. Troppo scuro. Il fondo della provetta dovrebbe essere color miele, la parte sopra addirittura trasparente. Invece  marrone rossiccio. Potrebbe significare che  contaminato, forse dalla resina utilizzata per la mummificazione. Dunque inutilizzabile per ricostruire le sequenze genetiche del faraone bambino.
Si sospendono le operazioni. Urge un consulto con Zink e Pusch. Quindi il campione viene sottoposto a elettroforesi su gel, un processo che consente di stabilire se contiene materiale genetico. Se diventa rosa alla luce ultravioletta il responso  positivo. Attendiamo trattenendo il respiro. Ci siamo:  rosa! Per bisogna riuscire a separarlo dalla sostanza bruna. Non ho mai visto niente del genere confessa Pusch.  il peggior DNA che abbia mai estratto. Provano a isolarlo usando centinaia di reagenti, ma nessuno funziona. Nel documentario, per esigenze narrative, sembra che siano bastate poche ore. In realt ci vorranno sei mesi. Dall'analisi, si scopre che la sostanza misteriosa  in effetti una resina, composta di olio, miele e cera, una formula antica ancora sconosciuta. Ed  penetrata fino al midollo. La chimica dell'antico Egitto sta boicottando la tecnologia del ventunesimo secolo.
Dopo innumerevoli tentativi, finalmente ci siamo: il DNA di Tutankhamon, sebbene malridotto, torna puro. Ora non resta che confrontarlo con quello di suo padre. Tre sono i possibili candidati, che regnarono prima di lui: Akhenaton il grande eretico, Amenofi terzo detto il Magnifico e il misterioso Smenkhara (adesso sono quasi tutti concordi che non si tratti di un uomo bens di Nefertiti, ma al tempo non c'era questa certezza unanime), rimasto sul trono per nemmeno due anni. Zahi parte in missione speciale. Nella West Valley (chiamata anche Valle delle Scimmie) si trova la tomba di Amenofi terzo, la KV22, uno dei pi potenti faraoni di tutti i tempi, che con la regina Tiy al suo fianco regn per trentasette anni: sono i genitori di Akhenaton e i suoceri di Nefertiti.
In alcuni testi dell'epoca, Tutankhamon lo chiama padre, ma a quel tempo il termine poteva indicare uno qualunque tra gli antenati maschi, un avo, un nonno spiega Zahi, facendomi da guida nella tomba. Inoltre, stando alla cronologia comunemente accettata, Amenofi terzo mor dieci anni prima della nascita di Tutankhamon. Non resta che esaminare la sua mummia (ritrovata insieme ad altre nel nascondiglio della KV35), custodita al museo del Cairo. Tac e prelievo del DNA anche per lei. Quanto a Smenkhara, di lui (o lei) non ci sono molte tracce. Qualche oggetto con inciso il suo nome  stato ritrovato nella tomba di Tut. Alcuni studiosi ritengono che il volto dipinto su uno dei tre sarcofagi d'oro di Tut sia quello di Smenkhara. Ma sono solo supposizioni. La sua mummia non  mai stata trovata. Il terzo e pi accreditato candidato  Akhenaton.
A El-Ashmunein (che i greci chiamavano Ermopoli), un villaggio a 15 miglia da Amarna, una spedizione tedesca, scavando tra le rovine di un tempio eretto per Ramses secondo, nel 1939 recuper un migliaio di blocchi di pietra provenienti dal grande tempio di Aton ad Amarna e riutilizzati come materiale di scarto per riempire piloni e fondamenta. La guerra per interruppe i lavori e gli studiosi furono costretti ad abbandonare lo scavo in fretta e furia. Durante la loro assenza, alcuni industriosi locali si impadronirono di un buon numero di talatat istoriati, ci aggiunsero pitture e decorazioni a loro gusto, e poi li rivendettero a collezionisti (non troppo esperti).
La maggior parte dei reperti  stata recuperata e stivata in un grande deposito nel deserto. Tra questi ci sarebbe anche un blocco di pietra spaccato in due, in cui Akhenaton viene esplicitamente indicato come il padre di Tut. Nessuno per lo ha pi visto dal 1939. E il magazzino contiene migliaia e migliaia di talatat del periodo amarniano. Se c' qualcuno che pu trovarlo, questi  Zahi Hawass.
I giorni passano. Poi i mesi. Viene rintracciata una met del blocco. Ma per leggere e tradurre l'iscrizione occorre anche l'altra. Zahi arriva persino a mettere una taglia sul reperto, per spronare gli addetti che, poverini, farebbero di tutto per accontentarlo. L'attesa sembra interminabile, la ricerca impossibile. E invece succede: riappare anche il secondo frammento. Zahi parte per El-Ashmunein e io con lui. Quando arriviamo veniamo circondati da sei o sette operai agitatissimi che parlano ad alta voce e tutti insieme, finch Zahi non li zittisce con un urlaccio. Quindi fa portare i due mezzi talatat su un tavolo, si siede, sfodera la lente di ingrandimento e comincia a leggere i geroglifici, svelando il messaggio dal passato: Il figlio del re... del suo corpo... il suo amato Tutankhamon (la scioltezza con cui traduce all'impronta, a uso della mia telecamera, mi fa sospettare che il volpone conoscesse gi il testo, avendo letto i documenti della spedizione tedesca, ma non mi azzardo a chiederglielo). Comunque  la svolta. L'iscrizione suggerisce che Akhenaton sia il padre di Tut, come si  sempre pensato. Ora per bisognerebbe trovare anche la sua mummia. Impresa non da poco, visto che, dopo la morte, il suo nome e la sua immagine sono stati cancellati.
Nella Valle dei Re c' per una tomba molto interessante: la KV55. Scoperta nel 1907 dall'archeologo britannico Edward Ayrton per conto di Theodore Davis, piccola, poco decorata, non lontana da quella di Tutankhamon. Dentro vennero rinvenuti molti oggetti appartenenti a quasi tutti i regnanti dell'epoca di Amarna. Sigilli, vasi di pietra, vetro e ceramica, gioielli, con incisi i nomi di Amenofi III, Tiy, Sitamon, Akhenaton, Smenkhara, Nefertiti, Tutankhamon. Perci  stata soprannominata la cachette (il piccolo nascondiglio) di Amarna. Dentro c'era anche un sarcofago antropomorfo di legno dorato e intarsiato, con la maschera strappata (restano un sopracciglio e l'occhio destro) e senza pi i cartigli del titolare. Conteneva una mummia mal conservata, poco pi di uno scheletro. Senza volto e senza nome. Davis era convinto che fosse la regina Tiy. Invece appartiene a un uomo. E si trova da tempo al museo del Cairo, archiviata come lo Sconosciuto della KV55. Ed  l che torniamo anche noi. Alcune statuette rinvenute accanto al sarcofago, in effetti, portano il nome di Akhenaton. Che appare anche su quattro pietre magiche (magical bricks) che di solito erano collocate ai lati della camera mortuaria per guidare lo spirito del defunto. Una specie di bussola per l'oltretomba. Sul sarcofago si legge ancora il nome di Aton e si vede il simbolo del disco solare. Dunque era di un sovrano di Amarna. Soltanto due non sono stati trovati: quello di Smenkhara e quello di Akhenaton.
Venite con me. Zahi ci porta a consultare i libroni ingialliti del catalogo ufficiale del museo. Sfoglia le pagine finch non trova quello che sta cercando. Aha! Punta il dito su poche righe. C' scritto che sulla mummia dello Sconosciuto della KV55 c'erano dei finissimi fogli d'oro, come delle lenzuola di carta stagnola, ma molto pi preziose. E piene di scritte. Sar il caso di dargli un'occhiata da vicino. Si trovano al secondo piano, in un ripostiglio segreto. Occorre maneggiarle con delicatezza. Zahi si concentra sui geroglifici. Religioso silenzio. Ecco, guarda qui esclama all'improvviso, facendomi fare un salto. C' scritto Wa-a-en-Ra. Bingo. Un altro nome di Akhenaton. Potrebbe essere la prova che cerchiamo. Il sarcofago dunque era il suo. Ma con tutte le peripezie che hanno passato certe mummie, non  detto che l'occupante corrisponda al titolare.
Lo Sconosciuto della KV55 viene portato al laboratorio sotterraneo per sottoporlo ai prelievi di tessuto e ossa. Chi aveva esaminato i resti in precedenza aveva stabilito che si trattava di un uomo di non pi di venticinque anni. Troppo giovane per poter essere Akhenaton, che quando mor ne aveva almeno quaranta. Dall'osservazione di cranio e denti non si desume nulla di certo. Ma la spina dorsale presenta una lieve artrosi, malattia degenerativa improbabile in un giovanotto. E anche le ginocchia. Per dissipare ogni dubbio, non resta che isolare il DNA del misterioso sconosciuto e compararlo con quello di Amenofi III, il padre di Akhenaton.
Il team si mette al lavoro. Ci si concentra sul cromosoma Y, che nei maschi imparentati fra loro presenta lo stesso schema, perch quella parte del genoma si eredita per via paterna. Ma per stabilire quale sia il legame con precisione occorre un'analisi pi sofisticata. Il processo si chiama fingerprinting del DNA e serve a stabilire le impronte genetiche degli individui. Ce lo spiega Zahi: Sui cromosomi presenti nei nostri genomi vi sono alcune regioni specifiche in cui lo schema delle lettere del DNA - le A, le T, le G e le C che compongono il nostro codice genetico - varia moltissimo da una persona all'altra. Queste variazioni corrispondono a numeri diversi di sequenze delle stesse lettere ripetute. Per esempio, mentre una persona pu avere una sequenza di lettere ripetuta dieci volte, un'altra persona, non imparentata con la prima, potrebbe avere la stessa sequenza ripetuta quindici volte, una terza persona venti volte e cos via. Per l'FBI basta che dieci di sedici regioni molto volubili coincidano per concludere che il DNA sulla scena di un delitto sia quello di un indiziato. Nel nostro caso, trattandosi di persone vissute oltre tre millenni fa, la procedura pu essere meno rigorosa: con otto picchi identici Amenofi III  il padre della mummia misteriosa. Che quindi  proprio Akhenaton.
Che si fa ora? Si confronta il suo DNA con quello di Tutankhamon che per  molto deteriorato ed  difficile da leggere. Gli scienziati provano con la tecnica del minifiler, brevettata anche questa dall'FBI che la usa per risolvere casi di omicidio o di persone scomparse. Si considera l'impronta genetica completa di un individuo, non solo il cromosoma Y. Non sar un'operazione di pochi minuti.
Nel frattempo si riesamina la Tac di Tut, quella del 2005, per vedere se i due si somigliano. E in effetti il cranio allungato  quello. La curva dell'osso della fronte pure. Idem per la curvatura della spina dorsale. Gli indizi sono schiaccianti.
Dal laboratorio si sente gridare. Il primo marker tra i due DNA corrisponde. Ma non basta. Dietro le vetrate si va avanti per tutta la notte. E finalmente, all'alba, arriva il responso. Otto marker sono identici. Akhenaton e Tutankhamon sono padre e figlio. Perci il nonno di Tut era Amenofi III. Il test  attendibile al 99,9 per cento. L'albero genealogico del Faraone d'oro comincia ad avere i suoi rami. Zahi dice che  un giorno magnifico. Ma se lo conosco (e ormai lo conosco), non si fermer certo qui.
E infatti qualche giorno dopo  gi pronto per la seconda puntata di questa grande avventura tra storia e tecnologia: scoprire chi sia la madre di Tutankhamon. Di lei, tanto per cambiare, non sappiamo nulla. E le candidate sono tante, considerato che i faraoni avevano a disposizione un harem di regine e principesse e che non disdegnavano intrecci incestuosi: Tiy, la madre di Akhenaton; Meritaton, la figlia primogenita; o Sitamon, la sorella. Le pi accreditate per restano le due mogli di Akhenaton: Kiya, una sposa secondaria, o Nefertiti, la Grande Sposa reale.
Nella tomba reale di Amarna i dipinti raccontano molto della vita quotidiana della famiglia: Akhenaton, Nefertiti e le loro sei bambine. Invece non c' traccia di Tutankhamon. Se non in una singola scena che raffigura una misteriosa donna con in braccio un neonato maschio, durante una cerimonia funebre. Lo vedi, alle sue spalle, il servo che agita il ventaglio? mi indica Zahi.  un simbolo di rango reale. Io credo che si tratti proprio di Tut. Ma chi sia la donna  ancora un mistero. Gli archeologi, sarebbe strano il contrario, sono divisi. Secondo l'egittologo francese Marc Gabolde, si tratta di una governante che accudisce il piccolo Tut, sotto lo sguardo di Nefertiti, sua madre, che si riconosce con certezza dalla corona. Per altri, invece, la donna sarebbe Kiya, la sposa secondaria di Akhenaton che mostra orgogliosa l'erede del faraone, suscitando l'invidia di Nefertiti che non riusc a dargli un figlio maschio. Oppure la scena racconta proprio il funerale di Kiya, morta dopo aver dato alla luce Tutankhamon.
Kiya, forse una principessa straniera, viene spesso indicata come favorita del re, la Grande Amata. Ma scomparve prima ancora della fine del regno di Amarna. La sua tomba potrebbe essere la KV63 scoperta nel 2006 da Otto Schaden, molto vicina alla KV62 di Tut. Uno dei sarcofagi antropomorfi rinvenuti al suo interno ha un viso che somiglia molto a quello del faraone. Naso, bocca, occhi sono uguali dice Zahi. Sappiamo che Kiya scomparve nel dodicesimo anno di regno di Akhenaton, forse per la terribile epidemia che colp Amarna, dopo la grande festa a cui parteciparono i sovrani di tutto il mondo allora conosciuto. Nello stesso periodo apparve Tutankhamon. Kiya potrebbe allora essere morta nel darlo alla luce. Rimasto orfano di madre, il bambino fu affidato a una nobildonna di nome Maya, che gli fece da balia. Dai dipinti sulle pareti della sua tomba, a Saqqara, si capisce quanto lui le fosse affezionato. Per questo le fu concessa una sepoltura cos sfarzosa.
Si potrebbe ricorrere al test del DNA, se solo ci fosse il corpo di Kiya, ma non si sa dove sia finito. Nella KV55 fu per trovato un vaso canopo che potrebbe appartenerle. Ci vuole una Tac per leggere l'iscrizione: sembra proprio il nome di Kiya. Se dentro ci fossero le sue viscere sarebbe un gran colpo. Ma lo scanner vede soltanto un miscuglio di sabbia e resina. Inutilizzabile. Questa strada si  rivelata senza uscita. Bisogna aggirare l'ostacolo.
E si ritorna di nuovo alla KV35, l'altra grande cache della Valle dei Re, in cui i sacerdoti, intorno al 1000 a.C. nascosero le mummie reali per salvarle dai ladroni. Qui, oltre a quelle di Thutmose quarto, Merenptah, Seti secondo, Siptah, Ramses quarto, Ramses quinto, Ramses sesto e Amenofi terzo, il nonno di Tutankhamon, furono individuate quelle di un ragazzino e di due donne, una pi anziana e una pi giovane, appartenenti alla diciottesima dinastia. S, proprio loro, le ricorderete. La Elder Lady, con dei lunghi capelli rossicci, gli zigomi alti, il collo slanciato. E la Younger Lady, senza braccio e con uno squarcio sul viso. Quella che secondo la studiosa inglese Joann Fletcher (meglio non nominarla in presenza di Zahi) era Nefertiti. Doctor Hawass dispone che entrambe siano sottoposte alla biopsia.
I campioni vengono portati immediatamente al laboratorio del Museo Egizio per ricavarne il materiale genetico. Stavolta si cerca il DNA mitocondriale, quello che si trasmette per via materna. Che ha un pregio:  pi facile da estrarre. E un difetto: si contamina ancora pi facilmente. La soluzione? Clonarlo, nel senso letterale della parola. I dottori inseriscono una minuscola porzione del DNA mitocondriale di Tut dentro una cellula vivente, in questo caso un batterio che, moltiplicandosi, replica anche il patrimonio genetico del faraone. L'indomani la clonazione  gi compiuta. Un piccolissimo pezzetto di Tutankhamon  pronto per essere analizzato.
Il risultato del test  (doppiamente) sorprendente: non una, ma tutte e due le donne sono consanguinee del faraone. Per la loro identit  ancora nascosta. E adesso? Zahi ha sempre un piano B. Fa prelevare dei campioni da altre due mummie, peraltro molto ben conservate e ritrovate nella KV46: quelle di Yuya (ufficiale del re e direttore delle scuderie reali) e Tuya, genitori della regina Tiy, che non avevano sangue blu, ma ebbero comunque l'onore di essere sepolti nel luogo pi sacro. Il loro DNA viene confrontato con quello della Elder Lady. Wow! esclamano i maghi delle provette Zink e Pusch. C' una coincidenza perfetta tra le impronte genetiche: la Elder Lady  la figlia di Yuya e Tuya. Ovvero la regina Tiy.
Un ultimo confronto incrociato tra DNA conferma infatti che si tratta proprio della mamma di Akhenaton.  la riprova di quello che Zahi sospettava da tempo: da quando era stata accertata la coincidenza morfologica fra un capello staccato dalla chioma rossa della Elder Lady e una ciocca rinvenuta nella tomba di Tutankhamon, dentro un sarcofago in miniatura sul quale era inciso il nome di Tiy, la nonna paterna a cui King Tut era molto affezionato.
E la Younger Lady allora chi ? Di sicuro  una parente di Tut. Di pi, ovvero se possa essere sua madre, per ora non si pu dire. Come gi spiegato, delle due mogli pi note di Akhenaton, Kiya e Nefertiti, si sono perse le tracce. Un momento, per. Nefertiti aveva una sorella, Mutnodjmet (qualcuno dice addirittura la gemella), l'unica sua parente di cui si trovi traccia nei documenti. Con la sua mummia - e quindi il suo DNA - forse si potrebbe chiarire questo rompicapo. I resti di Mutnodjmet furono trovati da Geoffrey Martin nel 1975 nella necropoli di Saqqara, in una tomba privata del faraone Horemheb (l'ex comandante dell'esercito durante il regno di Akhenaton e Tutankhamon), suo marito, costruita prima che diventasse re. Eugen Strouhal, paleopatologo dell'universit di Praga, studi un teschio e altre ossa e determin che Mutnodjmet, probabile figlia del faraone Ay, era morta intorno ai quarant'anni, forse di parto. Ma poi i reperti furono spostati nel gigantesco magazzino di Saqqara e da allora risultano smarriti.
Zahi ci torna di persona (e non  la prima volta) per investigare, contando sul suo fiuto e sulla sua buona sorte. Cerca tra centinaia di cesti di foglie di palma, in cui sono riposti ossa e teschi, ciascuno con un cartellino scritto in arabo. Ma nessuno  quello giusto. Si infila nel pozzo principale della tomba, profondo 15 metri, scavato sotto la sabbia del deserto, dove fu rinvenuto il corpo imbalsamato, accanto a pezzi del corredo funerario. Niente. Nessun indizio. Nemmeno la sorella di Nefertiti vuole farsi trovare, deve essere un vizio di famiglia.
Nel frattempo per, nel laboratorio high-tech del museo, gli scienziati continuano a lavorare sui campioni di DNA. Non solo quello mitocondriale, ma anche un altro tipo, isolato nel nucleo delle cellule della Younger Lady. E alla fine vincono loro. C' una corrispondenza inequivocabile.  lei: la Giovane Signora della KV35  la madre di Tutankhamon. Per resta ancora senza nome. Kiya? Nefertiti? Nessuna delle due. Il pi incredibile intreccio genealogico dell'antico Egitto riserva un'ultima, sconcertante puntata. Ulteriori esami genetici, infatti, dimostrano che la Younger Lady  figlia di Amenofi il Magnifico e di Tiy. Proprio come Akhenaton. Quindi Tutankhamon  figlio del faraone eretico e di sua sorella. E n Kiya n Nefertiti lo erano. Akhenaton aveva cinque sorelle. Pi un'altra trentina abbondante di sorellastre. Quale sia, tra loro, la donna che ha dato alla luce Tut non si sa e non sar facile scoprirlo. Forse non lo sapremo mai ammette Zahi. Ma questo incesto, che pure era una pratica comune tra i reali, potrebbe aver segnato la sorte di Tutankhamon, nato con tare ereditarie che ne avrebbero compromesso la salute, condannandolo a una morte prematura. Il destino triste del faraone bambino, dunque, era forse gi scritto nei suoi geni.


11.
Un giapponese nella Valle dei Re.

Un altro, al posto di Zahi, qualche cattivo pensiero se lo sarebbe concesso. Alcune settimana fa doveva venire a Firenze per una conferenza. Nel 2017. Di venerd 17. Su Tutankhamon. Il giorno prima di partire dal Cairo, uscendo da un ristorante,  scivolato sul pavimento bagnato e si  rotto un malleolo. Viaggio (e discorso) annullato. Alzi la mano chi non penserebbe a un avvertimento del faraone, considerato che tra poco si proceder finalmente con il terzo e definitivo georadar nella tomba KV62 (poi vi racconto come sono andati i primi due) sotto la sua personale supervisione. Doctor Hawass invece non si lascia suggestionare e non vede l'ora di tornare in pista. Si fida di Tut e credo che la fiducia sia ricambiata. In fondo  anche grazie alla sua dedizione di archeologo se il Faraone d'oro continua a regnare nell'immaginario collettivo. E a forza di parlare di lui, Zahi qualcosa deve aver assorbito dal regale antenato.
La prima volta che l'ho accompagnato in una tomba, quella del sacerdote Neku a Saqqara (nel 2004) ero ancora un tantino in soggezione. Oltre a me, che desideravo filmare il ritrovamento, c'era una troupe americana un po' chiassosa, tra cui due belle ragazze in shorts e canottiera scollata (primo errore) che continuavano a schiamazzare (secondo errore) invitandolo a mettersi in posa con troppa confidenza (terzo e fatale errore): Zahi fai cos, Zahi guarda qui, Zahi sposta la mano, Zahi, Zahi!. Finch lui ha perso la pazienza e ha ruggito: You can't call me Zahi, I'm the king, here!, non potete chiamarmi Zahi, io sono il re, qui. Ci tiene a essere trattato con deferenza. E infatti, pure dopo tanto tempo e tante avventure insieme, per me era e resta The Doctor.
Nonostante tutto quello che ha scoperto su Tutankhamon, Zahi  ossessionato da ci che ancora non sa: Quando sono solo, spesso guardo quel viso e mi chiedo come sia stata davvero la sua vita. Perci, dopo aver ricostruito gran parte del suo albero genealogico, nel 2009 ha provato a mettere insieme archeologia, medicina e tecnologia per rivelare qualcosa di pi del faraone dalla maschera d'oro.
Della sua vita in fondo sappiamo davvero poco: che deve essere nato ad Amarna, intorno all'undicesimo anno di regno di Akhenaton (1342 a.C. circa), che in origine si chiamava Tutankhaton, in onore del dio Aton, che ancora prima di salire al trono, a nove anni, aveva gi sposato la sorellastra Ankhesenamon (terza figlia di Akhenaton e Nefertiti, anche lei in origine si chiamava Ankhesenaton), un po' pi grande di lui, con cui  cresciuto insieme a palazzo. Un matrimonio combinato, ma anche una storia d'amore. Nei dipinti si vede lei che gli offre dei fiori o lo accompagna in una battuta di caccia. Dallo sguardo si capisce benissimo che Ankhesenamon  innamorata, nessuna regina dell'antico Egitto  mai stata ritratta cos dice Zahi. Non lo facevo tanto romantico.
Tut viene incoronato, forse gi ad Amarna, con una cerimonia imponente in cui indossa per la prima volta le varie corone, ciascuna con un diverso significato: quella rossa  il simbolo del Basso Egitto; quella bianca dell'Alto Egitto; la doppia, rossa e bianca insieme, che rappresenta il regno unito; la khepresh blu, chiamata anche elmo di guerra perch forse richiama il ruolo di capo dell'esercito. Il nemes, il copricapo di stoffa a righe nere e gialle  la corona di tutti i giorni. Sulla fronte c' sempre il cobra uraeus.
Per un paio d'anni Tutankhamon resta nella capitale fondata dal padre, come proverebbe un piccolo stampo per anello con sigillo rinvenuto tra le rovine di Amarna. L'incisione, ormai cancellata, viene decifrata dal sensore laser: c' scritto Nebkheperura, il nome assunto al momento dell'incoronazione (ogni re ne ha quattro, oltre a quello che gli viene dato alla nascita: gli altre tre, Tut non li usa quasi mai). I simboli sono racchiusi in un cartiglio, il che significa che si tratta del sigillo di un faraone. E che Tut lo  gi diventato nella Citt del Sole.
Dopo l'uragano della riforma religiosa di Akhenaton il regno  in tumulto. La gente non ha mai sentito come proprio il culto assoluto di Aton, che era stato imposto dall'alto. E la povert esaspera gli animi. I sacerdoti premono perch si ritorni alla religione tradizionale. Tut deve scegliere da che parte stare. E sceglie di abbandonare l'utopia paterna. Oppure lo costringono a farlo (forse Horemheb, capo dell'esercito, forse Ay, gran consigliere).
L'indizio rivelatore, come spesso accade,  al museo del Cairo. Zahi mi porta a vedere uno dei pezzi pi preziosi del tesoro di Tutankhamon, custodito dentro una teca di cristallo: il trono d'oro, adorno di pietre preziose. Nella scena centrale lui  raffigurato seduto sotto i raggi del sole mentre Ankhesenamon gli spalma sul braccio un olio profumato. Sul retro, nascosto, c' un cartiglio con inciso il nome originale di Tut, con la desinenza aton. Quello che gli diede suo padre. Ma sul davanti, dove la gente pu vederlo, compare il nuovo nome: Tutankhamon. Devoto al dio Amon, il dio dei suoi antenati.
Conseguenza naturale  che la corte non pu pi restare ad Amarna. La coppia reale si trasferisce a Menfi, ma soggiorna anche a Tebe. A Karnak riapre il grande tempio di Amon e Tutankhamon stesso ci aggiunge delle nuove costruzioni. Il ritorno alle origini viene certificato nella cosiddetta stele della restaurazione, una lastra in granito rosso, rinvenuta nel 1905 nei pressi del terzo pilone del tempio, sulla quale si descrive il caos in cui si trova l'Egitto dopo il regno di Akhenaton e la svolta conservatrice di Tut che si proclama figlio di Amon e ripristina la festa di Opet, una grande processione che si svolge lungo il fiume fra i templi di Karnak e Luxor, un inno alla fertilit con cui si rinnovano le nozze tra il dio Amon e la sorella Mut. Ma la benevolenza degli dei non scende sulla famiglia reale. Ankhesenamon non riesce a dare un figlio al suo faraone. E Tutankhamon muore all'improvviso a diciannove anni, stroncato da un'infezione fulminante, conseguenza di una violenta frattura alla gamba.
Il giallo sulla sua morte  stato gi in parte risolto, eppure c' sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Perci, cinque anni dopo, il team di radiologi incaricati da Zahi torna a esaminare i risultati della Tac del 2005, ricontrollando le scansioni dello scheletro reale da cima a fondo. Si scopre cos che il piede destro di Tut ha un arco basso ed  piatto. Il sinistro invece presenta un dito pi corto, per la mancanza di una falange, un difetto congenito. Non solo.  storto, equino. Inoltre, alcune ossa appaiono collassate per necrosi del tessuto. Si tratta della malattia di Khler, comparsa forse intorno ai diciassette anni. Posare il peso sul piede in queste condizioni diventa molto doloroso. Una doppia afflizione che di certo gli impedisce di deambulare bene.
Il giovane faraone , di fatto, claudicante. E questo spiegherebbe perch nella tomba siano stati trovati la bellezza di 130 bastoni da passeggio (uno intagliato personalmente dal re, come testimonia l'iscrizione che vi si legge sopra), alcuni dei quali mostrano evidenti tracce di usura. Si trovano al museo del Cairo e Zahi li riesamina uno per uno con la lente d'ingrandimento. Una collezione troppo ricca per avere solo una funzione simbolica. Il bastone  s un segno di potere, ma gli  anche indispensabile per camminare. Del resto, fra tutti i faraoni, solo Tutankhamon viene raffigurato seduto su uno sgabello imbottito mentre scocca una freccia con l'arco o scaglia una lancia. Oppure in piedi ma con la mano destra appoggiata a un bastone.
Forse  stata questa deformit dolorosa a farlo cadere dal carro lanciato a grande velocit, in battaglia o durante una battuta di caccia nel deserto di Menfi. Ma una frattura alla gamba, per quanto grave, da sola non pu essere letale. Non a soli diciannove anni. Per questo nel laboratorio del museo del Cairo i maghi delle provette provano a individuare tracce di qualche microrganismo nel DNA di Tutankhamon: morte nera, peste bubbonica, lebbra, tubercolosi, leishmaniosi, malaria. E le trovano.
Per sicurezza il test viene ripetuto parecchie volte, con lo stesso esito. Tut aveva contratto una delle forme pi gravi di malaria, quella tropica, causata da un parassita denominato Plasmodium falciparum. L'infezione si trasmette attraverso la puntura della zanzara Anopheles. La malattia pu scatenare brividi, febbre, dolori articolari, ma anche choc circolatorio. Se attacca il cervello provoca emorragie, convulsioni, coma, fino alla morte. Nonostante alcuni studiosi ritengano che all'epoca la malaria fosse abbastanza diffusa e che quindi Tutankhamon potesse essere diventato parzialmente immune, Zahi ritiene probabile che per il suo organismo, debilitato da infiammazioni croniche e tare genetiche, l'infezione, combinata con la frattura della gamba forse durante una battuta di caccia a Menfi, sia risultata fatale.
Gli antichi egizi conoscevano circa settecento farmaci naturali. Questo forse spiega perch nella KV62, oltre al ricco corredo funerario composto da circa cinquemila pezzi, fossero presenti frutta, foglie e semi, tra cui otto cestini di semi di coriandolo, una spezia che combatte la febbre, ma anche datteri e uva passa, con propriet antidolorifiche. Come se il faraone volesse portarsi le sue medicine anche nell'aldil osserva Zahi, che, come vedete, non tralascia nemmeno un particolare.
Anche i bisnonni di Tut, Yuya e Tuya, risultano contagiati dal parassita della malaria tropica, tuttavia ignoriamo se siano morti per questo. Erano anziani (tra i cinquanta e i sessant'anni, tanti per l'epoca). Dunque, forse nel loro caso si pu supporre che l'organismo avesse prodotto gli anticorpi giusti. Non si sa se gli antichi egizi avessero scoperto rimedi per la malaria. Secondo quanto scrive Erodoto, il Basso Egitto era infestato di zanzare e altri insetti (per i quali il terreno paludoso era un habitat perfetto) e che durante il sonno la gente si proteggeva con delle reti. Tuttavia, nei testi antichi non si fa mai cenno a epidemie di malaria.
Nel 2013 l'archeologo inglese Chris Naunton, direttore dell'Egypt Exploration Society, ha avanzato una singolare teoria: dopo che Tutankhamon fu rinchiuso nella tomba, il suo corpo mummificato prese fuoco per autocombustione. Naunton si  servito di un campione di tessuto che l'antropologo Robert Connolly prelev dai resti del faraone nel 1968, durante gli esami condotti dall'quipe del dottor Harrison, di cui faceva parte. Esaminandolo al microscopio elettronico, Naunton e Matthew Ponting, antropologo forense, avrebbero scoperto che la salma del re bruci poco dopo la frettolosa sepoltura perch gli oli usati per l'imbalsamazione impregnarono i teli di lino che lo avvolgevano come un sudario e, a contatto con l'ossigeno, generarono una reazione a catena che incendi la mummia dentro il sarcofago, portandola a una temperatura di 200 gradi (il che peraltro non spiega come mai i teli di lino e le ghirlande di bacche e fiori, messe al collo del faraone, non si siano inceneriti). Inoltre, secondo la loro ricostruzione basata su un'autopsia virtuale condotta tramite le scansioni della salma, il giovane faraone mor in seguito a un tremendo incidente con il cocchio reale, che gli spacc la gabbia toracica e il bacino, spappolando parecchi organi vitali, tra cui il cuore, che infatti manca.
Zahi non crede affatto a questa teoria. E per molti motivi. Primo: Non  possibile provare l'autenticit del campione di tessuto che non  detto appartenga a Tutankhamon e che Connelly si  procurato illegalmente, visto che nel 1968 il loro unico compito era sottoporre la mummia ai raggi X. Secondo: Anche assumendo che sia autentico, occorre ricordare che Howard Carter e Douglas Derry usarono dei coltelli arroventati per scollare la mummia dal sarcofago e dalla maschera d'oro e quindi  probabile che sia questa la causa delle bruciature rilevate sulla pelle di Tutankhamon. Terzo: Il fenomeno della combustione degli oli  stato ravvisato in alcuni casi in cui il processo di mummificazione era stato scadente. Tra le tante mummie reali appartenenti a quello stesso periodo e che ho studiato con attenzione, nessuna presenta questa caratteristica, anzi, la procedura  eccellente. Quarto: Io stesso ho esaminato la mummia di King Tut per tre volte e non ho mai notato nulla che potesse indurmi a pensare che avesse preso fuoco.
Quanto al trauma devastante immaginato da Naunton, Zahi - che, lo ricordiamo, ritiene che Tutankhamon abbia avuto un incidente di caccia poche ore prima della morte, reso mortale dalla concomitanza con una grave infezione e con una costituzione cagionevole per tare ereditarie - spiega che la cassa toracica mancante appare tagliata con strumenti affilati e non la conseguenza di una caduta rovinosa. Infatti alcuni pezzi di costole e clavicole furono seppelliti nella sabbia della scatola di legno in cui Carter colloc la mummia sezionata. L'assenza del cuore, comune ad altre mummie come quella di Huya, di Amenofi III e di Merenptah, non prova nulla. Bocciatura senza esame di riparazione.
Quando Howard Carter entra nella tomba di Tutankhamon, fra i tesori scintillanti rinviene anche una semplice cassa di legno, con dentro due sarcofagi in miniatura, senza nome. Contengono due feti mummificati. Potrebbero essere i figli del faraone morti prima del tempo e seppelliti accanto a lui. L'archeologo britannico li cataloga come reperti 317A e 317B. Douglas Derry li esamina nel 1932 e stabilisce che sono entrambi femmine, tra i cinque e i sette mesi di gestazione. Il primo, meglio conservato, ha ancora un pezzo del cordone ombelicale attaccato.
I due corpicini si trovano all'ospedale Kasr El-Ainy del Cairo ed  l che andiamo. Finora Zahi li ha visti soltanto in foto. Ma per esaminarli con la Tac, come mai  stato fatto prima, bisogna spostarli. Il macchinario si trova solo a due isolati dall'ospedale, per non ci si pu andare a piedi con un carico cos delicato. Ci vuole un'ambulanza. Una volta portati sani e salvi al laboratorio, finalmente Zahi apre i contenitori e con delicatezza scosta i panni che proteggono i resti. E ci resta malissimo: dopo quasi novant'anni le piccole mummie sono molto deteriorate, specie la pi piccola (la 317A), ridotta in pezzi. Ma l'esame si pu fare comunque. La Tac comincia a scansionare. Dalle prime immagini sullo schermo il radiologo Ashraf Selim nota subito un particolare: un'incisione sul ventre di quello pi grande. Segno che  stato imbalsamato nello stile dei faraoni. Dunque si tratta di due bimbi di sangue reale.
Per sapere se sono davvero i figli di Tutankhamon non resta che tentare di estrarre il DNA, operazione ancor pi delicata perch eseguita su uno scheletro minuscolo e friabile. Di solito si cerca di estrarre un campione pi in fondo possibile, dal midollo, per scongiurare contaminazioni. Ma in questo caso non sar possibile. Bisogna restare pi in superficie. Il test viene comunque portato a termine. Qualcosa per non va come dovrebbe. Nella provetta con il reagente si vede una strana macchia bruna che Albert Zink e Carsten Pusch riconoscono subito:  la stessa che alterava il campione di Tut. Resina per imbalsamazione, che i sacerdoti versarono in grande quantit sul corpo del re. Anche i resti dei bambini nati morti ne sono saturi e questa  gi una prova illuminante. Ora per bisogna riuscire a eliminare la sostanza inquinante per poter leggere le impronte genetiche.
Intanto le immagini tridimensionali della Tac forniscono altre preziose informazioni: il feto pi piccolo  rimasto pi o meno cinque mesi nel grembo materno. Che fosse una femmina, come annot Derry, non si pu stabilire con sicurezza. L'altro feto invece  certamente una bambina, di quasi sette mesi di gestazione, lunga 45 centimetri. Ma niente che indichi la causa della sua morte.
Passano le settimane. Nel laboratorio si lavora giorno e notte. Finch una mattina, mentre stiamo andando a Saqqara, Zahi riceve la telefonata che aspettava: ci sono novit. Un rapido dietrofront e ripartiamo in direzione del museo del Cairo. Dove ci aspettano una brutta e una bella notizia. Quella brutta  che i risultati del test sul feto pi piccolo sono inattendibili. Quella buona, invece,  che l'impronta genetica del 317B, il pi sviluppato,  completa. E corrisponde a quella di Tutankhamon: al 99,9 per cento la bambina senza nome  sua figlia. E di conseguenza anche l'altro corpicino molto probabilmente lo .
Quanto alla regina Ankhesenamon, come gi accennato, il suo corpo non  ancora stato rintracciato. Da parecchio tempo Zahi sospetta che la moglie di Tutankhamon sia una delle due mummie della tomba KV21, recuperate e custodite al museo, quella senza testa.  il momento di cercare una risposta. Dove l'archeologia non  arrivata potrebbe sopperire la medicina. I resti vengono trasportati in laboratorio per poter eseguire la biopsia. Il compito stavolta  pi complicato del solito perch le ossa sono molto deteriorate e l'ago deve arrivare fino al midollo. Lo strumento con cui si effettua il prelievo assomiglia vagamente a un cavatappi. Il test viene portato a termine con successo.
Parecchie settimane dopo arrivano i risultati, che non sono netti come si sperava. Con molta probabilit la donna senza testa (KV21A)  la madre dei due figli nati morti di Tutankhamon. E quindi dovrebbe trattarsi di Ankhesenamon, visto che storicamente il Golden King non ha avuto altre mogli. Tuttavia il materiale genetico non ha provato con certezza se sia la figlia di Akhenaton e Nefertiti. Le scansioni della Tac hanno confermato che aveva i piedi contorti e deformi. Un'anomalia genetica simile a quella di Tutankhamon (il che rafforza la tesi che si tratti di Ankhesenamon) e dovuta ai matrimoni tra consanguinei, con cui le famiglie reali credevano di rafforzare la stirpe ottenendo invece l'effetto contrario. Tant' che nessuna delle due figliolette riesce a sopravvivere.  la fine della dinastia.
Mio marito  morto e io non ho un figlio maschio. Ma dicono invece che tu ne hai molti. Se volessi darmene uno, diventerebbe mio marito. Non vorrei mai prendere un mio servo e farne il mio sposo, sarebbe terribile.
Sfacciata o soltanto molto disperata, una regina egizia invia un ambasciatore con questa lettera a Suppiluliuma I, re degli ittiti, che vive e governa a circa 1500 chilometri di distanza, per chiedergli la mano di uno dei principi. Una copia del documento  stata rinvenuta negli archivi degli ittiti in Anatolia. Secondo alcuni potrebbe averla scritta proprio Nefertiti, rimasta sola. Ma  pi accreditata l'ipotesi che l'autrice sia la figlia Ankhesenamon, vedova di Tutankhamon, poco pi che ventenne: l'alternativa  rassegnarsi a sposare Ay, esperto consigliere prima di Akhenaton e poi di Tut, ormai settantenne e nemmeno di sangue reale.
Una cosa cos, comunque, non si era mai vista n sentita. Il sovrano di Hatti, sbalordito quanto basta, convoca il Gran Consiglio per valutare la faccenda. Sospettoso, Suppiluliuma I decide di mandare in avanscoperta il ciambellano di corte, Hattu-Zittish, per capire se l'appello accorato sia un inganno. La regina si offende e risponde con un'altra missiva, affidata al messo reale, che arriva dopo qualche mese: Perch pensi che voglia ingannarti? Se avessi gi un figlio scriverei a un paese straniero umiliando me e la mia gente? Non mi credi e me lo dici pure. Non ho scritto a nessun altro. So che hai molti figli, mandamene uno e sar mio marito e re.
L'opportunit di prendersi il trono dell'Egitto - a cui gli ittiti contendevano il controllo sull'area del Mediterraneo e dell'Eufrate - senza guerra n spargimento di sangue, e di creare un unico grande impero  di quelle da non lasciarsi scappare. Perci (siamo nel 1328 a.C. circa) Suppiluliuma I si convince e manda un figlio (il quarto), il principe Zannanza, che per, nonostante la scorta militare, non arriver mai a Tebe, forse vittima di un'epidemia o pi probabilmente di un agguato. Dietro la sua morte improvvisa potrebbe esserci la mano di Ay o di Horemheb, il comandante dell'esercito, che puntavano a sedersi sul trono, o di entrambi, uniti in un temporaneo fronte comune contro lo straniero usurpatore.
Se  assolutamente inedito che una regina si cerchi un pretendente oltre confine, i sovrani egizi rifiutano di mandare all'estero le proprie figlie, forse anche per evitare future pretese al trono da parte dei generi stranieri. A un re babilonese che osa proporsi come marito viene risposto con sdegno che la figlia di un faraone non va in sposa fuori del suo Paese. E per quanto nella Bibbia si parli di nozze tra Salomone, re di Israele, e la figlia del faraone, non esistono documenti di parte egizia che lo provino. Probabilmente, chiusa l'epoca d'oro del Nuovo Regno, anche i signori del Nilo devono abbassare le pretese e la regola non  pi tanto rigida.
Per i faraoni, invece,  normale amministrazione prendere in moglie una principessa straniera. Amenofi III, nonno di Tutankhamon, con l'assenso della regina Tiy sposa due principesse siriane, due mitanniche, due babilonesi e una di Arzawa, nell'Asia minore. Una certa Gilukhipa, venuta dal Nord della Mesopotamia, si presenta a corte con 317 attendenti, contando evidentemente sul senso di ospitalit del futuro consorte.
Alla fine pare che Ankhesenamon sia stata costretta a sposare l'anziano Ay (il quale potrebbe essere il padre di Nefertiti e dunque suo nonno), che regna per soli tre, quattro anni, muore senza eredi e viene sepolto in una tomba della Valle dei Re - la KV23, nella West Valley, la Valle delle Scimmie - molto simile a quella di Tut, anzi forse in origine proprio destinata a lui. Ed  poco lontano dalla KV23 che, secondo Zahi, si trova anche Ankhesenamon: Scavando in quest'area abbiamo individuato quattro depositi di materiale che veniva interrato sotto le fondamenta, con vasellame, arnesi e coltelli risalenti alla diciottesima dinastia, oltre ad alcuni scalini; quindi  probabile che nei dintorni ci sia un'altra tomba.
Il successore di Ay  Horemheb - nemmeno lui di stirpe reale -, che invece resta in carica per almeno una trentina d'anni (la questione  parecchio dibattuta, Zahi e altri studiosi allungano il suo regno fino a cinquantanove anni) e completa il ritorno alle antiche tradizioni. Distrugge i templi di Aton a Karnak e marchia Akhenaton come nemico dell'Egitto. Ma anche lui muore senza eredi, lasciando il trono a un altro comandante dell'esercito: Ramses primo. Con cui, nel 1295 a.C., comincia la diciannovesima dinastia.
Forse non  l'immortalit come la intendevano gli antichi egizi, ma King Tut ce l'ha fatta: maledizione a parte, il suo nome e il suo volto sono entrati per sempre nella Hall of Fame mondiale. Che quel faraone fosse diverso da tutti gli altri - e non solo perch dotato di un ricchissimo corredo d'oro - se ne accorge subito anche il suo pigmalione Howard Carter, che viene continuamente distolto dai doveri di archeologo (impiegher dieci anni a catalogare tutto e a svuotare la KV62) da visitatori importuni che si presentano a ogni ora del giorno, specialmente all'alba, senza nemmeno avvisare. Perch la tomba  diventata la meta dei giovani ricchi (e sfaccendati) del jet set, una tappa imperdibile di ogni viaggio a Luxor. C' chi gli chiede di fare da guida turistica, chi di poter prelevare un piccolo souvenir, magari anche una manciata di sabbia, chi si arrampica dove non deve.
Questo happening continuo mette a dura prova la scarsa pazienza di Carter (gi una volta ha perso il posto dopo una lite con dei turisti francesi alticci). In pi, i rapporti con il dipartimento delle Antichit, diretto dall'archeologo francese Pierre Lacau, si complicano. Il regolamento dispone che i manufatti rinvenuti vengano divisi a met tra chi effettua (e finanzia) gli scavi e il governo egiziano (nel 1983 la legge cambia e assegna agli scavatori solo un 10 per cento, nel 2010 Zahi azzera la percentuale). Ma la norma non si applica nel caso in cui si tratti di una tomba reale intatta. Come quella di Tutankhamon: i due furti subiti in tempi antichi non contano.
La decisione, comprensibilmente, va di traverso sia a Carter che a Lord Carnarvon, che ci ha investito cinquantamila sterline (un patrimonio per l'epoca) portando alla luce un tesoro valutato intorno ai tre milioni (sempre di sterline di allora). E che contava di vendere a Hollywood i diritti per un film. A ci si aggiungono le complicazioni sentimentali: Lady Evelyn, la figlia ventenne di Carnarvon, ha una cotta per Carter e lo svela al padre. Il conte non la prende bene e finisce che l'archeologo litiga anche con il suo mecenate, che poco dopo tuttavia muore.
Le incomprensioni con le autorit egiziane continuano, tra dispetti reciproci. Nell'ottobre 1923 il dipartimento delle Antichit lo avvisa che da allora in poi un ispettore governativo sar presente sul posto a controllare i lavori. Qualche mese dopo, poich gli viene negato il permesso di ricevere un gruppo di signore - mogli e fidanzate dei suoi collaboratori - in visita alla camera funeraria, Carter decide di scioperare. Appende un cartello all'ingresso della KV62 e poi la chiude, con il sarcofago ancora scoperchiato, rifiutandosi di riprendere il lavoro. Ci torner quasi un anno dopo, ma i rapporti con gli egiziani resteranno complicati. Nel 1929 Lady Evelyn abbandona la concessione e l'archeologo deve restituire le chiavi. Potr entrare solo accompagnato da un ispettore. Tutto sommato, il faraone si contenta di complicargli la vita con la burocrazia, una vendetta anche questa, se vogliamo, ma incruenta.
Howard Carter sar operativo fino al 1932, fotografando, disegnando, descrivendo minuziosamente ogni singolo oggetto. Tornato in Inghilterra, la salute non lo assiste. Muore nel 1939. Sul suo epitaffio, nel piccolo cimitero di Putney Vale (Londra), c' scritto: Possa il tuo spirito vivere, possa tu trascorrere milioni di anni, tu che ami Tebe, seduto con il viso rivolto al vento del Nord, con la felicit negli occhi. Una frase incisa su un calice trovato nella tomba di Tutankhamon.
Se Carter, dopo quei dieci anni di gloria, duro lavoro e grattacapi entra in un parziale cono d'ombra - e subito dopo la sua scomparsa viene persino accusato di avere sottratto qualche oggetto dalla tomba - la popolarit di Tutankhamon  in continua ascesa. Nel 1932 Boris Karloff d il via a un intero filone con il primo film, The Mummy. La Palmolive lancia una campagna pubblicitaria a tema egizio per una saponetta che promette la reincarnazione della bellezza. Gioielli, borsette e stoffe sono un tripudio di piramidi, sfingi, obelischi, palmette, fiori di loto, scarabei, geroglifici.
Nel 1968 Tut conquista la copertina della prestigiosa rivista Life. Ma  nel 1972, quando cinquantacinque pezzi del suo corredo funerario, compresa la maschera d'oro, partono in tour mondiale per la mostra itinerante intitolata Treasures of Tutankhamon (che durer fino al 1981 e toccher Russia, Germania, Francia, Giappone, Canada e Stati Uniti), che esplode la frenesia collettiva. Al British Museum di Londra in nove mesi i tesori di Tutankhamon attirano oltre un milione e settecentomila visitatori. Negli Usa la chiamano Tut-mania. O Mummy madness. O Egypt fever. Nel 1978 Steve Martin, vestito da faraone e accompagnato dalla band dei Tutuncommons, canta e balla sulle note di King Tut al Saturday Night Live. Vanno forte le magliette con la scritta I love my mummy. A New Orleans le toilette del museo d'arte vengono ribattezzate Tutlets. Nei ristoranti si stappano bottiglie di vino con il cartiglio reale sull'etichetta. Il Washington Plaza Hotel di Seattle offre una cena completa in stile Faraoni sul Nilo per 39 dollari. E poi lampade, lenzuola, tostapane, posacenere: si vende di tutto con sopra stampato il volto di Tutankhamon. Per 2700 dollari si pu comprare una copia economica della maschera d'oro riprodotta in mille esemplari. A Los Angeles una donna sviene accanto all'originale quando scopre che a pochi passi da lei c' Cary Grant, Tut-maniaco anche lui.
Nel 2005, quando Zahi Hawass  segretario generale del Consiglio supremo delle Antichit, i tesori del faraone ripartono per l'America per un'altra mostra, intitolata Tutankhamon and the Golden Age of the Pharahos. A Los Angeles tutto va alla grande. Al County Museum of Arts stendono persino il tappeto rosso e tanti divi di Hollywood accorrono a riverire il grande re.
A Chicago, invece, si sfiora l'incidente diplomatico. La compagnia elettrica Exelon  lo sponsor principale. Alla conferenza stampa di presentazione il ceo John Rowe non pu partecipare perch impegnato a pranzo con il presidente George W. Bush. Perci manda il suo assistente che nel discorso ufficiale, credendo di fare cosa gradita a Mr. Hawass, racconta che il suo capo  talmente appassionato di antico Egitto che tiene addirittura un sarcofago nel suo ufficio. Per la furia Zahi quasi cade dalla sedia. Prende la parola e minaccia che, se quel sarcofago non sar rimosso entro una settimana, lui ricuser la Exelon. Non posso accettare che uno sponsor abbia un sarcofago vicino alla scrivania. A Tutankhamon questo non piacerebbe. Sul momento Rowe crede che stia scherzando. Ma l'indomani Zahi scrive una lettera al Field Museum of Natural History di Chicago intimando di depennare il nome della compagnia dalla lista dei mecenati. E cos, per schivare la vendetta (possibile) del faraone Tut o quella (sicura) del faraone Zahi, il manager si arrende e dona il reperto al museo.
A Filadelfia il party di inaugurazione capita in una gelida sera di dicembre. Quando Zahi arriva al Franklin Institute, vede un malcapitato cammello parcheggiato davanti alla scalinata, sotto la neve, e anche qui  tentato di fare dietrofront e andarsene. Resta, ma nel suo discorso dir che di sicuro Tutankhamon non  contento di vederlo l, per questo ha coperto di neve la vostra citt. Suscitando qualche apprensione tra gli invitati pi suggestionabili che prevedono una vendetta del faraone in versione animalista.
Ma che Tut sia un re di buon carattere lo dimostra anche la vicenda incresciosa della sua barba, che il faraone ha sopportato senza lanciare anatemi. Nel 2014, mentre la celebre maschera d'oro veniva spolverata con troppa lena da un addetto del Museo Egizio del Cairo, l'appendice preziosa si  staccata. Niente di irrimediabile, fin qui, anche perch la barba nasce come un pezzo separato: era gi cos nel 1922, come provano le foto che Carter fece scattare a Harry Burton. I maestri orafi che forgiarono il capolavoro la unirono al volto con un meccanismo ingegnoso, come ci spiega Zahi Hawass: Per agganciarla alla maschera praticarono un buco sotto il mento e un altro in cima alla barba e li collegarono con un pezzettino di legno e un perno che li tiene insieme e che vanno sostituiti ogni dieci o vent'anni, a seconda del loro stato, con un procedimento molto semplice. Solo che il restauratore maldestro che se n' occupato - durante i giorni confusi della Primavera araba - ha pensato bene di incollarla con della resina epossidica. Un sacrilegio archeologico. E un affronto al faraone: mentre nella vita reale i peli sul viso erano considerati un segno di status sociale basso, la barba, finta o stilizzata, con la punta all'ins, era il simbolo con cui i sovrani si identificavano in Osiride, dio degli inferi.
A riparare i danni causati dal barbiere vandalo di Tut  stato chiamato Christian Eckmann, un esperto tedesco, specialista nel restauro di vetri e metalli, che si era gi occupato delle due statue di rame del re Pepi I e di una testa dorata di Horus. Rimossa la resina epossidica, operazione che ha richiesto quattro settimane, il frammento  stato riattaccato con la cera d'api, un materiale organico gi utilizzato nell'antichit, che non danneggia l'oro n i lapislazzuli. E la maschera  tornata come nuova.
Tutankhamon  talmente amato che l'incidente ha suscitato molto clamore in tutto il mondo. Durante una conferenza a San Diego racconta Zahi mi ha fermato una ragazza che voleva farsi una foto con me. E mentre ci mettevamo in posa mi ha mostrato un tatuaggio che si era appena fatta fare sulla coscia: la maschera di Tut. Quando le ho chiesto perch avesse scelto proprio lui, mi ha spiegato che era innamorata di Tutankhamon ed era sconvolta per quello che gli era capitato. La giustizia egiziana  stata meno clemente di King Tut: nel 2016 otto funzionari del museo, compreso il restauratore pasticcione, sono stati rinviati a giudizio.
Quanto alla misteriosa signora del Nilo,  nel 2009, dopo l'imponente ricerca genetica sulla famiglia di Tutankhamon, che Zahi comincia seriamente a pensare che Nefertiti sia la sconosciuta KV21B, che i sacerdoti avrebbero recuperato e sistemato accanto, appunto, alla figlia, come nel caso della Elder Lady e della Younger Lady della KV35, che sono la regina Tiy e sua figlia (nonch mamma di Tutankhamon). E oggi ne  ancora pi convinto, anche se sar comunque in prima fila a dirigere le operazioni nella tomba di Tut, quando il terzo georadar potr confermare o smentire la teoria di Nicholas Reeves, secondo cui Nefertiti  nascosta dietro la parete affrescata.
Dove (per ora) non possono arrivare i nostri occhi, arrivano le antenne del georadar (nome in codice Gpr: Ground Penetrating Radar) che spara brevi e ripetuti impulsi elettromagnetici ad alta frequenza contro una superficie e riceve le onde riflesse, consentendo di valutare la consistenza e la densit di ci che sta dietro, i pieni e i vuoti insomma.
Il primo test viene effettuato il 26 novembre 2015 e il fatto che sia anche il giorno di Thanksgiving, ovvero la festa del Ringraziamento, mi pare una coincidenza propizia. Come sempre bisogna aspettare il tramonto, quando non ci sono pi turisti in giro nella Valle dei Re. Anche se la KV62  strapiena comunque: un melting pot di egiziani, giapponesi, americani, inglesi e italiani (ci siamo sempre, ovunque: stavolta bastiamo solo io e Alessandro a confermare la regola). Solo posti in piedi e sono tutti occupati pure quelli.
L'esperimento, mai tentato prima,  affidato a Hirokatsu Watanabe, settantatr anni ben portati, guru nipponico del radar che ha gi collaborato con Reeves quindici anni fa e che utilizza un macchinario costruito su misura per lui dalla Koden (e che poi modifica ancora, in segreto). Di solito i georadar sono orientati verso il basso, sul terreno. Per scansionare le pareti della tomba di Tut, invece, deve essere puntato di lato e trascinato su una sorta di carrellino con le rotelle. A prima vista sembra un incrocio tra una lucidatrice e un trolley da viaggio (per  pesantissimo) con un laptop montato sopra.
Watanabe si  gi sobbarcato venti ore di volo per arrivare a Luxor e con la pressione che ha addosso dubito che abbia dormito molto. Intorno a mezzogiorno (sar pure fine novembre ma il sole picchia lo stesso) era gi nella valle per un rodaggio dell'apparecchio sulle pareti di una tomba di fronte a quella di Tutankhamon, dietro le quali si sa benissimo cosa c'. Dentro, come ho gi spiegato, fa ancora pi caldo e non c' aria. Anche perch  stata scelta una stanzetta di due metri per due e i servizievoli operai egiziani si accalcano intorno al tecnico giapponese. Dopo un'ora la sua camicia a maniche lunghe  fradicia di sudore (e noialtri non stiamo molto meglio). Non so come non sia morto asfissiato.
La prima prova  andata bene, il radar funziona. Fila liscia anche la seconda, stavolta su una parete della KV62, quella del cosiddetto annexe. Ma siccome ogni giorno (e ogni documentario) ha la sua pena, non pi tardi di ventiquattro ore fa ho temuto sul serio che l'operazione sarebbe andata a monte. Di passaggio per un sopralluogo pomeridiano, ho sentito un rumore inquietante di martelli e sega elettrica provenire dalla tomba di King Tut. Sono entrato e ho trovato gli operai al lavoro. Proprio davanti alle pareti affrescate che dobbiamo esaminare, infatti, c' una pedana di legno con dei faretti che illuminano i dipinti. Solo che, per ovvi motivi di sicurezza, il rialzo si ferma a un palmo abbondante dal muro. Mentre il radar deve scivolare a cinque-sette centimetri dalla superficie. Nessuno se n'era reso conto prima. Se ci fosse stato Zahi (che non ha partecipato a questi primi due test) le urla sarebbero arrivate fino alle piramidi (o pi probabilmente non sarebbe successo). Insomma,  stato necessario approntare una prolunga per la pedana in modo che il trolley potesse scorrere senza cadere nel buco.
Comunque tutto  stato sistemato in tempo. E adesso sono le sette di sera e si pu cominciare. Concentrati sull'evento, gli altri non prestano troppa attenzione a Tut, che  alloggiato dentro la sua teca di cristallo nell'anticamera. Io invece, memore delle raccomandazioni di Zahi (Siamo in presenza di un re!), vado a fargli un saluto.
In prima fila il ministro delle Antichit Mamdouh Eldamaty, Nicholas Reeves e Mostafa Waziri, direttore del sito archeologico, che non crede affatto alla teoria di Reeves ed  l'unico che lo chiama volutamente per cognome: per gli altri, me compreso,  soltanto Nick. Saremo una trentina, compresi gli zelanti assistenti di Watanabe, che lo riveriscono come un Buddha. Quando arriva il momento dell'esame, nella tomba scende l'omonimo silenzio. Tutti restiamo a distanza. Sulla pedana davanti alla parete ovest della camera funeraria, decorata con il famoso affresco dei babbuini, c' soltanto lui con il suo georadar argentato, usato chiss quante volte in giro per il mondo, anche un po' ammaccato, che tratta con mille premure. Se lo coccola, quasi. Ci ho applicato una telecamerina GoPro, per riprenderlo in primo piano.
Lentamente, come nei film giapponesi in cui ci mettono mezz'ora a versare una tazza di t, Hirokatsu-san spinge il trolley lungo l'intonaco millenario, con gli occhi sullo schermo del computer. Le rotelline cigolano. Dopo pochi passi si ferma. Chiede che gli portino una corda. Un operaio viene spedito a procurarsela a tutta velocit. Ma Watanabe cambia idea, la corda non gli serve pi. Riprende la sua lenta marcia lungo il muro. La tensione sale al massimo. Solo, in un angolo, sguardo fisso, occhi cerchiati e barba non rasata, Reeves  come in apnea. E sono agitato pure io: potrebbe essere il giorno pi importante della mia carriera.
Arrivato a met percorso circa, il maturo (ma tonicissimo) Watanabe rompe il silenzio: Qui c' qualcosa di diverso. Non parla una parola d'inglese, solo giapponese, perci lo dice a Yumiko, esperta d'arte egizia, che gli fa da interprete e traduce per tutti. Sembra che ci sia un vuoto. Mormorio generale. Quello  proprio il punto in cui, secondo la ricostruzione tridimensionale della Factum Arte, analizzata da Nick, dovrebbe trovarsi una delle due porte segrete che potrebbe condurre a una seconda stanza del tesoro o a una camera di sepoltura per una delle donne della famiglia reale. Watanabe ripete il test. Il risultato  lo stesso. Di pi: potrebbe esserci una massa ovale. Una colonna, forse. Tut ha i suoi tempi. Non vuole rivelarci subito i suoi segreti. Ce li fa sospirare.
A questo punto io credevo che ci saremmo fermati, per riprendere magari l'indomani. Davo per scontato che Watanabe fosse esausto. Invece lui, silenzioso e impassibile come il Dersu Uzala di Kurosawa, arrivato all'angolo svolta sulla parete nord, quella pi importante, dietro la quale, secondo Reeves, in fondo a un corridoio lungo almeno 15 metri, ci sarebbe Nefertiti. Impreco silenziosamente. Ci abbiamo messo un sacco di tempo a posizionare i faretti, creando un effetto mistero con delle alette metalliche che tagliano il fascio di luce. Non far mai in tempo a risistemarli anche per il secondo round. Pazienza. Dovr rinunciare all'atmosfera. Pochi istanti dopo si ricomincia. Il radar avanza cigolando. C' soltanto muro sentenzia Watanabe. Non so chi impallidisce di pi, tra Nicholas e Mamdouh Eldamaty, che gi si immaginava a inaugurare una Sala Nefertiti al nuovissimo Grand Egyptian Museum del Cairo (che non ha ancora aperto).
Le rotelle scivolano centimetro dopo centimetro. Silenzio irreale. Da questo punto c' un cambiamento annuncia a un tratto il giapponese. Controlla il tracciato sul PC. C' qualcosa. Molto profondo. Un ingresso. Ancora una volta,  nel punto segnato da Reeves. Potrebbe trattarsi della seconda porta nascosta. Io sono praticamente strabico: con un occhio guardo nella cinepresa, con l'altro seguo Watanabe e, nel contempo, tendo le orecchie per captare ogni parola.  un miracolo che le riprese non siano venute sfocate o storte. Nick gli chiede se ha bisogno di ripetere il test. No, i dati sono molto buoni. Ora dovr analizzarli con pi calma, ma le premesse sono ottime. Scatta l'applauso spontaneo. Reeves ed Eldamaty sono visibilmente sollevati.
Quando finalmente usciamo dalla KV62  quasi mezzanotte. C' la luna piena. E anche il samurai Watanabe cede allo stress e alla stanchezza e vomita sulla sabbia. I suoi assistenti corrono di qui e di l come formiche impazzite, in cerca di una salvietta o di un asciugamano, ma ovviamente non ne trovano: siamo in una necropoli nel deserto, mica al grand hotel.
Ci vuole un mese per elaborare come si deve i dati del georadar. E vale la pena aspettare, visto che il risultato  superiore alle previsioni pi fiduciose. Dietro le due pareti non solo ci sarebbero due stanze inesplorate, ma anche degli oggetti non identificati. Secondo Watanabe gli impulsi elettromagnetici della sua macchina speciale segnalano la presenza di metallo e di materiale organico. Ovvero potrebbe trattarsi di un sarcofago d'oro con dentro una mummia. Sarebbe la scoperta del secolo si sbilancia il ministro Eldamaty che si dice certo al 90 per cento e progetta nuove indagini ravvicinate.
Molti egittologi per restano scettici sulla ricostruzione di Reeves. Ray Johnson, dell'universit di Chicago,  possibilista riguardo all'esistenza di camere nascoste, meno sulla presenza di Nefertiti. L'idea  intrigante, sarebbe davvero fantastico, ma in realt, ammesso che ci sia qualcuno sepolto l dietro, potrebbe trattarsi di un qualunque altro componente della famiglia reale di Tutankhamon. Zahi  ancora pi tranchant: Il radar non  scienza,  arte.  un osso duro, ci vorr tempo per convincerlo.
Il secondo test con il georadar ha una storia pi travagliata. Dall'inizio alla fine. Il ministro delle Antichit Mamdouh Eldamaty sta valutando se praticare un piccolo foro nella stanza del tesoro, che confina con il possibile corridoio dietro la camera funeraria di Tutankhamon ma non  affrescata, e questo  un vantaggio. Poi si tratter di infilarci una microcamera robotica a controllo remoto, capace di muoversi a 360 gradi, come la testa di un piccolo serpente, e scrutare nel buio. Prima tuttavia bisogna capire quanto  spessa la parete nord, quella oltre la quale potrebbe celarsi Nefertiti la Bella. Ma a quattro giorni dall'esperimento - fissato per il 31 marzo 2016 - Eldamaty, insieme ad altri membri del governo, viene rimosso dal suo incarico, per motivi misteriosi (ho come l'impressione che Tut non lo avesse tanto in simpatia). E sostituito con Khaled El-Enany, esperto e amatissimo direttore del Museo Egizio, che gli subentra in corsa.
Qualche sospetto su cosa sia successo mi verr ascoltando un fuori onda dell'ex ministro, che presenzia comunque alle operazioni: Ho sottovalutato la potenza di Zahi Hawass bisbiglia parlando con un'altra persona (i nostri microfoni registrano anche i sospiri, ma lui non lo sa). Negli ultimi tempi i rapporti tra i due erano tesi. Zahi non  stato coinvolto nel progetto, ma negli anni ho imparato una cosa: che lui c' sempre, anche quando non c'.
Il test numero due parte verso le cinque del pomeriggio del 31. Sulla carta  un esperimento di routine. Non c' pi il giapponese Watanabe, ma due americani trentenni: Eric Berkenpas, ingegnere elettronico, e Alan Turchik, ingegnere meccanico, sessantasette anni in due, sei meno dell'esperto nipponico. Hanno un georadar di ultima generazione, un SIR 4000, testato negli Usa e ricollaudato all'ultimo istante nella loro stanza d'albergo. Meno potente di quello giapponese. Dovrebbero limitarsi a valutare il muro della stanza del tesoro. Ma gi che ci sono viene loro chiesto di ricontrollare anche la parete nord. Ahi... Il risultato purtroppo  alquanto nebuloso, in ogni senso. Dalle scansioni non si vede granch. Capirai, il nuovo ministro partiva gi prevenuto, figuriamoci adesso. I due tecnici restano sottoterra fin quasi a mezzanotte. Sudati e sfiniti, risalgono per avvertire un loro supervisore a Los Angeles.
Nei giorni successivi i dati vengono inviati a una serie di specialisti americani ed egiziani. Nessuno conferma l'esistenza di camere segrete. E molti fanno notare che Watanabe usa un macchinario Koden fuori mercato da molti anni. Come per gli egittologi, anche nel caso dei radaristi  dura trovarne due che siano d'accordo su qualcosa. L'interessato non si scompone. E ribadisce che il suo radar personalizzato funziona benissimo, purtroppo soltanto lui riesce a interpretarlo. Ma mi fido ciecamente di quello che ho letto.
Il mio sesto senso, per, mi dice che dietro quelle pareti c' qualcosa. Pu darsi che il radar degli americani non abbia funzionato bene perch (l'ho visto con i miei occhi) Berkenpas e Turchik lo hanno tarato su un muro da 75 centimetri, mentre la parete nord della tomba di Tut  spessa almeno 120 centimetri. Inoltre, per spostarlo si sono serviti di una rotaia e il metallo pu aver interferito con i segnali. No, non mi sto arrampicando sugli specchi, ci credo davvero.
Due ore dopo siamo sulla barca che attraversa il Nilo. Seduto accanto a me, Nicholas Reeves  sotto a un treno. Per  British fino in fondo. Sono confuso confessa soltanto. Non capisco come possa esserci una tale discrepanza tra i due test. Del resto, ho sempre detto che la mia  solo un'ipotesi. Sembra proprio che Nefertiti non voglia essere trovata. Ma io continuer a cercarla.
Tornato in albergo, prendo coraggio, alzo il telefono e avviso il presidente del National Geographic. Il film viene bloccato. Tutti a casa.
Il neoministro delle Antichit El-Enany deve decidere che fare. Perci annuncia che costituir una commissione di esperti. Non c' due senza tre. Alla fine si stabilisce di effettuare un ulteriore test indipendente con il georadar, con il contributo scientifico del Politecnico di Torino. Il direttore della missione , indovinate chi? Zahi Hawass. Ho la sensazione che stavolta la buona sorte ci assister.


12.
Inseguendo Cleopatra.

Il messaggio mi arriva intorno alle undici di sera, ora italiana. Met marzo 2017. Dear Brando, la tomba  di epoca tolemaica ed  ancora intatta. Dobbiamo scavare in fretta, prima che vengano a depredarla. Questa notte rester io di guardia. A presto. Kathy.
Gi, ai ricercatori tocca fare anche questo, perch i ladri di tesori sono tuttora in servizio effettivo e permanente. Le notti di picchetto sono poi diventate tre. Ci vuole altro, per, per abbattere Kathleen Martinez, l'archeologa dominicana che dal 2005 setaccia il deserto di Taposiris Magna, vicino ad Alessandria d'Egitto, alla ricerca di Cleopatra, l'ultimo faraone. Sotto la supervisione di Zahi, si capisce. Il picchetto ininterrotto non  bastato. Perch i razziatori, si  scoperto dopo, l'avevano gi preceduta e da qualche secolo. Falso allarme, dunque.
Non finisce qui, per. Come, e forse persino pi di Nefertiti, l'altrettanto leggendaria Cleopatra ha fatto dannare generazioni di archeologi. Nessuno sa dove sia finita la Grande Seduttrice. La sua tomba non  mai stata trovata. E s che l'hanno cercata in tanti. Zahi in prima fila. E non ha ancora smesso. Che poi rintracciarla sarebbe un doppio colpo, considerato che, secondo quanto scrive lo storico greco Plutarco di Cheronea, fu sepolta insieme a Marco Antonio, triunviro e condottiero romano che per lei (e per l'Impero d'Oriente) lott e mor in terra d'Egitto.
Non mi fermer finch non avr scoperto dov' promette Kathy Martinez, che prima di dedicarsi agli scavi era un valido avvocato penalista e dunque  allenata alla tenacia. Mi sono appassionata alla storia di Cleopatra gi da ragazzina. E sognavo che un giorno sarei andata in Egitto. Per quasi vent'anni, in parallelo alla carriera legale, studia tutto quello che c' da studiare sulla regina di Alessandria. Quando, nel 2005, ho davvero deciso di mollare tutto per inseguire il mio sogno, la mia famiglia ha pensato che fossi impazzita.
L'avventura parte maluccio. Appena atterrata al Cairo, viene bloccata alla frontiera. Le dicono che il passaporto non  valido e la trattengono in aeroporto per ore, prima di darle il via libera. Poi per entra in campo Zahi, incuriosito dalla sua teoria, e la dottoressa Martinez comincia a scavare (pagando di tasca propria le spese) a Taposiris Magna. All'inizio mi hanno accordato due mesi di licenza, che in archeologia sono come cinque minuti. Non trova nulla. Fino all'ultimo giorno quando nota uno strano avvallamento che si riveler un cunicolo con due stanze sotterranee. E il permesso viene prolungato.
In questi anni ha portato alla luce altre stanze, tunnel, monete, busti, statue, in tutto quasi seicento reperti che parlano di Cleopatra. Non lei, per. Kathy tuttavia non demorde ed  ancora l che scava, spazzola, ripulisce e incrocia le dita.
Proprio come Nefertiti, pure Cleopatra converte la sua celebrata bellezza (pi cinematografica che reale, a giudicare dai pochi ritratti che abbiamo di lei, specie quelli incisi sulle monete, che hanno davvero ben poco di Liz Taylor) in uno strumento di potere, sapientemente dosato, che le permette di sedurre i due pi grandi conquistatori del suo tempo: prima Gaio Giulio Cesare e poi Marco Antonio. E ci non le sarebbe riuscito senza un cervello di prim'ordine. Nata nel 69 a.C. ad Alessandria d'Egitto, Cleopatra Tea Filopatore  la figlia del faraone Tolomeo dodicesimo e Aulete e di una sconosciuta. Contrariamente alla regola della madre sempre certa, in questo caso l'identit materna resta un mistero. Forse si tratta di una concubina.
La dinastia reale dei Tolomei, che si chiuder proprio con Cleopatra, ha origini grecomacedoni, come Alessandro Magno: il fondatore, Tolomeo primo, fu un amico d'infanzia e poi un generale del grande conquistatore. Le nobili origini garantiscono a Cleopatra un'istruzione di prim'ordine. La ragazza ha a disposizione una serie di tutori che la perfezionano in matematica, filosofia, legge, scrittura, astronomia. Ci mette anche parecchio del suo. Mentre i predecessori parlavano soltanto il greco, Cleopatra impara l'idioma dell'antico Egitto e molte altre lingue che parla fluentemente, senza bisogno di interprete, certifica Plutarco. Non solo. Se gli altri Tolomei avevano assunto parecchi usi e costumi del posto e mescolato gli dei greci con quelli egizi, Cleopatra va oltre: non solo adotta abiti e trucco made in Nilo, ma si presenta al popolo come la reincarnazione vivente della dea Iside, sorella e moglie di Osiride. Ed  questo il segreto del suo successo dice Zahi, ammirato dalle sue doti in fatto di pubbliche relazioni.
 una working queen, una regina lavoratrice aggiunge Kathy Martinez, che l'ha analizzata come se fosse un caso da portare in tribunale. Una politica nata, oltre che una studiosa e una filosofa. Occorre tenere a mente, infatti, che la sua immagine di femme fatale viene costruita nei resoconti commissionati dai romani, che sono i nemici, quindi interessati a dipingerla, per mera propaganda, come una spregiudicata seduttrice. Un controcanto non esiste, visto che la biblioteca di Alessandria  andata perduta. Comunque sia, alla morte del padre, nel 51 a.C., con la dinastia gi in declino e sotto il protettorato di Roma, Cleopatra sale al trono in duo con il fratello Tolomeo tredicesimo, che sposa, secondo le leggi egizie. Lei ha diciotto anni, lui dieci. In famiglia per non si va molto d'accordo. Tre anni dopo, il fratello-marito tenta di escluderla dal potere e di esiliarla da Alessandria. Ci si mette anche la sorella Arsinoe quarta, che reclama il trono per s.
 guerra incrociata. Cleopatra se ne va in Palestina in attesa di tempi migliori. Che arrivano quando, nel 48 a.C., il generale romano Pompeo, sconfitto da Giulio Cesare, ripara in Egitto. Pensando di far cosa gradita ai romani, Tolomeo tredicesimo prima finge di accoglierlo e poi lo fa uccidere, mette la sua testa in un cesto e la offre a Cesare come regalo di benvenuto. Ma il Divo Giulio non apprezza, anzi si infuria.
Nel frattempo Cleopatra torna in gran segreto ad Alessandria e mette a punto un piano per arrivare al cospetto del condottiero romano senza rischiare un agguato del fratello: si fa avvolgere in un prezioso tappeto persiano, che un messo porta fin dentro al palazzo reale, come dono per Cesare. Giunto davanti a lui, il servo srotola il tappeto e Cleopatra gli si presenta in tutto il suo splendore. Abbagliandolo per sempre. Pare che i due diventino amanti quella notte stessa. E quando il giorno dopo il conquistatore della Gallia deve decidere a chi affidare il controllo dell'Egitto, convocati fratello e sorella alla reggia, non a caso sceglie lei.
Tolomeo tredicesimo e Arsinoe quarto si coalizzano contro la nuova coppia ed  guerra aperta. Mentre Cesare e Cleopatra sono barricati nel palazzo reale, un sicario di Arsinoe versa acqua di mare nelle cisterne sperando di prenderli per sete. Non funziona. I due schieramenti si scontrano per mesi ma alla fine, dopo un'epica battaglia navale, vincono i romani, che bruciano le cinquanta navi egizie nel porto di Alessandria (e forse  allora che va a fuoco la preziosa biblioteca, ma non  certo). Cesare proclama Cleopatra regina d'Egitto e le ordina di sposare un altro fratello, Tolomeo quattordicesimo, di nemmeno dodici anni, espediente necessario per diventare coreggente secondo la legge dei faraoni. Come pegno d'amore e di alleanza politica le assegna l'isola di Cipro. Un patto che conviene a entrambi: lui si garantisce le notevoli risorse economiche dell'Egitto, lei una relativa indipendenza di governo.
Nel 47 a.C. hanno un figlio, chiamato Tolomeo quindicesimo, detto Cesarione. Poco dopo, Cleopatra, il marito-fratello e il neonato si trasferiscono a Roma, nel palazzo di Cesare, che le fa erigere una statua di bronzo dorato nel tempio di Venere genitrice, in pieno Foro, suscitando un certo scandalo tra i suoi concittadini. I tre restano nell'Urbe fino alla tragica morte del dittatore, il 15 marzo 44 a.C., nella congiura dei senatori. A quel punto, compreso in fretta che l'aria per loro si  fatta pesante, tornano in Egitto.
Per un po' Cleopatra studia il da farsi, mentre a Roma Ottaviano (figlio adottivo di Cesare) e Marco Antonio (suo generale), che si detestano e si contendono l'eredit politica del dittatore, alla fine costituiscono, con Lepido, il secondo triunvirato. Nel 42 a.C. Antonio convoca la regina a Tarso (in Cilicia, la moderna Turchia: presentarsi lui in Egitto non era dignitoso per il suo status) per verificare la sua fedelt all'Impero romano. Ed  l che Cleopatra mette in scena uno show davvero (anzitempo) hollywoodiano, rivelandosi una profonda conoscitrice dell'ego maschile. Sapendo che Antonio si considera la riproposizione terrena del dio Dioniso-Bacco, l'Osiride egizio, la regina, ora ventottenne, si veste e pettina come Afrodite-Venere alias Iside, la sua divina consorte. Ingioiellata, profumata e (si suppone) con indosso una tunica in stile greco color verde mare a ricordare la dea nata dalle acque, gli occhi bistrati e i sandali d'oro, salpa (questo invece lo racconta ancora Plutarco nelle Vite parallele) sul fiume Cidno a bordo di una barca con prua dorata, vele di porpora, remi d'argento, con accompagnamento di suonatori d'arpa e flauto. La gente si accalca lungo la riva per ammirare la regina, assisa sotto un baldacchino svolazzante e circondata da fanciulli vestiti da Cupido che le fanno aria con i ventagli.
Arrivata a destinazione, Cleopatra non scende a terra, ma invita Antonio a salire sul ponte per cenare con lei. Lui ha quarant'anni,  gi sposato,  l'eroe di Filippi e di tante battaglie, ma perde la testa e il cuore. Fino a un certo punto, perch anche in questo caso all'amore si mescola la brama di potere: Antonio ha bisogno delle ricchezze e della flotta di Cleopatra, Cleopatra della protezione di Antonio, che si trasferisce con lei alla corte di Alessandria, dove per un certo periodo si danno alla bella vita, tra giochi di societ, battute di pesca e banchetti luculliani. Con una ristretta cerchia di amici creano il club degli inimitabili dedito a grandi sollazzi e bevute.
Non pu durare per sempre. Lei resta incinta (e avr due gemelli, Cleopatra Selene e Alessandro Helios, Luna e Sole) proprio mentre Marco Antonio deve partire, richiamato dagli impegni bellici. Riappare quattro anni dopo e nel frattempo, rimasto vedovo, per rafforzare l'ennesima tregua con Ottaviano ne ha sposato la sorella Ottavia. Chiede un incontro con Cleopatra ad Antiochia, dove per la prima volta incontra i figli (non sono gli unici, ne ha altri cinque). E per farsi perdonare la lunga assenza, ma non solo, la sposa nell'inverno del 37 a.C.: lui ha quarantasei anni, lei trentuno. Un anno dopo nasce il loro terzo bambino: Tolomeo Filadelfo.
Nel 34 a.C. festeggiano ad Alessandria la conquista dell'Armenia e la massima espansione del loro regno, lui seduto su un trono d'oro, lei sopra uno d'argento. Cleopatra ottiene il titolo di regina dei re, i tre figli piccoli ricevono ciascuno una parte di terre, mentre Cesarione viene proclamato coreggente d'Egitto e Cipro, ma, soprattutto, unico erede legittimo di Giulio Cesare, il che  davvero troppo per Ottaviano.
Il divorzio di Marco Antonio da Ottavia  il pretesto per dichiarare guerra al traditore di Roma e alla sua moglie straniera. Il 2 settembre del 31 a.C. le forze navali romane si scontrano con la flotta di Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio, in Grecia. Si sa come  finita: i due vengono sconfitti e fuggono ad Alessandria. Lei ancora non demorde e organizza festeggiamenti solenni per far credere alla gente di avere vinto. Nel frattempo prova a sedurre anche Ottaviano, proponendogli un'alleanza strategica (e secondo alcuni studiosi offrendogli come extra la testa di Antonio), per stavolta il suo fascino non va a segno.
La situazione precipita. Secondo la leggenda, Cleopatra ordina ai servi di raccontare che  morta e si rifugia dentro la sua tomba, portandosi dietro il ricchissimo tesoro. Appresa la notizia, Antonio, disperato, si pianta una spada nel petto. Quando lo informano che la regina  ancora viva, bench agonizzante si fa portare da lei, nel mausoleo funebre, e spira tra le sue braccia. Piuttosto che consegnarsi a Ottaviano, essere portata a Roma e fatta sfilare come preda di guerra (che per lei era un destino peggiore di mille morti, come riporta lo storico Dione Cassio), l'indomabile Cleopatra sceglie la soluzione pi drastica.
Non si fa trovare impreparata: capisce di medicina e ha studiato gli effetti di moltissimi veleni, testandoli sui prigionieri da giustiziare. Scartati quelli che provocano dolori atroci, secondo la classica versione di Plutarco, sdraiata su un letto d'oro, si fa mordere un braccio da un aspide (o da un cobra), un serpente letale portato di nascosto nella sua stanza dentro un cesto di fichi. Oppure si punge con uno spillone avvelenato. O ancora beve una pozione di cicuta e oppio. La sostanza in fondo cambia poco. Lascia una lettera per Ottaviano con cui gli chiede di essere sepolta insieme a Marco Antonio. Ultimo desiderio esaudito.
A proposito di serpenti. Marzo 2008. Ma chi  questo scocciatore? borbotta Zahi quando sente bussare alla porta di legno del piccolo bagno all'aperto, un semplice casotto di mattoni, senza tetto, annesso all'alloggio spartano riservato ai componenti della spedizione di scavi nel deserto di Abido.  notte fonda, oltretutto. Un momento! grida, contando di ritrovare la privacy. L'intruso per insiste e continua a bussare. Piccoli colpetti ripetuti. Ma insomma! protesta Zahi, indignato con il misterioso villano. Niente, l'altro non smette. A quel punto Doctor Hawass perde la pazienza e sale in piedi sul sedile del wc per guardare fuori e scoprire il colpevole (e dirgliene quattro). Si sporge dal muro. E resta senza parole, persino lui. Fuori dalla porta c' un cobra gigantesco che sbatte la testa contro la maniglia. Meno male che non gli ho aperto. Poteva fare la fine di Cleopatra.
Prendendo per buono il resoconto che ne fece Plutarco, per anni  stato dato per certo che la tomba della Grande Seduttrice si trovasse a poca distanza dal palazzo reale di Alessandria. E che in seguito sarebbe sprofondata nel mare come il resto della citt antica. Nel 2009 una missione di ricerca greca ha recuperato dalle acque la torre di un pilone, che quasi certamente apparteneva al tempio di Iside Lochia, vicino al palazzo della regina. Secondo la Martinez, invece, Cleopatra e Marco Antonio sono stati tumulati nel tempio di Taposiris Magna, costruito da Tolomeo II e dedicato a Iside e Osiride, un sito di culto molto importante che sorge in uno dei quattordici luoghi che in Egitto si chiamano Abusir e dove, secondo la mitologia, Seth disperse altrettanti pezzi del corpo del fratello Osiride, che aveva ammazzato per gelosia. Stando a quanto scrive Strabone, altro storico greco, Alessandro Magno vi fece sosta durante un viaggio verso l'oasi di Siwa. Ricordiamoci che Cleopatra associava la sua immagine a quella di Iside e rinforz quella di Marco Antonio come Osiride, perci questo tempio doveva esserle caro spiega Zahi. La location  significativa: rientrava nei confini dell'antica Alessandria, ma fuori dalla zona controllata dai romani, quindi al sicuro da possibili spedizioni punitive contro la loro nemica. Per i sacerdoti sarebbe stato pi facile nasconderla e proteggerla quaggi.
Dentro uno dei pozzi individuati dai ricercatori nel corso di questi anni  stata rinvenuta una testa di alabastro che raffigura una regina e che somiglia molto al ritratto di Cleopatra inciso su diverse monete coniate durante il suo regno e recuperate dalla massa di detriti nelle gallerie interrate. Questa  una prova molto importante perch dimostra che il tempio era ancora in uso all'epoca sottolinea Kathy Martinez. Gi che siamo in tema: su un denaro d'argento coniato ad Alessandria nel 32 a.C., forse per pagare i soldati romani impiegati nelle operazioni in Egitto, il volto di Cleopatra (se  questo, in effetti bellissima non fu) con la scritta regina dei re e dei figli dei re  appaiato a quello di Marco Antonio (nemmeno lui qui  venuto granch), ma il lato pi importante, il recto, quello dritto, lo occupa lei ed  un dettaglio che conferma il suo ruolo di primo piano.
A Taposiris Magna, la scoperta pi importante, segnala Zahi,  quella di una grande necropoli grecoromana, dove tutti gli occupanti sono stati sepolti con le facce rivolte verso il tempio di Osiride. Per rendere omaggio al dio e forse anche a un personaggio molto importante. Magari Cleopatra. Dovunque lei sia, in fondo al mare o sotto la sabbia, l'unica cosa che possiamo fare  continuare a cercarla. E non c' dubbio che lo far.
Se  per questo, c' anche un terzo super-ricercato nella lista dei desideri di Zahi. Ed  il grande condottiero Alessandro Magno, morto a Babilonia, in Mesopotamia, ma seppellito in Egitto. Celebrato e venerato come un dio. Eppure, come Nefertiti e Cleopatra - l'una prima, l'altra dopo di lui - misteriosamente svanito nel nulla. Un altro di quei rompicapo su cui gli archeologi continuano ad arrovellarsi da quel d. Ma il re finora ha dato scacco matto.
Quando sale al trono, nel 336 a.C., Alessandro III di Macedonia, che ha studiato con Aristotele, ha solo vent'anni e comanda l'esercito pi potente del mondo. La personalit e il carisma non gli mancano e non poteva che andare cos in una famiglia in cui suo padre, Filippo, si considera discendente diretto di Eracle e la madre, Olimpiade, di Achille. Lui stesso poi sosterr di essere il figlio di Zeus. Stratega, politico, trascinatore, appassionato di Omero, sottomette popoli, distrugge citt, pretende che i suoi generali si prostrino al suolo davanti a lui. In dodici anni conquista un territorio che si estende dalla Grecia all'India, con un palmars bellico che gli varr la consacrazione come Alessandro Magno.
Sogna un impero universale, in cui vincitori e vinti possano convivere e diventare una sola gente. Nel 332 a.C. si prende l'Egitto, sconfiggendo il sovrano persiano, e viene accolto come un liberatore. Arrivato a Menfi con la sua armata, presenta un'offerta al toro sacro Api - gesto con cui si guadagna la devozione del popolo egiziano - e viene incoronato re. Quindi si mette in viaggio verso l'oasi di Siwa, per consultare l'oracolo di Amon (i greci lo identificano con Zeus) che prevede per lui ancora grandi vittorie e lo proclama figlio del dio. Nel 331 a.C. sconfigge definitivamente Dario III di Persia (e ne sposa la figlia Statira).
Tutto per finisce all'improvviso, il 10 giugno 323 a.C., quando l'invincibile muore a Babilonia dopo una breve malattia, in circostanze che restano misteriose, un mese e dieci giorni prima di compiere trentatr anni. Nulla lascia immaginare la tragedia. Alessandro sta organizzando una spedizione per circumnavigare l'Arabia. La sera del 31 maggio partecipa a una festa per un amico. E ha banchettato lungamente anche la sera prima. Forse gi non si sente bene. Nonostante questo, magari per una sfida goliardica, beve parecchi litri di vino. Di colpo avverte fortissimi dolori alla schiena e alle articolazioni, tanto che crolla a terra. Lo portano di peso negli appartamenti reali. Le fitte passano, ma il re resta febbricitante, specie la notte. Una settimana dopo peggiora. Sempre pi letargico, non riesce a parlare, comunica quasi solo con lo sguardo. Con l'ultimo filo di voce, si racconta, chiede di essere riportato in Egitto, al tempio di Amon. E infine muore, consegnando il suo anello con sigillo a Perdicca, comandante della cavalleria.
I suoi generali cominciano subito a litigare su come dividersi l'impero, mentre il corpo resta per giorni in attesa di sepoltura, esposto al caldo umido di Babilonia. Si discute ancora oggi se il re sia stato avvelenato. Tra i sospettati della prima ora c' persino Aristotele. Negli ultimi anni, del resto, l'atteggiamento dispotico e megalomane del sovrano ha creato parecchio malcontento, sfociato in congiure represse con ferocia. Qualcuno potrebbe avergli somministrato arsenico o stricnina. Oppure potrebbe essere morto per febbre tifoide, malaria, ulcera perforata o pancreatite fulminante. Il Conquistatore, a quanto pare, ha sempre bevuto molto, forse per dimenticare fatiche, ferite, guerre e dolori. Nel 330 il palazzo reale di Persepoli viene distrutto da un incendio appiccato durante uno dei suoi folli party ad alto tasso alcolico. A un funerale gli smodati macedoni esagerano cos tanto con il vino che quarantadue di loro muoiono per avvelenamento.
Collerico, instabile, violento, secondo alcuni storici l'eroe soffre di stress post-traumatico, narcisismo, megalomania. Quando muore Efestione, il suo pi caro amico (e forse amante), Alessandro perde la testa, come scrive Plutarco: Fece tagliare la criniera a tutti i cavalli e i muli, abbatt i merli dei muri delle citt vicine, crocifisse il medico che lo aveva curato, non permise che nel campo si sentisse musica di flauti. Per un gruppo di studiosi neozelandesi e inglesi la pozione fatale sarebbe stata una miscela di vino ed estratti di elleboro bianco, pianta che nella convinzione degli antichi serviva a scacciare i demoni dal corpo, ma contiene pericolosi alcaloidi. Ubriacandosi, il re avrebbe esagerato con le dosi e il medicamento  diventato letale.
Dopo essere stato mummificato secondo la tecnica egizia, il corpo di Alessandro Magno viene deposto in un sarcofago d'oro dotato di ruote per essere trasportato fino in Macedonia, con una processione solenne. Ma il suo generale nonch successore in Egitto, Tolomeo I, intercetta il corteo, si appropria dei resti e li porta a Menfi, in attesa che venga costruita una tomba degna di lui ad Alessandria, la citt che aveva fondato nel 331 a.C.
Pi tardi il sepolcro originario sar rimpiazzato da un vero mausoleo, conosciuto come Soma, che diventa la necropoli di tutti i Tolomei e il santuario pi famoso e visitato del mondo antico, in cui Alessandro Magno  venerato come un dio. Nel 48 a.C., subito dopo aver stretto l'alleanza politica e amorosa con Cleopatra, Giulio Cesare va in pellegrinaggio da colui che considera il suo eroe. Persino Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, quando arriva nella capitale per liquidare i conti con Antonio e Cleopatra (che in un momento di crisi - sembra - si appropri di una parte del tesoro) coglie l'occasione per omaggiare Alessandro Magno. A quanto pare, mentre incorona la mummia e la cosparge di fiori, la urta per sbaglio e rompe un pezzo di naso.
Nei secoli successivi sono molti gli imperatori che si recano a tributargli onori: Caligola, che ci  andato da bambino con il padre Germanico e anni dopo (scrive Svetonio) si appropria della corazza per indossarla nelle sue folli messinscene; Vespasiano; Tito; Adriano, che nel 130 d.C. porta in dono una corona d'oro e dei fiori; Settimio Severo. L'ultimo  Caracalla che, nel 215 d.C., depone sul sarcofago il proprio mantello, la cintura e dei gioielli. Sotto Aureliano e Diocleziano (fine del III secolo d.C.) il mausoleo sembra dimenticato. Nel 400 d.C. Giovanni Crisostomo, secondo patriarca di Costantinopoli, si domanda dove sia finita la tomba di Alessandro Magno. E gli archeologi se lo chiedono ancora oggi.
Nell'oasi di Bahariya, nel cuore del deserto occidentale, 420 chilometri a sudest del Cairo, si trovano i resti di un magnifico tempio costruito in onore di Alessandro Magno, l'unico in tutto l'Egitto, che comprendeva almeno quarantacinque ambienti. Alcuni egittologi ritengono che il Conquistatore si sia fermato qui, di ritorno dal viaggio all'oasi di Siwa. Non credo per che Alessandro Magno sia seppellito a Bahariya sostiene Zahi, che nel 1996, mentre era direttore degli scavi, a poca distanza dal tempio ha fatto una delle pi grandi scoperte del secolo: la Valle delle Mummie d'oro. In realt a trovarle non sono stato io, ma un asino racconta divertito. Il mulo di un custode  affondato con la zampa in una buca: era l'ingresso della prima tomba.
Sono oltre cento le spedizioni che hanno provato a rintracciare le spoglie di Alessandro Magno. Finora hanno tutte fallito. Qualche tempo fa uno studioso inglese, Andrew Chugg, ha avanzato una teoria originale, sostenendo che il corpo del grande condottiero si troverebbe non ad Alessandria d'Egitto, bens a Venezia, sotto falso nome: i resti di san Marco, conservati nella celebre basilica, sarebbero in realt quelli di Alessandro Magno. Alla fine del quarto secolo d.C., ragiona Chugg, si perdono le tracce della salma del re macedone. Una decina d'anni dopo, ad Alessandria ricompare il corpo mummificato dell'evangelista (vissuto e morto nel I secolo d.C.), fondatore della Chiesa cristiana locale, che invece, secondo diverse fonti, sarebbe stato bruciato dai pagani. Una coincidenza ritenuta sospetta dallo studioso: le spoglie del santo, che secondo un documento apocrifo sarebbero state strappate dal rogo all'ultimo istante, costituiscono una reliquia preziosa con cui rinsaldare la devozione dei fedeli.
Nell'828 due mercanti veneziani, Buono di Malamocco e Rustico di Torcello, in visita ad Alessandria ormai occupata dagli arabi, comprano o rubano i resti di san Marco (alias Alessandro Magno per Chugg) e li nascondono in una grossa cesta di spezie, mettendoci dei pezzi di maiale per scoraggiare i controlli delle autorit portuali. E salpano per Venezia. La mummia, conservata nella basilica di San Marco,  stata ispezionata una sola volta, nel 1811, per spostarla dalla cripta a un sarcofago di marmo dietro l'altare, al riparo dagli allagamenti. Secondo Chugg, poich Alessandro riport diverse ferite, tra cui una al petto e una alla coscia, anche una semplice Tac basterebbe a identificarlo. Inoltre, su un lastrone di pietra del pavimento dietro l'altare - segnala -  raffigurato uno scudo con un decoro che ricorda il sole macedone a otto raggi, simbolo della famiglia di Filippo, il padre di Alessandro.
Questa ricostruzione romanzesca non  stata presa molto sul serio nel mondo accademico. E tantomeno da Zahi, che la considera una delle molte teorie fantasiose che costellano la sua lunga carriera di archeologo, in cui ne ha viste e sentite di tutti i colori. Comprese certe leggende metropolitane che non hanno risparmiato nemmeno lui. C' gente che da anni lo accusa di nascondere le tracce di Atlantide sotto la Sfinge. O sostiene che, sotto il pavimento del bagno dell'ufficio, Zahi abbia scavato un tunnel segreto che conduce direttamente alle piramidi, da cui ogni giorno va e viene a suo piacimento, a volte trafugando reperti. Non so se mi spiego.


13.
Fino all'ultimo test.

Luce rossa. Telecamera accesa e puntata su di lui. Impolverato e sudato, Zahi Hawass si infila nello stretto corridoio che conduce alla tomba di un antico governatore dell'oasi di Bahariya (che aveva un nome impegnativo da sillabare: Djedkhonsuankheuf), seguito dal suo assistente Mohamed Tiyab. Arrivati davanti a un muro, lo prendono (gentilmente) a picconate per aprirsi un varco. Poi Zahi alza la torcia e infila dentro la testa.
 il maggio 2000. Sono mesi che Doctor Hawass aspetta questo momento: l dentro c' il sarcofago pi prezioso di tutti, data l'importanza del personaggio. Cosa vede? Cosa vede? lo incalza Mohamed, altrettanto ansioso. Sembra il remake della famosa scena di Lord Carnarvon e Howard Carter nella KV62 di Tutankhamon (l'archeologo britannico rispose: I see wonderful things!, vedo cose meravigliose!). Ma Zahi  Zahi. Annusa l'aria, fa una smorfia schifata e in diretta TV sulla Fox dice: I see... shit!, vedo... me..a! Nel sotterraneo in effetti c' una gran puzza di liquame, le pareti ne sono intrise. Colpa del sistema fognario non molto efficiente delle piccole case costruite sopra la necropoli grecoromana nel deserto del Sahara.
Vi lascio immaginare la faccia di Mohamed. E quella del presentatore della Fox che, per coprire l'evento, ha organizzato uno show live di due ore in prima serata. Invece Zahi scoppia in una delle sue fragorose risate che rimbombano per tutta la cripta. Rispetto ai suoi colleghi pi cattedratici, lui fa tutto divertendosi come un matto. Sempre e da sempre. Quando finalmente viene sollevato il coperchio del sarcofago antropomorfo - un lastrone di parecchi quintali - a parte alcune statuette (il dio Horus, un uccello e un cobra) e qualche amuleto d'oro che dovevano accompagnare il defunto nell'aldil, Zahi trova soltanto un mucchio di polvere e poche ossa: la mummia  marcita per l'umidit e si  sbriciolata. Capita. Nemmeno questo, per, intacca il suo entusiasmo. Tra pozzi, antri, muffe, cunicoli e geroglifici lui se la spassa ovunque e comunque.
Pochi mesi prima dello scavo aromatico in diretta TV, Zahi sta esplorando una tomba a El-Bawiti, sempre nell'oasi di Bahariya (e tenete conto che, in quel momento,  l'archeologo pi famoso del mondo, visto che ha appena scoperto le Mummie d'oro), quando gli cade l'occhio su un'apertura stretta ai piedi del muro, non pi alta di mezzo metro. Incapace di resistere alla curiosit, anzich attendere che gli operai allarghino l'accesso, si sdraia sulla pancia e cerca di sbirciare dentro. La parete di calcare  per troppo spessa, non si vede nulla. Cos decide di strisciarci sotto, contorcendosi come un serpente, seguito anche stavolta dal povero Mohamed. Sbucano in un loculo di un metro e mezzo, non di pi. A fatica si alzano in piedi, accendono le torce, si guardano. E cominciano a ridere: infarinati nella polvere di arenaria, hanno la faccia rossa, i capelli rossi, i vestiti rossi. Due diavoli infernali che sghignazzano nella tomba.
Da allora il suo approccio nature con le scoperte archeologiche non  cambiato molto. Nonostante i progressi straordinari della tecnologia, resto convinto che Doctor Hawass continui a fidarsi pi dei suoi occhi, del suo naso, della sua esperienza. Se poi qualche strumento moderno pu spianargli la strada verso un tesoro nascosto, tanto meglio. E, a proposito di tesori e di investigazioni high-tech, ripartiamo da dov'eravamo rimasti con la nostra lunga caccia a Nefertiti.
Dopo il responso cos cos del secondo georadar americano nella KV62, a maggio 2016 il ministro delle Antichit Khaled El-Enany convoca al Cairo una riunione plenaria con alcuni dei massimi esperti mondiali di Tutankhamon per decidere il da farsi: ci sono Nicholas Reeves e Mamdouh Eldamaty, torna a grande richiesta Zahi, che finora era rimasto in disparte. Partecipa pure Hirokatsu Watanabe, il guru nipponico delle onde elettromagnetiche, che aveva visto le due camere segrete ipotizzate da Reeves, in una delle quali si nasconderebbe Nefertiti, e che, con calma da bonzo, accoglie l'ennesima bordata di critiche. L'accusa, gira che ti rigira,  sempre quella: i responsi del suo macchinario riesce a leggerli solo lui, gli altri non ci vedono nulla. Forse per questo, a sorpresa, dopo avermeli sempre negati, accetta di consegnarmi i raw data, i dati grezzi, non elaborati, che io passo agli esperti del National Geographic.
Subito dopo l'estate, Zahi riceve l'incarico di dirigere il terzo georadar indipendente (non deve essere n giapponese n americano). Rieccoci dunque a dove mi ero interrotto alla fine dell'undicesimo capitolo. E purtroppo, come gi sapete, nell'attesa del test definitivo si sono interrotte anche le riprese del mio documentario su Nefertiti. Ma io fermo non so stare. Perci, pochi giorni dopo quel G8 archeologico, parto per Firenze. Ho appuntamento con Maurizio Seracini, l'ingegnere esperto di diagnostica dei Beni culturali, da sempre convinto che dietro l'affresco La battaglia di Marciano di Giorgio Vasari, sulla parete orientale del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, si nasconda il capolavoro perduto di Leonardo da Vinci La battaglia di Anghiari, che si pensava distrutto.
Tutto  cominciato circa quarant'anni fa, quando Seracini, osservando il dipinto del Vasari, not su uno stendardo sventolante le parole CERCA TROVA e lo interpret come un indizio per una caccia al tesoro. Da allora il bioingegnere ha sottoposto il Salone dei Cinquecento a scansioni laser, termiche e radar, scoprendo cos l'esistenza di un'intercapedine tra il muro di mattoni su cui Vasari dipinse il suo affresco e la parete alle sue spalle, espediente architettonico con cui il grande storico dell'arte avrebbe cercato di proteggere l'opera del maestro Leonardo. Non solo. Con la collaborazione dei restauratori dell'Opificio delle Pietre Dure, individuati sei punti di pochi millimetri in cui poter perforare la parete della Battaglia di Marciano (gi crepati o sottoposti a restauro), la minuscola sonda del team di Seracini ha individuato tracce di un pigmento nero che ha la stessa composizione chimica di quello della Monna Lisa e del San Giovanni Battista, e di una lacca rossa molto simile a quella usata nell'Adorazione dei Magi.
Avrei dovuto girare un film sulle sue avventure rinascimentali, ma ero troppo preso da Tutankhamon. Cos, a malincuore, ho passato la mano. Per siamo sempre rimasti in contatto. Vado da lui per chiedergli un consiglio. Inoltre, mi ricordo che mi aveva parlato di due esperti di radar che usano tecniche all'avanguardia e vorrei che mi mettesse in contatto con loro. Missione compiuta. Torno da Firenze vincitore, con i nuovi contatti sulla rubrica del cellulare: Gianfranco Morelli e Gianluca Catanzariti, della Geostudi Astier di Livorno.
Ci incontriamo a stretto giro. E dal loro studio esco con una preziosa cartellina. Dentro ci sono le immagini 50x60 di un rilevamento effettuato a Vulci. Fantastiche: di solito si vedono soltanto delle strisce (per noi profani incomprensibili), queste invece sono tridimensionali. Con le stampe in valigia, due giorni dopo parto per il Cairo. Voglio portarle a Zahi, magari lo convincer a fidarsi di nuovo del radar.
Qualche anno fa, credo fosse il 2010, Doctor Hawass stava lavorando nella Valle dei Re insieme a Glen Dash, famoso ingegnere elettronico americano e appassionato di archeologia, uno dei massimi esperti mondiali di radar e dintorni. Per due anni Dash aveva scandagliato la sabbia in lungo e in largo per aiutarlo a definire meglio la topografia dell'area. Arrivato alla KV55 di Akhenaton (che sta di fronte alla KV62 di Tut), gli strumenti avevano rilevato la presenza di pareti sepolte che sembravano appartenere a un'altra tomba non ancora identificata. Vi lascio immaginare l'entusiasmo di Dash e dei suoi. Il problema (ormai l'avete imparato a memoria che non manca mai) era che, nel posto in cui si doveva scavare, c'era una moderna costruzione a due piani che ospitava gli uffici del direttore della Valle dei Re e un punto di ristoro per i turisti. Ma Zahi, che a quel tempo era ancora ministro, non ha avuto dubbi e ha ordinato di sbaraccare tutto. Solo che, quando i reperti sono tornati alla luce, si  scoperto che risalivano all'Ottocento: erano stati costruiti per rinforzare la KV55, a rischio crollo. Zahi ci  rimasto malissimo e da allora non ha pi voluto saperne del radar.
Quando, a giugno 2016, gli mostro le due gigantografie tridimensionali mi accorgo subito che gli brilla lo sguardo. Era proprio ci che speravo. Sul momento per non si sbilancia, il furbacchione. Ci separiamo. Quella sera Zahi ha appuntamento a cena con Terry Garca, il responsabile delle missioni del National Geographic, e con un alto funzionario egiziano. Io, invece, sono stanco e vado a letto presto. Verso le undici mi chiama al telefono. Brando, come down with the photos!, vieni gi con le foto! sbraita. Capirai, io sono gi in pigiama. Dieci minuti dopo, opportunamente rivestito, li raggiungo con le immagini in 3D e riesco a esporre la mia idea di una mappatura tridimensionale completa della Valle dei Re, da realizzare in due o tre anni, e che potrebbe consentirci di stanare i faraoni (e le regine) che ancora mancano all'appello, come Ramses ottavo.
Zahi e Terry mi danno la loro approvazione. Si pu procedere. Ma prima bisogna trovare un'universit che supervisioni il lavoro. Ci pensa Doctor Hawass. Mi mette in contatto con Franco Porcelli, docente di fisica al Politecnico di Torino, che dal 2007 al 2015 ha lavorato come addetto scientifico presso l'ambasciata italiana del Cairo.
Di fama lo conosco gi. Insieme ad altri studiosi ha appena risolto definitivamente il mistero del pugnale di Tut, venuto dallo spazio. Un giallo che durava dal 1925, quando Carter svoltol le bende della mummia del Golden King per recuperare gli amuleti posizionati in punti strategici dai sacerdoti imbalsamatori. Sulla coscia destra del faraone fu trovato un magnifico pugnale con il fodero e il manico d'oro cesellato e la lama di ferro. Molto pi prezioso di quello che era stato messo sull'addome del re, che era soltanto d'oro, lama compresa.
Gi, perch a quei tempi il ferro era rarissimo e molto pi pregiato dell'oro, la carne degli dei e la luce di Ra, di cui gli antichi egizi disponevano a piacimento. Le miniere principali si trovavano nel Deserto orientale, da Luxor fino al confine con il Sudan. In un papiro custodito al Museo Egizio di Torino, che risale al 1150 a.C. circa e racconta di una spedizione commissionata da Ramses IV, lo scriba Amennakht, un solerte funzionario governativo, descrive minuziosamente la topografia di una valle ricca di giacimenti auriferi (lo Uadi Hammamat). Il documento  considerato la prima mappa geologica della storia. La seconda, annota il National Geographic, arriver ventinove secoli dopo (1815, carta dell'Inghilterra di William Smith). Tuttavia, pi che dal valore economico dell'oro, che barattavano con i Paesi stranieri in cambio di lapislazzuli o cedro del Libano, gli antichi egizi erano affascinati dal suo colore giallo, inalterabile (non si ossida) e dunque eterno, brillante come il sole, la loro divinit di riferimento.
Ma torniamo al pugnale di Tut. Quello che lasciava interdetti gli studiosi era che il manufatto risaliva all'et del bronzo, in cui nessuno era ancora capace di estrarre il ferro dai minerali. La lama in questione era invece prodotta con ferro fuso e pure lavorata con grande perizia. A meno che (ipotesi gi avanzata nel 1928 dall'egittologo britannico Cyril Aldred) non fosse stato ricavato da un pezzo di meteorite. Il pool di scienziati egiziani e italiani (tra cui appunto Porcelli) ha dimostrato proprio questo. L'arma stellare di Tutankhamon, custodita al Museo Egizio del Cairo,  stata sottoposta alla fluorescenza a raggi X, che ne ha stabilito la composizione: oltre al ferro, sono presenti anche nichel (11 per cento) e cobalto (0,5 per cento), concentrazioni che si osservano nelle meteoriti, rocce extraterrestri catturate dal campo gravitazionale della Terra. Quanto basta per confermare che s, il pugnale di King Tut  proprio alieno.
Il progetto per una mappatura completa della Valle dei Re con il radar tridimensionale finalmente nasce, con la direzione di Zahi e il know-how del Politecnico di Torino e dei radaristi della Geostudi Astier. Ci siamo tutti: io, naturalmente, mi occupo di riprendere le operazioni. Nell'agosto 2016 otteniamo il permesso esclusivo di esaminare l'area con il radar. In superficie, non all'interno delle tombe. Prima servono i fondi, per. Bisogna trovare qualche mecenate. I doners, cos li chiamano gli americani. Dobbiamo sperare nel buon cuore e nel portafoglio di qualche ricca vedova texana appassionata di mummie egizie (P.S.: la stiamo ancora cercando, non esistono pi le benefattrici di una volta).
La ricognizione dovrebbe procedere in parallelo con il georadar dentro la KV62, affidato anche questo alla supervisione di Zahi, ve l'ho gi detto. Qui i fondi ci sono (li mette il National Geographic, 10.000 dollari), per la procedura burocratica  pi complessa. I permessi ufficiali da richiedere sono due. Uno archeologico, del ministero delle Antichit, che arriva abbastanza in fretta. L'altro, quello della National Security (poich si importano macchinari dell'estero),  molto pi laborioso.
Per la parte tecnologica Doctor Hawass mi chiede di coinvolgere gli italiani che gi parteciperanno alla mappatura della Valle dei Re.  rimasto colpito dal loro macchinario speciale: mentre il georadar di Watanabe era orizzontale, questo  verticale, una scatola fatta di pi antenne che scorre su due staffe, dal basso verso l'alto e viceversa, tipo ghigliottina. Il suo punto di forza  che garantisce regolarit di movimento durante le scansioni, minimizzando le possibili interferenze.
Mentre attendiamo di qua il nulla osta e di l i finanziatori, per non perdere troppo tempo il team di Porcelli (Politecnico) e Morelli (Astier) si industria per partire almeno con la ricognizione radar della Valle dei Re, anche perch il permesso dura solo un anno e i mesi passano veloci. Le prime spese le copre il Politecnico, i radaristi lavorano per la gloria (ovvero: gratis). Nel marzo 2017 la spedizione atterra a Luxor. I nostri eroi si portano dietro anche il macchinario per l'Ert (Electrical Resistivity Tomography), la tomografia di resistivit elettrica, una tecnica che, tramite un set di elettrodi conficcati nel terreno, misura i differenti valori di resistivit dei materiali presenti nel sottosuolo e si  rivelata particolarmente efficace in archeologia.
Rispetto al radar, che ha un raggio d'azione pi limitato (le onde elettromagnetiche su una pietra calcarea buona, molto gessosa come quella egiziana, vengono attenuate dopo circa 3 metri), l'Ert offre un doppio vantaggio. Primo, che la corrente continua pu arrivare a grandi profondit (persino a 600 metri) senza subire attenuazione. Secondo, che mentre il radar ha bisogno di superfici lisce e pianeggianti, l'Ert funziona ovunque, in verticale e sui rilievi. Fondamentale, considerato che oltre alle tombe a pozzo ci sono quelle che si aprono nella parete rocciosa e spesso sono nascoste (per caso) da materiale che si  accumulato nei secoli o (volutamente) dalle capanne degli operai che le costruirono.
Alla squadra si aggiunge un esperto egiziano mandato da Zahi, Ahmed El-Laithy, direttore del Mallawi Museum, che per il primo collaudo li porta subito nella Valle delle Scimmie, accanto alla KV23, la tomba di Ay, dove Doctor Hawass ha individuato i foundation deposits (materiale rituale sepolto in punti specifici sotto le fondamenta di una cripta) che potrebbero appartenere ad Ankhesenamon, la vedova di Tut che poi spos l'anziano faraone Ay (probabilmente suo nonno). Una bella scarpinata sulle rocce con tutto il materiale sul groppone, dalle sei del mattino (l'archeologia non  una disciplina per dormiglioni) fino a sera. Ne valeva la pena: i macchinari individuano delle anomalie conduttive, ovvero dei possibili vuoti (la speranza  che si tratti di corridoi e camere funerarie).
In attesa di poter portare il georadar dentro la tomba di Tutankhamon, la squadra di Porcelli-Morelli-Catanzariti (& Co.) si leva anche lo sfizio di darle una prima occhiata dall'esterno, da sopra la collinetta che la sovrasta, per capire se, come sostiene Nicholas Reeves, dietro la camera mortuaria di Tut sia nascosta quella di Nefertiti. La distanza dalla cima della montagnola di calcarenite al pavimento della cripta  di circa 15 metri, in verticale. Perci ci vuole l'Ert. Per inviare la corrente elettrica vengono piantati nel suolo 96 picchetti di acciaio inox, a due metri di distanza l'uno dall'altro, collegati con un cavo nero (grosso come il tubo della benzina). Pi ampia  la griglia e pi si vede sotto. Infittendola, ossia aumentando il numero degli elettrodi, si perde in profondit ma si guadagna nella risoluzione delle immagini.
Senza addentrarci in spiegazioni complicate, basti sapere che la corrente attraversa la roccia, che ha buona conduttivit, mentre quando trova il vuoto, che ha una resistivit infinita, viene deviata. Ebbene, rielaborando i primi dati forniti dal macchinario, si  rilevata una forte anomalia conduttiva a 4 metri circa dietro la parete nord della KV62, che nelle immagini si traduce in una larga macchia blu. Corrisponde a un qualcosa grande almeno sei metri. Potrebbe trattarsi di un vuoto o di un mezzo pieno, di oggetti o di terriccio, non si pu dire con certezza, poich i risultati vanno interpretati e spesso non c' una lettura unanime.
Io, che nel frattempo mi sono aggiunto alla comitiva, non sono certo capace di leggerli. Per, dalle espressioni soddisfatte dei radaristi, giurerei che ci sono buone notizie, anche se loro non si sbilanciano. Qualcosa devono aver visto, mi dico. Tant' che a breve ci si torner una seconda volta, con pi picchetti. E con una stazione robotica che dovr georeferenziare ciascun elettrodo piantato nella collinetta che fa da tetto alla tomba di Tut, stabilendone l'esatta ubicazione.
E, a proposito di colline e declivi, mi ero quasi dimenticato di raccontarvi di quando, nel 2005, sono sceso in una delle tombe che hanno fatto da set ai miei documentari sull'antico Egitto e del mio particolare incontro ravvicinato di quel giorno. Siamo io, il mio braccio destro Alessandro, l'operatore, e il professor DeWolfe Miller (Dee per gli amici), a Bahariya. Dobbiamo raccogliere qualche campione di germi e bacilli, e cose simili. Pieno giorno, 45 gradi all'ombra. La tomba non  molto profonda, pochi metri, ma la discesa in compenso  ripidissima e non ci sono scale, solo sabbia. Al suo interno ospita una quindicina di mummie ben conservate, ciascuna alloggiata in una nicchia orizzontale scavata nel muro, come nel vagone letto di un treno.
Completato il nostro incarico (ci ha spediti l Zahi, in altre faccende affaccendato), gli altri escono mentre io mi trattengo a scattare le ultime fotografie. Quindi, con i cavalletti sotto il braccio, comincio la risalita. Tanta  la pendenza che praticamente cammino piegato in avanti, affondando nella sabbia. Dimenticavo: il passaggio  stretto, grande come un grosso tombino. Sento un sibilo. Alzo gli occhi e incontro quelli gialli di un serpentone lungo due metri, color ocra, in nuance mimetica con la duna, che sta scendendo per i fatti suoi, forse in cerca di ombra. Oppure sta semplicemente tornando a casa e io sono l'intruso.  troppo tardi per tornare indietro. Perci mi schiaccio di lato, resto immobile e gli do la precedenza, sperando che apprezzi la cortesia. Mi passa talmente vicino che potrei contare a una a una le macchioline bianche che ha sul dorso. Non mi degna di uno sguardo, altero come un faraone, impassibile e riservatissimo, nemmeno un sibilo: un vero signore di rettile.
Mentre sopporta con pazienza che la sua teoria su Nefertiti coinquilina di Tut nel retro della KV62 venga continuamente contestata e messa in dubbio - non solo da esperti come Zahi e Ray Johnson (il famoso archeologo che ha studiato il busto del museo di Hannover, attribuendolo a Nefertiti coreggente), ma a volte anche dal primo che passa - e mentre aspetta, come tutti noi, il sospirato terzo georadar, Nicholas Reeves non smette di studiare quella benedetta parete nord della camera funeraria di Tutankhamon. Per puntellare sempre pi la sua ricostruzione, insidiata da un interrogativo spinoso: chi ci assicura che quello spazio vuoto dietro il muro settentrionale, ammesso che esista, non sia una sezione non finita e abbandonata della KV62, murata solo per creare una camera funeraria di forma regolare per il Faraone d'oro? La risposta di Nicholas Reeves : Guardate bene quella parete e cosa raffigura.
Uno dei punti fondamentali della sua ricostruzione (non mi ci ero ancora soffermato, il racconto era gi abbastanza complesso...)  che quel muro sarebbe preesistente agli altri tre. Lo dimostrerebbero due indizi. In primo luogo l'affresco che lo decora  stato dipinto secondo una griglia a venti riquadri tipica del periodo amarniano, mentre sulle pareti sud, est e ovest l'artista ha seguito lo schema a diciotto riquadri, in voga nell'epoca post-Amarna. La scoperta si deve all'egittologo e storico dell'arte Gay Robins. In secondo luogo, come rilevato dai restauratori del Getty Conservation Institute, il fondo originale era bianco e soltanto in seguito  stato corretto in giallo. Nelle altre tre pareti il fondo era giallo dall'inizio. Se fossero contemporanee, non sarebbero diverse.
Questo, secondo Reeves, pu significare soltanto una cosa: che la parete nord gi esisteva, unica e sola, quando la tomba fu occupata da Tutankhamon. E che fu modificata per l'occasione, mantenendo lo stesso disegno, ma dipingendo di giallo il fondo tra una figura e l'altra, per abbinarla alla decorazione delle altre tre nell'ex corridoio trasformato in camera funeraria del re (che infatti era chiamata la Casa d'oro). La scena rimasta identica raffigura la cerimonia dell'apertura della bocca che il successore (Ay) esegue sul faraone defunto (Tutankhamon). Ma anche qui le cose non sono come sembrano.
Secondo Reeves - e questa  una scoperta recentissima - i cartigli sono stati modificati: i protagonisti all'inizio erano Tutankhamon e Smenkhara, alias Nefertiti. La prova c', almeno in un caso. Osservando con attenzione un ingrandimento del cartiglio di Ay nelle immagini della Factum Arte, sotto il geroglifico ntr (netjer), rappresentato da una sorta di bandierina, si notano tracce di un altro geroglifico: i, simboleggiato da un'infiorescenza di canna. Il primo ad accorgersene e a segnalarlo a Nick (che si raccomanda di precisarlo: non  corretto, di pi)  stato un altro archeologo inglese, Tom Hardwick, nell'ottobre 2015, ma sul momento lui non ci ha dato troppo peso, anche perch era convinto che i cartigli originali fossero stati completamente coperti dalla pittura gialla. Poi si  reso conto che, anche l, il giallo era stato aggiunto dopo, ma in alcuni punti ci sono ancora tracce dello sfondo bianco originale (si vede che il pittore aveva fretta e non  stato troppo preciso).
Aguzzando la vista mi racconta Nick in effetti sono riuscito a vedere non uno, ma due frammenti sbiaditi del nome originale: oltre al geroglifico i, c' anche mn e insieme compongono la parola imn, ovvero Amon. Cio la parte finale del nome di Tutankhamon (che in realt veniva scritta per prima). Questo nuovo dettaglio, conclude Reeves, conferma la sua tesi: la scena dipinta sulla parete nord della KV62 in origine rappresentava il rituale funebre non di Ay per Tutankhamon, ma di Tutankhamon per il faraone che regn prima di lui. E c' un solo motivo per la presenza di questo affresco. Quello spazio era gi occupato: Dietro la parete c' il sepolcro del suo predecessore. Ovvero di Smenkhara-Nefertiti. Per Nick  tutto cos chiaro che non si capacita dello scetticismo altrui. Dicono che mi sono sbagliato dopo averci riflettuto un'ora, se va bene. Io invece ci ho pensato per due anni e mezzo. Ho osservato ogni millimetro di quella parete. Per me  tutto chiarissimo.
Purtroppo gli intoppi si susseguono. Il permesso della National Security egiziana non arriva e non perdo nemmeno tempo a chiedermi perch. Va cos e basta. Il terzo georadar previsto per maggio 2017 deve essere rimandato. A giugno  periodo di ramadan e non si pu. A luglio e agosto, considerate le temperature intorno ai 40 gradi,  impossibile lavorare, perci se ne riparla a settembre, se tutto va bene. Frustrante. Ma la tempra britannica di Reeves si vede in queste occasioni. Every cloud has a silver lining mi scrive per e-mail: ogni nuvola ha un risvolto d'argento, un modo di dire British, ovvero non tutto il male viene per nuocere. Il ritardo, infatti, consentirebbe di eseguire altri test sulla parete nord della KV62, tipo la termografia a infrarossi. Di che si tratta?
La Irt (Infrared Thermal Imaging)  una tecnica diagnostica che sfrutta il principio fisico per cui qualunque corpo con una temperatura superiore allo zero assoluto emette energia sotto forma di radiazione infrarossa. Una metodologia priva di rischi: consente di ottenere i dati senza dover prelevare campioni e senza danneggiare la superficie esaminata. L'immagine che ne risulta  una sorta di mappatura termica superficiale (con i gialli, i rossi, i blu e i verdi). La termografia potrebbe essere utile sia per individuare i vuoti e i pieni dietro la parete sia per analizzare gli strati delle pitture. Per, per la riuscita del test,  fondamentale che ci sia un forte contrasto di temperature tra il manufatto da esaminare e l'ambiente circostante. Una condizione che, secondo Maurizio Saracini, non  replicabile dentro una tomba della Valle dei Re, dove fa troppo caldo e lo scarto di gradi  minimo, salvo creare in modo graduale delle condizioni termiche favorevoli.
Una prima passata di Irt in effetti  gi stata eseguita nell'autunno del 2015 dai tecnici di Scan Pyramids, un progetto franco-egiziano che ha l'ambizione di svelare i segreti dei pi famosi monumenti egizi, magari passaggi nascosti e stanze inesplorate. Risultato? Nel punto dove dovrebbe aprirsi la porta misteriosa la temperatura  risultata diversa da quella del resto della parete nord della KV62. Niente di risolutivo, ma tutto aiuta.
Quando racconto dell'Ert a Ray Johnson, che pure  molto critico sui ragionamenti di Reeves a proposito delle pitture parietali (Sono solo supposizioni, non c' niente di concreto), lo sento galvanizzato all'idea che oltre il muro affrescato della camera funeraria di Tut ci sia un lovely void, un meraviglioso vuoto. Anche lui  convinto che la tomba di Tutankhamon nasconda stanze segrete. E che il radar di Watanabe ci abbia visto giusto. E aspetta con ansia di saperne di pi, come tutti noi.
Per su una cosa ha davvero ragione Nicholas Reeves: il lato positivo dei ritardi, volendo trovarne uno,  che si ha pi tempo per ingegnarsi e fare nuovi esperimenti. Le idee non ci mancano, ma realizzarle  un altro discorso. Per esempio, con il team del Politecnico di Torino avevamo pensato di ricorrere ai droni per fotografare dall'alto la Valle dei Re e la tomba di Tut in particolare. Ovviamente, sono vietati per ragioni di sicurezza. Abbiamo chiesto un permesso speciale e chiss che non ci dicano di s. Non ci sono molte alternative. Sorvolare la zona con l'elicottero  purtroppo fuori discussione: le pale solleverebbero una gigantesca nube di polvere, oscurando qualunque teleobbiettivo (e soffocando pilota e passeggeri, suppongo, me compreso).
E intanto tutti insieme aspettiamo il via libera al padre di tutti i georadar, il terzo, quello che dir una parola definitiva sul mistero della dependance della tomba di Tutankhamon. Se il verdetto sar positivo (e ce lo meritiamo, dopo tutta questa fatica), se davvero potremo stabilire che c' una stanza segreta dietro la parete nord (e una dietro quella ovest, anche se meno importante), poi si tratter di capire come entrarci. Ma questa sar la nostra prossima avventura. Un passo per volta.
Nefertiti (se ci sei), stiamo arrivando.


Tesori sotto la sabbia
di Zahi Hawass.

Nefertiti resta una delle donne pi famose di tutti i tempi. Nessuna  come lei. Il suo nome ancora oggi sprigiona una magia irresistibile. Nella rivoluzione religiosa del regno di Amarna veniva associata alla dea Tefnut, signora della rugiada e della pioggia, sorella gemella e sposa di Shu, dio dell'aria e della luce, rappresentato da Akhenaton. Insieme al dio Aton (in origine Atum o Atum Ra), il principio creatore, componeva la triade divina mutuata dalla mitologia di Eliopoli (Tefnut e Shu generarono Geb e Nut, la terra e il cielo, da cui poi nacquero Osiride, Iside, Seth e Nefti). La sua bellezza  stata resa immortale dallo splendido busto con la corona blu, simile a quella di Tefnut, conservato al museo di Berlino e che ci fu sottratto illegalmente: appartiene al mio Paese, il mio sogno  di riportarlo a casa, prima o poi.
Nell'antico Egitto per tradizione soltanto gli uomini potevano salire al trono, tant' che in tutta l'epoca dei faraoni sono soltanto quattro le sovrane (cinque con Nefertiti) che regnarono a pieno titolo. Al re spettava preservare l'ordine divino, assicurandosi che i rituali religiosi fossero eseguiti correttamente affinch gli dei garantissero prosperit e sicurezza al suo popolo. In quanto egli stesso una divinit, il faraone era l'intermediario tra il mondo terreno e quello ultraterreno e la sua capacit di comunicare con le sfere celesti garantiva la piena annuale del Nilo e un buon raccolto.
 tuttavia importante sottolineare che gli uomini non potevano governare senza le donne, incarnazione della dea Hathor, simboleggiata dal copricapo ornato di corna e disco solare. La sposa reale era allo stesso tempo moglie del faraone in carica e madre del suo successore, e rivestiva un ruolo complementare a quello del sovrano, soprattutto nelle cerimonie religiose. Grande rilievo avevano anche la regina madre e a volte la figlia del faraone. Il mito di Iside e Osiride dimostra proprio come il mondo non potesse sopravvivere senza la figura femminile. Seth, invidioso del fratello Osiride, per impadronirsi del trono lo rinchiuse con l'inganno in un sarcofago prezioso e lo gett nel Nilo, facendolo annegare, quindi lo tagli in pezzi e li sparpagli qui e l. Iside, sorella e moglie di Osiride, recuper il corpo, lo ricompose e con l'aiuto di Anubi lo rianim per il tempo che bastava a concepire un figlio, Horus, il dio falco, che poi avrebbe vendicato il padre, diventato signore del regno dei morti.
Sposa reale di Akhenaton, Nefertiti sovente lo assiste nelle offerte votive. Nessuna regina compare cos spesso accanto al marito nell'iconografia ufficiale. In uno dei rilievi sul tempio di Karnak  addirittura lei che leva al cielo i doni per Aton e in almeno due circostanze la si vede uccidere il nemico, privilegio riconosciuto soltanto ai sovrani.
Sono convinto che, dopo la morte di Akhenaton, Nefertiti, che era gi sua coreggente (come Ankhetkheperura), sia diventata re, cambiando il suo nome in Smenkhara. Di questo faraone, che regn per uno o due anni, si sa pochissimo. Secondo alcuni studiosi era un uomo (forse il fratello di Akhenaton, ma non esiste alcuna prova in proposito) e spos Meritaton, primogenita di Nefertiti e Akhenaton. Resto della mia idea: Smenkhara  Nefertiti, su questo sono d'accordo con Nicholas Reeves. Come avrete letto, ho invece molti dubbi sul resto della sua teoria, per quanto affascinante. Non credo che la tomba di Nefertiti si trovi dietro la parete nord della camera funeraria di Tutankhamon e per varie ragioni.
Primo: i sacerdoti di Amon non avrebbero mai permesso che la sposa di Akhenaton, l'eretico per cui Aton era l'unico dio, fosse sepolta nel luogo per loro pi sacro. A mio avviso in origine fu seppellita ad Amarna e in seguito i suoi resti vennero trasferiti nella Valle dei Re. Secondo: non  mai accaduto che la tomba di un faraone venisse completamente bloccata, addirittura per fare posto a un altro re. Veniva lasciato comunque un passaggio per portare offerte al defunto e celebrare rituali. E, infine, Tutankhamon non sarebbe mai stato sepolto in una tomba che non apparteneva alla sua famiglia e Nefertiti non era sua madre, che invece  la Younger Lady della KV35. Al contrario, ritengo che la KV62 fosse stata edificata per Ay, perch la scena dipinta sulla parete ovest e che raffigura la prima ora del Libro dell'Amduat  una copia esatta di quella presente nella tomba di Ay nella Valle delle Scimmie. Nella planimetria  simile a quella di Yuya e Tuya, i genitori di Ay.
Con la Tac abbiamo stabilito che King Tut ha avuto un tremendo incidente di caccia all'et di diciannove anni, probabilmente mentre guidava un carro nel deserto di Menfi, ed  morto all'improvviso. Perci i sacerdoti furono costretti a seppellirlo in una tomba gi esistente. Forse la KV62 era in origine molto grande e in settanta giorni non si faceva in tempo a decorarla tutta per Tutankhamon. Perci fu ridotta costruendo le due pareti nord e ovest che poi furono dipinte in poche settimane. E, quindi, magari dietro quei due muri ci sono s dei vuoti, per non si tratta di un'altra tomba. E questa  una prima ipotesi. Oppure potrebbe darsi che dietro la tomba di Tutankhamon ce ne sia un'altra, confinante con essa ma indipendente, con un ingresso separato, non ancora portato alla luce. E poich in quell'area della Valle dei Re sono stati ritrovati diversi protagonisti dell'era di Amarna, potrebbe trattarsi di una scoperta molto importante. Come dico sempre, non si pu mai sapere che segreti si nascondono sotto le sabbie dell'Egitto.
Come archeologo ho sempre lavorato sul campo. I miei scavi sono basati sulla ricerca. Soltanto cos, per esempio, ho potuto scoprire l'insediamento degli operai che costruirono le piramidi, dimostrando che questi colossali monumenti funerari erano opera degli antichi egizi e non degli schiavi (o, secondo alcuni, dei marziani). A volte, lo ammetto, ho avuto qualche colpo di fortuna, come quando l'asino del custode  inciampato in una buca, disseppellendo la prima Mummia d'oro nell'oasi di Bahariya, nel 1999.
Un radar da solo non ha mai scoperto niente in Egitto, che io sappia. Esistono per tecnologie che ritengo molto utili, come la Tac e i test del DNA, che infatti mi hanno aiutato a svelare il mistero della mummia della regina Hatshepsut, i segreti della famiglia di Tutankhamon e la verit sull'omicidio di Ramses III. Al momento sto collaborando con gli esperti dell'universit di Torino nella Valle delle Scimmie, il ramo occidentale della Valle dei Re, dove, in corso di scavo, abbiamo rinvenuto quattro depositi di fondazione accanto alla KV23 di Ay. Poich sappiamo che gli antichi egizi ne costruivano quattro o cinque dopo aver terminato una tomba - come una specie di annuncio ufficiale di fine lavori - sono un indizio cruciale. Nelle cavit ricavate nel terreno venivano riposti vasellame, amuleti, offerte, ossa di animali, persino della carne, per celebrare l'evento. Inoltre, abbiamo dissotterrato alcuni scalini di pietra. Non ci siamo spinti fino alla roccia. Forse il georadar e l'Ert potranno localizzare con esattezza la tomba che stiamo cercando e che, secondo me, potrebbe appartenere ad Ankhesenamon, la vedova di Tutankhamon che spos Ay e che quindi sarebbe sepolta vicino al secondo marito. Sarebbe un grande giorno per l'archeologia.
Tuttavia le tecnologie da sole non bastano, lo ribadisco. Il team di scienziati francesi e giapponesi che hanno lavorato al progetto Scan Pyramids nella Grande Piramide di Giza, fatta costruire dal faraone Cheope, si avvalgono delle metodologie pi avanzate, come la termografia a infrarossi e la tomografia muonica, che utilizza addirittura i raggi cosmici (i muoni). Qualche tempo fa avevano annunciato di aver rilevato una differenza di temperatura di cinque gradi su una pietra rispetto alle altre e, in corrispondenza di questa, anche una crepa nel pavimento. Ma quando ho esaminato il punto che indicavano, ho scoperto che la pietra calda era stata restaurata nel 1939, usando del cemento, e che anche la fessura era dovuta a cause naturali. Per questo  necessario che i dati ottenuti con le moderne tecnologie vengano interpretati da noi egittologi, che conosciamo a fondo la materia.
Sono diffidente nei confronti delle nuove tecnologie, forse perch nella mia lunga carriera di archeologo mi sono abituato a ragionare sui fatti concreti, non sulle suggestioni. Del resto, nessuna materia pi dell'egittologia ha generato assurde leggende metropolitane che resistono nel tempo. Non dimenticher mai la mia prima conferenza, a Hartford, nel Connecticut. In prima fila erano sedute delle persone con piramidi di carta infilate sulla testa come cappello. Mi chiesero di parlare del misterioso potere delle piramidi, sostenendo che al loro interno le lame di rasoi, coltelli e forbici si affilano, che le pile si ricaricano, che il metallo non si corrode, che i cibi si conservano a lungo, che la carne non va in putrefazione, che l'acqua viene purificata e cos via. Io risposi che non ne avevo mai sentito parlare.
Tornato in Egitto, ho fatto un esperimento. Comprato un chilo di carne, ne ho messa una met dentro la Grande Piramide e l'altra met nel mio ufficio. Dopo un paio di giorni sono andato a controllare e ho scoperto che quella dentro la piramide era ancora pi guasta. Ho convocato i giornalisti per dimostrare pubblicamente che la magia non esiste, eppure c' un sacco di gente che  ancora convinta del contrario. Qualcuno giura che ci siano piramidi su Marte: non  vero, l'unica cosa di egiziano che sta sul Pianeta rosso  il mio nome inciso su un CD portato da una sonda nella missione spaziale del 2003. O che in un tunnel scavato sotto la Sfinge si trovino i resti di Atlantide e che in una scatola occultata nella zampa destra siano contenuti i segreti tecnologici dell'antica civilt. Ho dimostrato che  roccia solida e che non c' niente sotto, ma pensate che mi abbiano dato retta? Una volta un regista venne in Egitto per provare che la Grande Piramide era il deposito che il profeta Giuseppe us per conservare il grano e salvare l'Egitto dalla carestia, come si racconta nella Bibbia. Un custode lo sorprese a spargere dei semi di grano dentro il sarcofago del re. Ovviamente l'ho cacciato.
Dov' dunque la Bella? Io credo che una delle due mummie della KV21 appartenga proprio a Nefertiti perch, dopo i test del DNA, siamo quasi sicuri che l'altra, quella senza testa, sia sua figlia Ankhesenamon e spesso madre e figlia venivano sotterrate insieme. Appena possibile riprenderemo l'Egyptian Mummy Project e tramite altre Tac e nuovi esami genetici spero che riusciremo a provare che si tratta davvero di loro. Sarebbe la scoperta archeologica pi sensazionale al mondo.
Mi sono divertito a scrivere questo libro con il mio amico Brando e a raccontare le nostre avventure insieme. La gente spesso mi chiede come ho cominciato. Cos. Da ragazzino volevo diventare avvocato. A sedici anni ho lasciato il mio paese e mi sono iscritto alla facolt di legge dell'universit di Alessandria d'Egitto. Ho comprato alcuni libri di testo e sono tornato a casa pieno di buone intenzioni. Appena ho preso a sfogliarli, per, mi sono reso conto che quel tipo di studi non faceva per me. Allora ho cambiato facolt e mi sono spostato in quella di arte. Fra i tanti dipartimenti ho scelto quello di archeologia, lo avevano appena aperto. Non ero un bravo studente.
Dopo la laurea, comunque, ho cominciato il praticantato al dipartimento delle Antichit. Ci sono rimasto poco. Ma passato un anno, non avendo trovato di meglio, mi sono ripresentato. Il capo del dipartimento decise di mandarmi a fare esperienza in uno scavo. Ero triste all'idea di lasciare il Cairo per vivere nel deserto. Un giorno ero nella tenda a bere caff quando il ras, ossia il capo degli operai,  venuto da me e mi ha detto: Abbiamo trovato una tomba, c' bisogno di te. L'ho seguito. Ero contrariato perch dovevo sedermi per terra e sporcarmi i pantaloni. Il ras mi pass un pennello e mi insegn come si pulisce una tomba. Mentre spazzolavo mi apparve davanti agli occhi una statua della dea greca Afrodite. E in quell'istante mi sono detto: ecco, ho trovato la mia vera passione. Fu un colpo di fulmine. Ai tanti ragazzi che incontro cerco di spiegare che se metti entusiasmo nelle cose che fai, verrai ripagato dal successo, come  capitato a me. Quando parlo di archeologia,  come se parlassi d'amore. Un amore che per me non finir mai.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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La mia affettuosa riconoscenza va ai tantissimi compagni di viaggio di questa mia lunga avventura in Egitto.
Grazie al ministro delle Antichit egizie, Khaled El-Enany, e al suo predecessore, Mamdouh Eldamaty, per la grande fiducia nel nostro lavoro.
A Tom Perry e Neil MacFarquhar, ottimi giornalisti, con cui ho trascorso piacevoli serate nei ristorantini di Zamalek, al Cairo, a organizzare le riprese dei documentari e che mi hanno svelato la prima regola fondamentale per rapportarmi con le autorit egiziane: non avanzare mai troppe richieste, al massimo tre alla volta.
Grazie a Mostafa Waziri, direttore della Valle dei Re, che mi ha insegnato a considerare sacro quel luogo cos pieno di storia.
Al ras Ali, discendente del ragazzino che scopr la tomba di Tut, per avermi aiutato a farmi accettare durante gli scavi pi impegnativi nella necropoli dei faraoni.
Al mio amico e braccio destro Alessandro Ojetti, sempre pronto ad arrampicarsi per primo nei luoghi pi impervi, per poi mettere in sicurezza il resto della troupe.
A Mohamed Osman, pronipote di Sheikh Ali Abd El-Rassul e della famosa famiglia di tombaroli, per avermi ospitato pi volte nel suo albergo El-Marsam, nel villaggio di El-Qurna, a Luxor, dove Howard Carter lasci il bastone con il manico d'argento a forma di testa di cavallo, in segno di riconoscenza per Sheikh Ali. E per avermi guidato nella Valle dei Re durante le riprese notturne, rifocillandomi con ful mudammas, contorno tipico a base di fave e spezie, e deliziosi falafel, polpettine di ceci.
A Sabri Abdel Aziz, che mi ha dato il permesso di filmare dentro il grande tempio di Karnak e di posizionare la cinepresa sotto l'obelisco pi alto d'Egitto.
A Nevine El-Aref, l'addetta stampa di Doctor Hawass, che mi ha aiutato a mantenere la calma durante le imprevedibili conferenze stampa di Zahi al Museo Egizio.
A Somaia Adel Samea, responsabile del reparto Mummie del museo del Cairo, e all'ex direttore del museo Tarek El-Awadi, che mi hanno insegnato a destreggiarmi tra i misteri egizi e risposto ai miei tantissimi interrogativi sul tesoro di Tutankhamon, concedendomi spesso di lavorare di notte nel museo deserto per completare le riprese senza disturbare i turisti.
A Hisham El-Leithy del ministero delle Antichit, ex braccio destro di Doctor Hawass, che era cos gentile da avvisarmi telefonicamente cinque minuti prima dell'arrivo di Zahi sul set, cos che le luci e le cineprese fossero pronte al suo arrivo.
Grazie a Neville Agnew, direttore del Getty Conservation Institute in Egitto, per avermi consentito di filmare il lavoro di restauro nella tomba di Tutankhamon. E a Ray Johnson, direttore della Chicago House di Luxor, per aver condiviso con me i suoi studi sul busto di Nefertiti del museo Kestner di Hannover.
A Janice Kamrin, che per anni ha curato le relazioni internazionali di Zahi e si  resa sempre disponibile alle mie mille domande; a Nashwa Saber, l'assistente particolare di Zahi, che riusciva sempre a trovare un minuto per infilarmi nella sua agenda; e a Maryan Ragheb che lo fa oggi.
Grazie all'efficientissima Security del Museo Egizio del Cairo che, con le telecamere di sorveglianza, ha individuato la guida giapponese che si era portata via la mia giacca preferita, dimenticata su una panchina. L'indomani mi  stata restituita lavata e stirata.
A Kent Weeks, famoso egittologo, che mi ha ospitato sulla sua splendida imbarcazione anni Trenta ormeggiata sul Nilo. E aperto le porte all'esplorazione della Valle dei Re e ai misteri della tomba KV5, destinata ai figli di Ramses II.
A Paul Gostner, primario di radiologia dell'ospedale di Bolzano, e Edward Egarter, direttore dell'istituto di patologia di Bolzano, mitico curatore della mummia del Similaun, per aver accettato di venire a lavorare al Cairo sui dati della Tac eseguita sulla mummia di Tut.
Grazie al team egiziano che li ha affiancati, diretto da Ashraf Selim, professore di radiologia all'universit del Cairo. E a Hany Amer, il bravissimo tecnico che ha eseguito le Tac. Tra l'altro devo alla loro bravura e pazienza l'aver ritrovato il dente scomparso della regina Hatshepsut dentro il vaso canopo.
Ai direttori del laboratorio di DNA dentro il museo del Cairo: Yehia Zakariya Gad e Somaia Ismail. Ad Albert Zink dell'Istituto per lo studio delle mummie dell'Eurac di Bolzano e a Carsten Pusch, dell'universit di Tubinga, in Germania.
Grazie al Museo Egizio di Torino per avermi concesso il permesso di filmare i papiri relativi alla congiura dell'harem, al Neues Museum di Berlino e al British Museum di Londra.
Un grazie sentito a sir George Herbert, ottavo conte di Carnarvon, e a sua moglie Fiona per avermi aperto le porte del castello di Highclere e avermi mostrato i diari di Lord Carnarvon.
E naturalmente un supergrazie a Nicholas Reeves, sempre disponibile a spiegarmi la sua complessa teoria sulla tomba di Nefertiti e per i fantastici racconti su quando ha lavorato al castello con il settimo conte di Carnarvon.
A Yumiko Ueno, direttrice associata dell'Amarna Royal Tombs Project, che ha tradotto in diretta dal giapponese all'inglese l'emozionante test radar di Watanabe.
A Kenneth Garrett, fotografo del National Geographic, compagno in quella lunga notte di ansia durante la Tac alla mummia di Tutankhamon, quando tutto sembrava perduto. Al fantastico fotografo Sandro Vannini, con cui ho condiviso momenti indimenticabili seguendo Zahi Hawass.
All'archeologa dominicana Kathy Martinez, per le sue interessanti ricerche su Cleopatra (e a volte per aver placato le ire di Zahi).
Ringrazio la NITAL di Torino per aver preparato e adattato alle dure condizioni ambientali gli apparecchi fotografici e gli obbiettivi NIKON usati nell'esplorazione delle tombe; la Ferrino per le tende e il materiale logistico; la Siemens AG per il macchinario Tac per il progetto Tutankhamon.
Grazie alla IDS Corporation spa, Divisione Georadar, per le miracolose antenne, e alla Geostudi Astier per lo studio. Al Politecnico di Torino e in particolare al professor Franco Porcelli e al professor Luigi Sambuelli per la direzione della ricerca geofisica nella tomba di Tut, e a Gianfranco Morelli, Gianluca Catanzariti e Federico Fischanger, parte essenziale del team per il radar.
Ringrazio i miei compagni di lavoro Noel Smart, John Hazard, Neve Cunningham, Mark Puffet, Osama Farghali e Gamal Shafik con i quali ho condiviso i momenti pi emozionanti e difficili di questo lungo itinerario.
Un grazie speciale lo devo ad Abbie Harper, preziosa aiuto regista e poi co-produttrice nella realizzazione di tutti i filmati con Zahi Hawass.
La mia gratitudine personale e professionale va a Tim Pastore, presidente del National Geographic Channel, al vicepresidente Sviluppo Alan Eyres e al produttore esecutivo Allan Butler per aver creduto sin dall'inizio nel film The Search for Nefertiti (che non  ancora terminato), dandomi supporto e fiducia nei quasi due anni di lavoro.
Alla mia agenzia fotografica Agentur Focus, che riesce sempre a raggiungermi telefonicamente, anche quando sono in mezzo al deserto.
Grazie all'amico Corrado Ruggeri per i suoi consigli e alla professoressa Maria Stella Mazzanti, egittologa, per la consulenza scientifica. E a Kopal Singh, la mia paziente assistente.
Grazie alla mia editor di Mondadori Nicoletta Lazzari, al mio agente Marco Vigevani e a Claire Sabatie-Garat per la fiducia che mi hanno dimostrato.
Grazie di cuore a Giovanna Cavalli, brillante giornalista del Corriere della Sera, che ha scritto con noi questo libro.
E a Laura Nasso, per averci messo a disposizione la sua esperienza internazionale nelle ricerche.
Ringrazio mio figlio Corso, compagno di avventure, per essersi prestato a scendere per 210 metri nella buia tomba di Hatshepsut, documentando fotograficamente l'operazione mentre noi eravamo impegnati nelle riprese, sopportando l'orribile odore dei pipistrelli.
Ancora, e soprattutto, grazie a mio padre Folco e mia madre Laura, inesauribili fonti d'ispirazione, per il loro incoraggiamento e i loro consigli che mi sono stati di grande aiuto.
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Brando Quilici.
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FINE.